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L’individualismo statalista è la religione degli italiani

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A ridosso della tornata elettorale, potrebbe essere illuminante riflettere su un peculiare carattere degli italiani. Come si può essere allo stesso tempo individualisti e statalisti? La vera religione degli italiani, che secondo Desiderio è L’individualismo statalista (Liberilibri) suona sulle prime come un ossimoro. Se l’individualista è chi sostiene che l’individuo sia sovrano di se stesso, come potrebbe allo stesso tempo essere statalista, ovvero credere che sia consono e proficuo che lo Stato intervenga il più possibile nella vita del singolo?

L’individualismo statalista è la religione degli italiani perché gli italiani non sono una nazione. Sono un gruppo di individui che spesso e volentieri nutrono invidia sociale. L’Italia è “un paese diviso in bande in cui ogni brigante e ogni manutengolo pensano che la salvezza giunga loro dalla vittoria della propria cosca e dall’eliminazione di quella spazzatura della paranza nemica.” Lo Stato – anzi, il partito – diviene così il principale alleato dell’individuo quando questo, per storia e per indole, non ha mai smesso di pensare al proprio particulare.

L’individualismo statalista è la religione degli italiani perché l’Italia nasce come uno Stato etico, assistenzialista, che per legittimare la sua esistenza, così lontana dalla realtà effettuale che avrebbe dovuto rappresentare, si fa carico, secondo la famosa citazione di D’Azeglio, di “fare gli italiani”. Perché lo Stato, in Italia, non nasce come forma istituzionale posta a garanzia delle libertà ma, all’inverso, come creatore e datore delle libertà civili. Permane oggi l’eco di quello Stato-mamma capitato tra capo e collo ad un insieme di individui che non avevano combattuto per la sua creazione. Uno Stato che non è credibile, se non nelle vesti di un alibi che può essere al contempo capro espiatorio e potenziale deus ex machina, a seconda delle necessità. Permane oggi lo Stato amministratore, svuotato di ogni rilevanza politica, in cui chi governa è più importante di quanto governa. Una democrazia che non è stata mai caratterizzata da alternanza politica ma dalla successione di blocchi di potere con cui accordarsi di volta in volta in nome del proprio tornaconto personale, in barba a ciò che si è o si era stati prima. 

L’individualismo statalista è la religione degli italiani perché gli italiani sono anche anti-moderni, perché credono ancora alle favole, come Pinocchio che sotterra le monete d’oro; perché riescono ancora a credere nella scorciatoia, nella via più breve, nell’illusione che sia furbo sacrificare la libertà alla sicurezza, nell’illusione dell’esistenza di un’istituzione salvifica alla quale vendere l’anima in cambio della salvezza del corpo.  Ciò che è necessario capire, allora, non è tanto che la politica e il rapporto che gli italiani hanno con il potere statale si riduce a una commedia; che “sulla scena pubblica al politico compete il ruolo di dire ciò a cui non crede e agli italiani quello di fingere di crederci” è evidente, anche perché nessuno potrebbe fingere senza sapere di fingere. Non si tratta neanche di capire chi, in mezzo a tutti gli attori, è colui che recita di meno, chi si avvicina maggiormente alla verità.

Ciò che è necessario capire è che il problema degli italiani non è l’individualismo, ma la statolatria, il fiscalismo, la cultura paternalistica, la politica brigantesca; che “l’individuo è sovrano di se stesso e deve ambire a non farsi mettere i piedi in testa e le mani in tasca”; che “ciò che ci deve interessare fino a toglierci il sonno non è chi governa, ma che chi governa non ci governi molto perché la decenza della nostra vita – e perfino la sua santa indecenza – consiste giustappunto nel non essere eccessivamente governati.”