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Lo storico inviato di Report accusa Ranucci: “Un megalomane che dice mafiosità”

Guerra tra "ex" del programma di Rai 3. Dopo il post di Sigfrido, Nerazzini decide di replicare: "Non ti permettere di parlare a vanvera"

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Volano gli stracci tra gli ex colleghi di Report. Alberto Nerazzini, storico inviato della trasmissione di Rai3, rompe il silenzio e risponde duramente a Sigfrido Ranucci. Lo fa oggi, 9 ottobre, con un lungo post su Facebook nel quale accusa il giornalista di aver raccontato falsità sul suo conto e di aver utilizzato toni intimidatori. Parole pesantissime, che trasformano le tensioni interne al mondo del giornalismo investigativo in uno scontro pubblico senza esclusione di colpi. «La situazione è disperata e così è l’uomo», scrive Nerazzini, parlando di «forme endemiche di megalomania» e di un «mix micidiale di insinuazione, mafiosità e falsità».

Per capire l’origine della polemica bisogna tornare al 27 settembre, quando durante il DIG Festival di Modena, nell’ambito di un incontro dedicato al «Caso Report», Nerazzini aveva accusato Ranucci di avergli censurato tre inchieste. Aveva inoltre contestato l’immagine politicamente progressista del giornalista, richiamando i suoi rapporti con Valter Lavitola. Dichiarazioni successivamente rilanciate dalla trasmissione Filorosso, alle quali Ranucci aveva replicato con un lungo intervento su Facebook, respingendo ogni addebito.

«Non ho mai censurato nessuno», aveva assicurato Ranucci, sostenendo di aver sempre difeso il lavoro dei propri inviati. Quanto alla prima inchiesta contestata, riguardante una palazzina milanese, aveva spiegato di non averla acquistata perché la Rai l’aveva già pagata contrattualmente. «Da dirigente, ho evitato che la vicenda potesse mettere nei guai sia la Rai sia lo stesso Nerazzini. Di questo ho prove e testimonianze». Sulla seconda vicenda, relativa ad alcuni istituti religiosi, aveva invece sostenuto di aver impedito un errore giuridico: non si poteva contestare ai frati il reato di autoriciclaggio, introdotto nell’ordinamento soltanto dopo i fatti. Ranucci aveva ricordato anche la loro successiva assoluzione.

Tutte ricostruzioni smentite da Nerazzini. “Lo spezzone dello scandalo è un altro, sono i secondi in cui su quel palco dico che Ranucci ha censurato «tre mie inchieste» – scrive nel suo post l’ex inviato di Report – Queste sono appunto questioni di otto o nove anni fa, quindi nessun rancore, sono note internamente – almeno ad alcuni che anche all’epoca erano dentro al gruppo –, sono inevitabilmente nascoste e sì, ebbene sì, sono documentate e dimostrabili. Ed eccoci a Ranucci, che stranamente ribatte con due episodi, non tre.
Il primo: «Non ho acquistato un’inchiesta di Nerazzini che aveva al centro le dinamiche che riguardavano una palazzina milanese, perché la Rai, da contratto, l’aveva già pagata. Da dirigente, ho evitato che la vicenda potesse mettere nei guai sia la Rai sia lo stesso Nerazzini. Di questo ho prove e testimonianze». In effetti una delle puntate censurate ruotava attorno a una palazzina milanese, non è mai andata in onda, mantiene ancora oggi il suo potenziale di interesse ed è potenzialmente ancora disponibile (chissà, magari la nuova gestione di Report potrebbe essere interessata). Tutto ciò che però Ranucci aggiunge non solo è falso, è diffamatorio. Mi consola che la curiosità innegabile per le «prove e le testimonianze» può comunque essere soddisfatta, perché questa è materia per querele giuste e avvocati liberi. E per fortuna al mondo esistono ancora sia le querele giuste, sia gli avvocati liberi”.

E ancora: “Il secondo caso, per Ranucci, riguarda una mia «inchiesta che coinvolgeva alcuni istituti religiosi». In realtà indagai sull’Ordine dei Frati Minori che con una serie di denunce all’autorità giudiziaria aveva scatenato l’apertura di un grande fascicolo sul clamoroso giro di affari, con relativa sparizione di 20 milioni di euro, dei discepoli del Santo della povertà. E indagai parallelamente sulle lacune, altrettanto clamorose, dell’inchiesta giudiziaria proprio nei mesi successivi al rigetto, firmato da una Gip l’8 gennaio 2018, della richiesta di archiviazione formulata dai Pm. Ranucci scrive di essersi opposto alle mie pressioni affinché facesse «intendere che la Procura di Milano non avesse voluto indagare i frati per il reato di autoriciclaggio». Si tratta di una supercazzola, anche perché nell’inchiesta – intitolata «I poverelli», andata in onda il 21 maggio 2018 e visibile su Raiplay – si denunciava come nelle 12mila pagine del fascicolo ci fosse la prova del reato di riciclaggio a fronte di un capo di imputazione, debole e sbilenco, per appropriazione indebita. Ecco forse perché Ranucci cita addirittura la sentenza di assoluzione, ma dimentica di precisare che il giudice Giuseppe Vanore dichiara il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato. Che è cosa ben diversa. Ma soprattutto non è questa una delle puntate che avevo in mente quando, dal palco pubblico di DIG, con un po’ di sincero nervosismo e ragionando a quanto pare per difetto, ho parlato di tre censure. Il terzo caso, come già detto, Ranucci non lo prende nemmeno in considerazione. Quindi a posto così”.

Ma è soprattutto un altro passaggio ad aver fatto infuriare Nerazzini. Nel suo intervento Ranucci aveva evocato «le collette che abbiamo fatto come gruppo per ricomprare a Nerazzini le attrezzature di produzione che risultavano rubate in diversi furti», aggiungendo di preferire tacere su quelle vicende. La replica di oggi è durissima, tanto da denunciare “il tono da mafiosetto carico di insinuazioni“. Nerazzini contesta radicalmente la ricostruzione dell’ex collega, negando l’esistenza della colletta e sostenendo che la circostanza possa essere smentita da numerosi collaboratori di Report. «L’amicizia con Lavitola è eccezionale e dichiarata – dice Nerazzini – del resto è l’unica persona che in questi mesi furibondi non ha mai offeso e alla quale non ha mai rifilato manco una mezza, e doverosa, parola di critica, ma è un’amicizia che deve davvero avere basi solide. Però su questo non transigo e mi rivolgo direttamente alla persona che conosco da una ventina d’anni e con cui, per una decina, ho lavorato. Non ti permettere, caro Sigfrido, di sparlare a vanvera su vicende dolorosissime e feroci che hanno colpito la mia vita professionale e personale, coinvolgendo in maniera pesante anche la mia compagna. Perché quella di non renderle pubbliche, quelle vicende, a differenza di come avrebbero fatto tanti altri, è una scelta che pretende rispetto, anche da parte tua. Ti auguro davvero che l’inchiesta sull’attentato che hai subito sia portata avanti con serietà, onestà e in tempi ragionevoli, cosa che purtroppo non posso dire delle indagini sui miei «furti». Comunque, soltanto uno dei fatti a cui ti riferisci è pubblico perché fu ripreso dalla stampa e risale al luglio 2013. In quel caso, la nostra responsabile dell’epoca, Milena Gabanelli, mi promise l’annuncio di una «colletta» per permettermi di rialzarmi e ripartire. Non ci fu mai alcuna colletta. Questa ulteriore e insopportabile falsità può essere facilmente smentita da decine di colleghi e collaboratori di Report. Anche quelli che sono rimasti colpevolmente in silenzio in queste ultime settimane, mentre celebravi la tua amicizia fraterna e sferravi accuse infamanti a destra e a manca, a colleghe e colleghi. In questo caso però possono continuare a tacere e confermare con un semplice cenno della testa che non è mai esistita una colletta in mio soccorso”.

Nel precedente post Ranucci aveva attaccato anche Giorgio Mottola, che aveva sollevato dubbi sulla concentrazione dei ruoli di autore e conduttore, ricordando una direttiva dell’ex direttore generale Rai Luigi Gubitosi. Ranucci aveva replicato rivendicando la legittimità dei propri incarichi e rivelando che Mottola sarebbe arrivato a incassare circa 330mila euro l’anno per le inchieste realizzate, cifra comprensiva delle spese di montaggio e trasferta. Aveva risposto anche all’ex consulente Gian Gaetano Bellavia, che aveva auspicato un’inchiesta sul suo conto.

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