Il problema, stavolta, arriva da dentro casa. A mettere in discussione Sigfrido Ranucci sono giornalisti e collaboratori che conoscono bene Report: Alberto Nerazzini, Giorgio Mottola e Gian Gaetano Bellavia. E l’ex conduttore, in attesa della decisione sul ricorso per tornare alla guida della trasmissione, risponde con un post che mette insieme accuse di censura respinte, compensi degli inviati e vecchie vicende personali. Più che una precisazione, il resoconto di una frattura.
Le dichiarazioni all’origine dello scontro sono state pronunciate durante un dibattito al DIG Festival di Modena e successivamente riprese da Filo Rosso, il programma di Rai 3 condotto da Antonino Monteleone. Un dettaglio da tenere presente: le critiche vengono da persone che hanno lavorato con Ranucci. Liquidarle con il solito schema dell’assedio politico, dunque, diventa un esercizio piuttosto complicato.
Nerazzini, riferisce lo stesso Ranucci, lo avrebbe accusato di aver censurato tre inchieste e di non essere un giornalista di sinistra. Già questa seconda contestazione meriterebbe una pausa. Perché mai l’appartenenza politica dovrebbe diventare un requisito professionale? Su questo punto la risposta dell’ex conduttore è condivisibile: un giornalista deve poter indagare anche sulla sinistra. Ci mancherebbe altro.
Sulle presunte censure, Ranucci respinge le accuse: “Non ho mai censurato nessuno, anzi ho difeso ogni prodotto dei miei inviati, qualsiasi partito coinvolgesse: pago anche per questo”. Quindi entra nel merito di due casi. Un’inchiesta sulle vicende di una palazzina milanese non sarebbe stata acquistata perché, sostiene, la Rai l’aveva già pagata da contratto. Per un altro lavoro, relativo ad alcuni istituti religiosi, rivendica di aver evitato una contestazione alla Procura di Milano che riteneva giuridicamente sbagliata: il reato di autoriciclaggio era stato introdotto successivamente ai fatti. Ricorda inoltre l’assoluzione dei frati.
Sono spiegazioni precise, sulle quali si potrà discutere confrontando documenti e testimonianze. Ma poi arriva una frase di tutt’altro tenore: “Su altre vicende — come le collette che abbiamo fatto come gruppo per ricomprare a Nerazzini le attrezzature di produzione che risultavano rubate in diversi furti — preferisco tacere“. Preferisce tacere, ma intanto lo scrive. E lascia al lettore un richiamo che non chiarisce nulla sulle inchieste contestate, mentre sposta lo scontro sul terreno personale. Se quelle collette hanno un rapporto con le accuse di censura, andrebbe spiegato. Altrimenti resta la domanda: perché tirarle in ballo?
Con Mottola il confronto passa dai ruoli ai soldi. L’inviato avrebbe sollevato il problema del doppio incarico di autore e conduttore, richiamando una direttiva dell’ex direttore generale Luigi Gubitosi. Ranucci replica ricostruendo le nomine ricevute e sostenendo di aver svolto gratuitamente l’incarico di vicedirettore ad personam. Poi aggiunge: “Non gli è andata male nemmeno sul piano economico, visto che è arrivato a incassare circa 330mila euro l’anno vendendo le sue inchieste (costi di montaggio e trasferte compresi nel prezzo): la cifra più alta tra tutti gli inviati”.
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Attenzione alla parentesi: secondo quanto scrive Ranucci, quella somma comprende montaggio e trasferte. Non può dunque essere presentata come uno stipendio personale netto. Resta però il significato polemico della scelta di pubblicarla: alla critica di un inviato si risponde anche ricordando quanto incassava. Ma aver venduto inchieste alla trasmissione dovrebbe impedire di contestarne la gestione? Il compenso non risolve la questione dei ruoli.
Infine Bellavia, che ha chiesto a Mottola di realizzare un’inchiesta su Ranucci una volta chiarita la vicenda Lavitola. L’ex conduttore risponde: “Ben venga”. Rivendica poi di aver difeso il consulente dai tentativi di censura e dalle accuse di spionaggio, sostenendo che gli atti documentino il suo impegno.
Nel frattempo resta aperta la partita giudiziaria. Secondo il Fatto Quotidiano, la decisione della giudice del lavoro Donatella Casari sul ricorso urgente è attesa nella prima parte di ottobre. È stato inoltre prorogato di quindici giorni il termine per scegliere tra le destinazioni alternative proposte dalla Rai: Rainews, Tg3 o la corrispondenza del Cairo. Le precedenti ricostruzioni su inviati pronti a lasciare in caso di reintegro erano state smentite da Ranucci e dal comitato di redazione della direzione Approfondimento.
Sarà il giudice a pronunciarsi sul ricorso. Sul piano giornalistico, invece, la contraddizione è già visibile: chi fa delle domande scomode il proprio mestiere deve accettare che possano arrivare anche dai colleghi. E spiegare quanto guadagnassero non basta a rispondere.
Massimo Balsamo, 30 settembre 2026
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