Facciamo un riepilogo delle puntate, così non ci perdiamo. A volte sono i segnali piccoli che raccontano fenomeni più grandi. Piccole imperfezioni sintomo di vaste irritazioni. Mario Calabresi va sul palco del Teatro Nazionale e scandisce: tirano in ballo mio padre (ovviamente si intende da sinistra), ora sto pensando di querelare. Buona parte della sinistra fa finta di cadere dal pero: oddio, e chi potrà mai essere che fa siffatti discorsi? Che poi, quali sarebbero questi discorsi?
Proviamo a dirla tranchant: il padre assassinato di Calabresi era un assassino, l’assassino del povero anarchico Pinelli, poliziotto servo dei fascisti, e uno di sinistra non può votare il figlio di un servo dei fascisti. E’ un modo chiaro di dirla, e anche meno ipocrita. Questo discorso, che sa di retroguardia e di ferite che qualcuno prova a far rimanere aperte, con le mani pure piene di molto sale per farle bruciare, non è una invenzione. Esiste. E’ in alcuni salotti. In molti confermano di averlo sentito. Di esserci bocche influenti, non certo scappati di casa sconosciuti, che l’hanno pronunciato. E ci sono esponenti di sinistra che non usano la stessa formula (“non si può votare il figlio di chi ha ammazzato Pinelli“), ma uguale concetto (“lo possiamo votare anche se è il figlio di chi ha ammazzato Pinelli“).
Tutto questo è una vergogna, sia ben chiaro. Ma è ancora più vergognoso che quegli anni siano ancora vivi nella nostra città. Che ci sia ancora in città chi strappa i manifesti di altri, e chi picchia chi strappa i manifesti (e le cose hanno pesi enormemente differenti, sia chiaro). Che ci sia ancora in città una discussione su queste cose e non una discussione su quello che è diventata, su chi sono i nuovi cittadini, su chi sono i nuovi nuclei familiari (di single), su quello di cui hanno bisogno. Proprio un bel clima. Calabresi farebbe bene a fare i nomi, qualora li sapesse, e a querelare. Tutti gli altri, a occuparsi meno di vicende lontane e di più di bisogni odierni.
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Immagine presa dai profili social di Facebook


