Milano Quotidiano

Le magiche “Nozze di Figaro” di Tjeknavorian

Il direttore dell'Orchestra Sinfonica di Milano affronta Mozart all'Opera di Roma

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Nella foto di Francesco Bogliari: Emmanuel Tjeknavorian, tra Benedetta Torre e Alessio Arduini, saluta il pubblico al termine delle “Nozze di Figaro” al Teatro dell’Opera di Roma

Magiche. Un solo aggettivo per descrivere Le nozze di Figaro rappresentate al Teatro dell’Opera di Roma. Innanzitutto la regia di Klaus Guth, “vecchia” di 20 anni – dopo la prima di Salisburgo del 2006, ora al suo debutto in Italia – ma ancora fresca, viva, vitale nel suo prodigioso minimalismo e animata, innervata dall’invenzione del “doppio Cherubino” (Cherubim, il mimo-acrobata Uli Kirsh che la interpreta da allora in tutti i teatri del mondo). Un parodismo ironico leggero, una sensualità sottile e arguta (la scena della vestizione, “Venite, inginocchiatevi”, è erotismo in purezza), con momenti di altissima poesia e autentici colpi di genio, come la video-proiezione della scrittura dei nomi dei personaggi che alla fine del secondo atto si incrociano in una dinamica irrefrenabile: coppie che si scompongono, si compongono, si ricompongono, si scambiano, si intrecciano, relazioni che si cancellano, altre che nascono. Genio allo stato puro. Senza dimenticare che Guth sa far recitare i cantanti alla perfezione e questo, come ben sanno i melomani, non è scontato.

Compagnia di canto, quella ascoltata dal vostro cronista nell’ultima rappresentazione di mercoledì 23 settembre, senza “superstar” (per esempio, non c’era il “baritono/maschio alfa” Erwin Schrott che aveva cantato nella prima recita), ma con voci di qualità, tutte, su un livello di alta omogeneità che è raro trovare nei nostri teatri, dove quasi sempre a punte di eccellenza si affiancano cantanti – spesso nelle parti secondarie – non all’altezza.

Le voci più belle sono state quelle di Susanna (Benedetta Torre; nella prima rappresentazione la parte era stata interpretata da una strepitosa Martina Russomanno) e Cherubino (Cecilia Molinari), mentre la pur eccellente Federica Guida ha mostrato nella parte della Contessa una densità vocale forse più adatta a Wagner che a Mozart. Alessio Arduini e Vito Priante hanno disegnato i due protagonisti maschili con classe e musicalità, insieme a ottime capacità attoriali. Sontuosi gli interpreti dei personaggi “minori”, in primis la Marcellina di Monica Bacelli e il Bartolo di Roberto Scandiuzzi.

Parliamo per ultimo del direttore, Emmanuel Tjeknavorian, che noi milanesi consideriamo “nostro” da quando ha assunto – con risultati eccellenti – la guida musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano.

Era alla sua seconda esperienza operistica assoluta dopo il Ballo in maschera fiorentino di primavera da noi recensito. Il vostro cronista era appunto presente all’ultima delle nove recite e ha fatto in tempo a leggere articoli che insieme agli elogi per la concertazione musicale riservavano alcune critiche alla gestione dei rapporto tra buca e palcoscenico.

Ecco, forse nel corso delle rappresentazioni Tjeknavorian è riuscito a perfezionare la messa a punto della macchina, perché a noi l’interpretazione è parsa di alto livello: non solo nella capacità di trovare i giusti colori mozartiani, esaltati soprattutto dalla sezione fiati (l’impasto cromatico di corno, fagotto e clarinetto, presente in alcuni momenti topici, è stato pura bellezza), ma anche nella vibrante eleganza con cui ha accompagnato i cantanti nelle meravigliose arie di cui è costellata questa partitura perfetta, suprema. Esaltandosi nei concertati, dove ha saputo trovare il giusto equilibrio fra gli intrecci geometrici delle diverse linee vocali e il sostegno orchestrale.

Insieme a Guth e alla compagnia di canto anche Tjeknavorian ha regalato magia. Continuare nella pratica operistica non potrà che fargli bene, ma già oggi possiamo dire con certezza di trovarci di fronte a uno di quei talenti naturali che nascono di rado. Lui ha solo 31 anni e la vita davanti a sé: nella sinfonica, nella cameristica e, sì, anche nell’opera.

Durante l’intervallo il sovrintendente Francesco Giambrone ha detto al vostro cronista: “Questo direttore lo vedremo ancora al Costanzi nei prossimi anni”. L’orchestra romana rivitalizzata da Michele Mariotti che ritroverà in futuro Tjeknavorian è una bella prospettiva.

Tjeknavorian si fa conoscere anche fuori dall’Italia

Intanto il direttore viennese di origini armene sta iniziando a farsi conoscere fuori dall’Italia: a novembre e dicembre sarà a Houston, Graz, Tokyo e Hong Kong; gli inizi del 2027 lo vedranno a Lisbona, Copenaghen, Stoccarda, Friburgo, oltre che a Venezia. E noi a Milano potremo ascoltarlo all’Auditorium di Largo Mahler in undici concerti della stagione sinfonica 2026-27 e in quattro di quella cameristica al Teatro Gerolamo. Non perdiamolo, non perdetelo, prima che, forse inevitabilmente – alla fine del suo contratto peraltro prolungato fino al 2029 – spicchi il volo verso altri lidi: perché è un artista che già adesso potrebbe essere alla guida di istituzioni musicali dalla storia più lunga e consolidata rispetto a quella ancora giovane della Sinfonica di Milano. Che peraltro lui sta rapidamente portando a livelli di eccellenza: che stia nascendo sotto la sua bacchetta la Mailänder Philharmoniker..?

 

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