“Milano ti consuma”, “a Milano la gente ha il muso lungo”, “a Milano non si vive, si fattura e basta” sono solo alcuni dei ritornelli che accompagnano questa logora, retorica narrazione della città che ultimamente è esondata anche sui social, oltre che nelle solite, leziose interviste. C’è uno schema ricorrente. Tutto inizia sempre con un atto d’amore incondizionato, la proclamazione di Milano come “la rampa di lancio” irrinunciabile per qualsiasi ambizione. E poi si conclude con altrettanta regolarità, con la fuga verso un altrove catartico – che sia la propria provincia d’origine, un casale toscano o le spiagge di Bali.
Uno degli ultimi capitoli di questo copione – notizia degli scorsi giorni – porta la firma di Max Mariola: lo chef romano che dopo essere sbarcato nel 2024 nel capoluogo lombardo per capitalizzare il successo dei suoi milioni di seguaci sui social e dopo aver aperto ben tre ristoranti (tutti in centro, rispettivamente in via San Marco, corso Garibaldi e largo Corsia dei Servi) ha ora deciso di fare le valigie e lasciare tutto per cambiare completamente vita, volando in Indonesia (LINK QUI) . “Ero diventato un mostro, pensavo solo a produrre”, ha dichiarato, raccontando come invece nel sud est asiatico stia ritrovando “l’autenticità” e l’armonia familiare, lontano dallo stakanovismo meneghino.
Il caso di Mariola è comunque solo una versione di fascia alta di un fenomeno che attraversa ogni strato generazionale. Per esempio, nel mondo degli studenti e dei giovani lavoratori fuori sede la storia è la medesima: si arriva dal centro, dal sud o dalla provincia profonda, magari ci si costruisce anche un curriculum, un network o addirittura un fatturato impossibile a farsi altrove, ma poi si passa il resto del tempo a denunciare quanto Milano faccia schifo. Gli affitti sono proibitivi, il clima è terribile, Milano è pericolosa, i milanesi sono antipatici, la cucina di mamma era più buona.
La domanda allora sorge spontanea però: se Milano è così disumana, perché tutti continuano a venire qui?
Torniamo un attimo al caso di Max Mariola, e proviamo a dire qualcosa che vada un po’ oltre la romantica narrazione del “mollo tutto per ritrovare me stesso”.
Secondo i dati del FIPE (Federazione italiana pubblici esercizi) in Italia oltre il 30% delle nuove attività di ristorazione chiude entro i primi tre anni, e quasi una su due (46%) non supera i cinque. A Milano, dove la concentrazione dei locali è tra le più alte d’Europa e i costi fissi fanno paura, questo tasso di logoramento è ancora più serrato.
Tuttavia, a guardar bene non sono necessariamente le insegne più famose su Instagram quelle che resistono, anzi. Sopravvivono per lo più modelli industriali solidi, come accade per le grandi catene o per l’imprenditoria asiatica e cinese, capaci di unire liquidità, orari estesi e organizzazione flessibile. E poi ci sono le botteghe storiche di quartiere, spesso proprietarie delle mura, che non devono sostenere il costo di un affitto a cinque zeri al mese.
Al netto del caso di Mariola – non ci interessano qui i suoi bilanci economici – è chiaro che Milano metta a disposizione un ecosistema iper-competitivo, ma se poi questi ritmi si rivelano insostenibili sul piano umano e anche familiare, fare un passo indietro e cercare una dimensione più lenta a centinaia di chilometri di distanza è una decisione legittima. Persino saggia.
Insomma, bisognerebbe ritrovare la lucidità di chiamare le cose con il loro nome: al posto di liquidare la questione dicendo “Milano ti svuota”, riconoscere invece la scelta individuale di riposizionamento, spesso resa possibile proprio dalle risorse accumulate durante la corsa milanese. Riversare le proprie frustrazioni sulla città serve solo ad alimentare una narrazione tossica e ipocrita. Per chi non ci nasce/vive, Milano è semplicemente il luogo in cui si misurano le proprie ambizioni. La decisione di diventarne schiavi resta, dall’inizio alla fine, un affare privato.
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