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Mps rovinata dalla sinistra che ora fa finta di nulla

Caso Mps, interrotta la trattativa con Unicredit

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Alla fine il nuovo amministratore delegato di Unicredit ha alzato l’asticella ad un livello tale che il Tesoro ha dovuto rompere le trattative per la cessione del Monte dei Paschi di Siena. Andrea Orcel è un manager che viene del mercato, e della politica evidentemente se ne infischia. Arrivato all’Unicredit gli hanno spiegato che la banca doveva salvare il Monte. Ha guardato le carte e, con un ristretto numero di fedelissimi, ha fatto quella che in gergo si chiama due diligence: insomma, si è fatto i conti al centesimo. Ebbene, per prendersi la banca senese ha preteso quasi dieci miliardi di euro. È inutile in questa sede specificare esattamente per cosa, basti sapere che dentro ci sono gli esuberi del personale in eccesso, l’irrobustimento del capitale di Siena perché non affondasse Milano e la pulizia totale dei crediti dubbi.

Una dote che il governo non si poteva permettere di pagare. Solo di aumenti di capitale andati in porto e lanciati negli ultimi due lustri, il Monte ha bruciato 13 miliardi (su quasi trenta totali). Senza tener conto di obbligazioni, prestiti e garanzie pubbliche. Quando una banca affonda, non si scherza.

Il Monte non è un fallimento del mercato, ma neppure solo dello Stato. È il fallimento di un gruppo di potere, legato prima al Partito comunista e poi al Partito democratico toscano. Non esiste una storia di fallimento pubblico così targato e così poco denunciato. Il ministro che ha realizzato l’ultimo prestito per la banca è stato eletto nel collegio di Siena per la sinistra e poi ha lasciato il Parlamento per diventare presidente di Unicredit e avrebbe dovuto ripulire i pasticci. Ma che, come abbiamo visto, ha preteso di farlo solo a condizione che la dote coprisse tutti i buchi.

Ora il premier deve usare la sua credibilità europea per una battaglia di retroguardia: comprare più tempo per privatizzare la banca. Avrebbe dovuto farlo entro quest’anno ma così non sarà.