Le urne si sono chiuse, i primi exit poll sono arrivati e una cosa sembra già evidente: Israele rischia di ritrovarsi senza una maggioranza di governo. La sfida tra Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot non ha prodotto, almeno secondo le prime proiezioni televisive, un vincitore in grado di controllare la Knesset. E adesso si apre una partita politica che potrebbe durare settimane.
Secondo gli exit poll dell’emittente N12, il blocco di Eisenkot conquista 52 seggi, contro i 50 attribuiti alla coalizione di Netanyahu. Nessuno dei due raggiunge dunque la soglia dei 61 parlamentari necessari per governare. A sorprendere è soprattutto il risultato delle formazioni arabe: l’emittente pubblica Kan attribuisce loro complessivamente 17 seggi, 10 alla Lista Unita e 7 a Ra’am. N12 ne stima invece 18.
Un risultato che potrebbe trasformare i partiti arabi nell’ago della bilancia della politica israeliana. Ma attenzione: sommare i seggi sulla carta non significa automaticamente costruire una maggioranza. Le distanze politiche tra alcune formazioni dell’opposizione e i rappresentanti arabi restano profonde. Quali sono, allora, i quattro scenari che si aprono dopo il voto?
1. Eisenkot premier con il sostegno dei partiti arabi
È la prima possibilità, quella che emerge più direttamente dai numeri degli exit poll. Se i 52 seggi attribuiti al blocco di Eisenkot fossero confermati, al leader centrista basterebbe ottenere l’appoggio di almeno nove parlamentari esterni alla propria coalizione per superare la soglia dei 61. I partiti arabi ne avrebbero tra 17 e 18. Dunque, una maggioranza alternativa a Netanyahu sarebbe aritmeticamente possibile. Politicamente, però, il percorso è tutt’altro che semplice.
Avigdor Lieberman e altre componenti dell’opposizione hanno espresso forti riserve sull’ipotesi di dipendere dai voti delle formazioni arabe. Eisenkot dovrebbe quindi convincere i propri alleati ad accettare un accordo parlamentare, eventualmente limitato al sostegno esterno, senza necessariamente coinvolgere i partiti arabi nell’esecutivo.
Un ruolo particolare potrebbe essere svolto da Ra’am, guidato da Mansour Abbas, che aveva già partecipato alla coalizione Bennett-Lapid nel 2021. Ma il risultato della Lista Unita, accreditata di dieci seggi da Kan, rende ancora più importante comprendere quali accordi siano realmente praticabili.
2. Netanyahu resta premier ad interim e si torna alle urne
È uno scenario concreto alla luce dello stallo fotografato dagli exit poll. Netanyahu potrebbe perdere la possibilità di costruire una nuova maggioranza senza lasciare immediatamente il governo.
Il sistema israeliano prevede infatti che il governo uscente rimanga in carica fino all’insediamento di quello successivo. Se Eisenkot non riuscisse a trovare i numeri e Netanyahu non fosse in grado di ricomporre la propria coalizione, il Paese potrebbe attraversare una lunga fase di trattative. Il presidente Isaac Herzog dovrà consultare i rappresentanti delle forze parlamentari e affidare l’incarico al candidato che riterrà maggiormente in grado di formare un governo. Se i tentativi dovessero fallire, si potrebbe arrivare a nuove elezioni.
Israele conosce bene questa situazione: tra il 2019 e il 2022 è stato chiamato alle urne cinque volte. E una nuova paralisi istituzionale consentirebbe a Netanyahu di continuare a esercitare le funzioni di primo ministro durante la transizione, pur senza disporre di una nuova maggioranza parlamentare.
3. Un governo di unità nazionale
La terza strada passa attraverso un accordo tra forze appartenenti agli schieramenti contrapposti. I 52 seggi del blocco Eisenkot e i 50 di quello Netanyahu mostrano quanto il Parlamento potrebbe essere diviso, ma anche quanto spazio esista, almeno numericamente, per una coalizione trasversale.
Un governo di unità nazionale potrebbe coinvolgere i partiti centristi e alcune componenti dell’attuale maggioranza, escludendo le formazioni considerate incompatibili dagli altri alleati.
L’ostacolo principale resta però il ruolo di Benjamin Netanyahu. Eisenkot e altri esponenti dell’opposizione hanno costruito la propria campagna sulla necessità di un cambiamento alla guida del Paese. Accettare un esecutivo presieduto ancora dal leader del Likud rappresenterebbe una svolta politica difficile da giustificare davanti agli elettori.
Una possibile alternativa sarebbe un governo guidato da una figura diversa da Netanyahu, oppure un accordo di rotazione. Soluzioni che, tuttavia, richiederebbero compromessi politici importanti e, soprattutto, la disponibilità dei partiti coinvolti.
4. Netanyahu ricostruisce una maggioranza
Infine, resta aperta la possibilità che Netanyahu riesca a trovare una strada per conservare il potere con una nuova coalizione. I 50 seggi attribuiti al suo blocco da N12 lo lascerebbero a undici parlamentari dalla maggioranza assoluta. Un divario significativo, che il premier potrebbe colmare soltanto attraverso accordi con formazioni esterne al proprio schieramento oppure grazie a una distribuzione definitiva dei seggi diversa da quella prevista dagli exit poll.
Non sarebbe la prima volta che la formazione di un governo israeliano dipende da trattative tra partiti con programmi e interessi differenti. Ma questa volta il risultato delle formazioni arabe e la frammentazione dell’opposizione rendono particolarmente complicata la ricerca di nuovi alleati.
La partita comincia adesso
Il dato politico più importante della serata è dunque il seguente: Eisenkot risulta davanti come blocco, ma Netanyahu non è ancora fuori dai giochi. I numeri degli exit poll non consegnano a nessuno dei due una maggioranza autonoma e attribuiscono ai partiti arabi un peso parlamentare decisivo.
Bisognerà attendere lo scrutinio per conoscere la distribuzione effettiva dei 120 seggi. Ma anche allora il risultato elettorale non basterà, da solo, a stabilire chi guiderà Israele.
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