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Perché il 25 aprile è divisivo

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Nell’articolo Mattarella, Fenoglio e la Liberazione, (“La Stampa” del 23 aprile) Nicola Lagioia scrive che rischia di diventare divisiva una data, il 25 aprile, simbolo della rigenerazione dell’Italia, e della ritrovata consapevolezza della dignità umana, nel rifiuto di ogni sopraffazione totalitaria e di ogni razzismo. “Abbiamo assistito troppe volte al triste spettacolo offerto da chi ha affermato di non sentirsi a proprio agio con questa ricorrenza, di non riuscire a festeggiarla. La scusa dichiarata è il timore di finire sotto l’ombrello della sinistra. Di fatto, si tratta invece dell’incapacità di definirsi con fermezza antifascisti. Ma dirsi antifascisti e dirsi italiani, oggi, è o dovrebbe essere la stessa cosa”. Come aveva ragione l’Uomo Qualunque! “Dirsi fascisti e dirsi italiani, ormai è la stessa cosa” proclamavano ieri Benito Mussolini e il suo filosofo Giovanni Gentile. Cambiano le camicie ma la pretesa di imporre agli italiani la stessa divisa (nera o rossa) è “immarcescibile”. Forse nella disprezzata Italietta umbertina e giolittiana, quando un repubblicano poteva essere nominato senatore del Regno, libertà intellettuale e non conformismo non erano ancora monete rare come nel nostro tempo.

Perché divisiva

Comunque vorrei spiegare a Lagioia che il disagio di cui parla non è una “scusa” ma ha profonde motivazioni, pur se per lui incomprensibili. Norberto Bobbio scriveva che la Resistenza italiana è stata:

  1. una guerra di liberazione contro lo straniero,
  2. una rivolta contro la dittatura,
  3. un progetto di rigenerazione morale e intellettuale dell’Italia

Ebbene, piaccia o no a Lagioia, solo i primi due aspetti possono dirsi non divisivi, il terzo, invece, rinvia a una democrazia progressiva, a una liquidazione del passato fascista e prefascista che può essere (legittimamente) l’ideologia di una parte politica ma non può diventare un idem sentire. Tant’è vero che nel 1948 la maggioranza degli elettori votarono per la Dc e per alcuni partiti minori proprio perché non volevano essere “rieducati” e “defascistizzati” da comunisti, socialisti e azionisti.

La grande menzogna

In realtà, la cd “democrazia progressiva” si basava su una grande menzogna, la “vulgata antifascista”, denunciata da storici come Renzo De Felice e saggisti come Giampaolo Pansa. Per la vulgata, quello fascista era un regime imposto alla stragrande maggioranza degli Italiani da mazzieri al servizio dei poteri forti del tempo, aveva rovinato il paese sotto il profilo etico, economico e culturale, non aveva seminato che rovine e, alla fine, alleandosi col Terzo Reich, aveva concluso ingloriosamente il ciclo iniziato con la Marcia su Roma. La verità è che le colpe della fine della democrazia ricadono su tutti gli italiani: sulle deboli classi politiche, che non seppero imporre l’ordine a un paese lacerato dalla guerra civile, sul sovversivismo delle sinistre (“con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l’ultimo re”), sulla volontà di ampi strati del proletariato di instaurare il modello sovietico (“e noi faremo come la Russia..”), sull’incapacità di nobilissime figure come Luigi Sturzo e Filippo Turati di trovare un accordo in grado di salvaguardare le libere istituzioni.