Giovani, moderni, progressisti. Almeno sulla confezione. Perché appena a sinistra arriva il momento di decidere chi debba comandare davvero, il futuro viene messo in pausa e comincia il pellegrinaggio dai grandi sacerdoti del passato: Romano Prodi, Massimo D’Alema, Goffredo Bettini. E persino Mario Draghi. Il nuovo che avanza, insomma, pretende prima il timbro del vecchio che resiste.
Elly Schlein sfila al Pride, parla alle nuove generazioni, rivendica una leadership femminista, inclusiva e lontana dagli apparati. Giuseppe Conte continua a presentarsi come l’avvocato del popolo, l’uomo che avrebbe dovuto superare le vecchie liturgie della politica. Poi, però, la segretaria del Pd incontra per due ore Prodi, dialoga con Draghi e cerca rassicurazioni nel mondo moderato. Conte, invece, presenta il suo libro accanto a D’Alema, frequenta Bettini e prova a raccogliere benedizioni tra dirigenti, amministratori e pezzi dell’establishment. Altro che rivoluzione. Siamo alla richiesta collettiva di legittimazione.
Schlein conta, Conte pesa. Questa sarebbe la fotografia della competizione per la guida del centrosinistra. Lei cerca di consolidare il consenso nel Pd, facendo leva sulle piazze identitarie e sull’immagine di una leadership capace di rappresentare il cambiamento. Lui – conferma il Corriere – prova ad allargare la propria influenza fuori dal Movimento 5 Stelle, mettendo insieme relazioni, presentazioni, sponsor politici e possibili endorsement. Tutto molto interessante per gli appassionati di retroscena. Un po’ meno per chi vorrebbe sapere che cosa intendano fare dell’Italia.
La sinistra si prepara alle prossime elezioni discutendo soprattutto di chi dovrà sfidare Giorgia Meloni. Primarie o accordo di vertice? Schlein o Conte? Chi avrà Renzi? Chi potrà contare sui centristi? Chi sarà benedetto da Prodi? Chi verrà sostenuto da D’Alema? Chi riuscirà a convincere Draghi di essere una persona seria? Nomi, alleanze, fotografie, padrini e veti. Il programma, eventualmente, arriverà dopo.
La contraddizione di Elly Schlein è forse la più evidente. La segretaria denuncia l’establishment che non tollererebbe una leadership progressista a Palazzo Chigi. Ricorda di essere una donna, di avere quarant’anni e di stare con un’altra donna. Rivendica, dunque, la propria estraneità al vecchio sistema di potere. Nel frattempo, però, lavora per ottenere il riconoscimento proprio di quell’establishment. L’incontro con Draghi non è stato un dettaglio. Il colloquio con Prodi non è stato un semplice omaggio istituzionale. Sono passaggi attraverso i quali Schlein prova a rassicurare quella parte del Paese, dei mercati, delle istituzioni e dello stesso Pd che continua a considerarla troppo radicale, troppo inesperta o troppo distante dalla tradizione di governo del centrosinistra.
Niente di scandaloso. La politica è anche costruzione di rapporti e ricerca di credibilità. Ma almeno bisognerebbe smettere di raccontare la favola della giovane leader che combatte da sola contro il Palazzo. Perché mentre attacca il Palazzo, Schlein ne cerca l’approvazione. Una leadership davvero alternativa non ha bisogno di presentarsi con la lettera di referenze firmata dai predecessori. Sul versante opposto, Giuseppe Conte non è messo meglio. Il Movimento 5 Stelle era nato per aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Oggi il suo leader cerca consensi tra gli stessi personaggi che quella scatoletta la occupavano da decenni. L’uomo del cambiamento si presenta accanto a D’Alema. Il capo del partito anti-establishment frequenta Bettini. L’ex punto di riferimento dei progressisti cerca di trasformare il vecchio sistema di relazioni della sinistra nella piattaforma per tornare a Palazzo Chigi. Dal vaffa alla benedizione dalemiana. Una parabola politica piuttosto istruttiva.
Il problema, però, non sono Prodi, D’Alema o Draghi. L’esperienza non rappresenta una colpa e l’età non è un argomento politico. Il punto è un altro: il campo largo si presenta come una nuova offerta mentre continua a dipendere dai protagonisti e dai metodi della vecchia politica. Non riesce a produrre una leadership autonoma. Non riesce a costruire una visione condivisa. Non riesce nemmeno a spiegare con chiarezza che cosa tenga insieme le sue diverse componenti, a parte l’obiettivo di mandare a casa la Meloni.
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Il campo largo deve comprendere il Pd e il Movimento 5 Stelle, Renzi e Bettini, gli europeisti più ortodossi e i populisti, i sostenitori di Draghi e quelli che hanno costruito il proprio consenso attaccandolo, i moderati e la sinistra radicale, i garantisti e i giustizialisti, gli atlantisti e gli eterni ambigui sulla politica internazionale. Talmente largo da rischiare di non avere più un centro di gravità. Un’alleanza può contenere sensibilità differenti. Qualunque coalizione, per vincere, deve farlo. Ma per governare serve almeno una direzione comune. Su questa, invece, regna il silenzio.
Qual è la politica economica del campo largo? Vuole abbassare le tasse o aumentare la spesa pubblica? Come pensa di finanziare sanità, pensioni e welfare? Quale posizione intende assumere sull’energia, sul nucleare, sull’industria e sulla competitività? Che cosa propone sull’immigrazione e sulla sicurezza? Qual è la sua linea sull’Ucraina, sulla Nato e sulla difesa europea? Come intende intervenire sulla giustizia e sul rapporto tra politica e magistratura? Le risposte cambiano a seconda dell’interlocutore. O, più semplicemente, non arrivano.
In compenso, conosciamo ogni dettaglio della corsa alla candidatura. Sappiamo che la Schlein punta a mantenere il vantaggio del Pd sui Cinque Stelle. Sappiamo che Conte cerca sostegni esterni al Movimento. Sappiamo che qualcuno lo immagina interessato al Quirinale. Sappiamo chi potrebbe schierarsi con l’una e chi potrebbe preferire l’altro. La politica ridotta a un gigantesco casting. Prima si sceglie il candidato, poi si costruisce l’alleanza, infine si prova a scrivere un programma abbastanza vago da non scontentare nessuno. Il risultato sarà probabilmente un catalogo di promesse, tenuto insieme da una sola frase realmente comprensibile: bisogna battere la destra. Peccato che l’avversione per l’avversario non sia un progetto di governo.
Giorgia Meloni potrà essere criticata per le sue scelte, per i risultati ottenuti o per quelli mancati. Ma per sostituirla occorre proporre qualcosa di più convincente. Non basta trovare il candidato più competitivo nei sondaggi. Non basta organizzare primarie. Non basta riempire una piazza o ottenere l’approvazione di un ex presidente del Consiglio. Il centrosinistra dovrebbe spiegare agli italiani che cosa vuole fare, non soltanto chi vuole candidare. Invece Schlein conta i voti, Conte pesa gli endorsement e i grandi vecchi distribuiscono patenti di affidabilità. Tutti discutono del guidatore, mentre nessuno sembra particolarmente interessato alla destinazione.
Il campo largo promette una nuova stagione, ma continua a muoversi lungo le strade della vecchia politica. Cerca il futuro guardando nello specchietto retrovisore e pretende di apparire rivoluzionario mentre aspetta la benedizione di Prodi, D’Alema o Draghi. Più che un progetto nuovo, sembra una rimpatriata con un logo aggiornato. Prima di stabilire chi debba entrare a Palazzo Chigi, Schlein e Conte dovrebbero chiarire che cosa intendano farci. Altrimenti il campo largo resterà soltanto una riunione di condominio: tutti litigano per scegliere l’amministratore, nessuno presenta un preventivo e intanto il palazzo continua a perdere pezzi.
Massimo Balsamo, 28 giugno 2026
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