Politico Quotidiano

La “remigrazione” è uno slogan. Ma il governo ci dica qual è il piano

Il progetto di Vannacci promette di risolvere tutto senza spiegare quasi nulla. Ma Meloni&co bisogna chiedere conto dei risultati

Roberto Vanncci e Giorgia Meloni
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“Remigrazione”. Una parola che promette di risolvere tutto senza spiegare quasi nulla. Chi dovrebbe partire? Chi è entrato illegalmente? Chi ha commesso reati? Chi soggiorna regolarmente ma professa una religione considerata incompatibile con la nostra cultura? Con quali procedure, verso quali Paesi e con quali accordi?

Sono domande alle quali una forza politica seria dovrebbe rispondere prima di raccogliere applausi. Soprattutto se l’immigrazione viene presentata come il primo problema degli italiani.

Credo che l’Occidente abbia mostrato il proprio ventre molle. Anche per i suoi complessi di colpa, ha tollerato e talvolta agevolato un’immigrazione senza un governo adeguato, sottovalutandone le conseguenze sociali, politiche e culturali. Negarlo sarebbe assurdo. Come sarebbe assurdo chiedere a chi vive in un quartiere segnato da violenza e degrado di accontentarsi di una lezione sull’accoglienza. Ma proprio perché il problema esiste ed è serio, merita qualcosa di più di una parola d’ordine.

Vannacci oggi cavalca un terreno sul quale la Lega e Meloni hanno costruito una parte importante del loro consenso. A chi governa, però, bisogna chiedere conto dei risultati. La paura può portare voti; non produce automaticamente sicurezza. E un annuncio di espulsione o di “blocco navale” non equivale a un rimpatrio eseguito. Prima di discutere chi mandare via, chiariamo quali libertà vogliamo difendere.

Non accetto che l’accusa di “islamofobia” venga usata per mettere a tacere qualsiasi critica all’Islam o per schermare pratiche autoritarie e discriminazioni contro le donne. Una religione, come qualsiasi sistema di idee, deve poter essere discussa e criticata. La libertà religiosa non rende le dottrine immuni dal dissenso. Esistono interpretazioni e pratiche dell’Islam incompatibili con la libertà individuale. Il radicalismo islamista pretende di subordinare le coscienze e la società ad un potere religioso. Va contrastato senza reticenze e non esiste un Islam “moderato” capace di contrastare quello radicale. Ma bisogna indicare con precisione ciò che difendiamo: la parità giuridica tra uomo e donna, la libertà di credere e di non credere, di cambiare religione, di scegliere il proprio compagno, di studiare e lavorare senza il permesso di un’autorità familiare o religiosa. Nessuna tradizione può giustificare violenza, coercizione o imposizione di regole parallele.

Questi principi valgono per tutti. Non richiedono un esame sulla fede professata: richiedono il rispetto della libertà individuale ed altrui.
Anche richiamare le radici cristiane esige onestà storica. La pari dignità davanti a Dio non ha coinciso, nei secoli, con una piena uguaglianza di diritti e ruoli sociali, pur avendo quei presupposti che l’Islam invece nega. Le libertà conquistate in Occidente vanno difese per ciò che garantiscono oggi ad ogni persona di qualsiasi sesso o religione.

È qui che lo slogan della remigrazione mostra la propria ambiguità.

Se significa rimpatriare chi non ha diritto a restare, occorre spiegare come rendere effettivi i rimpatri. Se significa allontanare persone sulla base della loro origine o religione, anche quando soggiornano legalmente e rispettano le leggi, allora entra in conflitto con quei principi liberali che si pretende di difendere. La responsabilità è individuale. Anche quella penale. Una politica liberale giudica condotte e condizioni giuridiche, non attribuisce colpe collettive. Al governo chiederei quindi un piano concreto. Anzitutto, procedure di identificazione e di esame delle domande d’asilo rapide, con personale sufficiente e decisioni motivate. Chi ha diritto alla protezione deve ottenerla; chi non ne ha diritto deve ricevere una decisione effettivamente eseguibile, con le garanzie previste.

Poi accordi di riammissione operativi con i Paesi d’origine: identificazione consolare, documenti di viaggio, collegamenti e risorse. Senza questi strumenti, il foglio di espulsione rischia di restare un pezzo di carta. I rimpatri devono rispettare i diritti fondamentali, compreso il divieto di rinviare persone verso persecuzioni o trattamenti inumani. È un vincolo con cui costruire una politica praticabile.
Occorre inoltre concentrare il contrasto alla criminalità su chi delinque, italiano o straniero, e utilizzare gli strumenti di allontanamento consentiti dalla legge quando ne ricorrono le condizioni. Chi subisce una rapina vuole una risposta efficace, non l’ennesima disputa televisiva sull’identità religiosa dell’aggressore.

Sul versante degli ingressi regolari, servono procedure legate a una domanda di lavoro verificabile, controlli contro i contratti fittizi e responsabilità per chi sfrutta i lavoratori. Chi viene per lavorare deve poterlo fare legalmente e provvedere al proprio mantenimento. Quanto all’assistenza, il principio da proporre è chiaro: il solo arrivo non deve costituire un titolo automatico a qualsiasi sussidio. Restano l’assistenza essenziale dovuta, la tutela dei minori e dei diritti fondamentali; per le altre prestazioni vanno definiti requisiti ragionevoli di soggiorno e, dove pertinente, di lavoro e contribuzione, nel rispetto delle norme applicabili.

Infine, il governo dovrebbe pubblicare periodicamente risultati e costi: tempi delle procedure, rimpatri eseguiti, accordi funzionanti, ingressi per lavoro e irregolarità riscontrate. Gli elettori devono poter misurare la distanza tra le promesse e ciò che accade. C’è poi una contraddizione economica che questa destra deve affrontare. Lo stesso governo ha programmato 497.550 quote d’ingresso per lavoro nel triennio 2026–2028. Evidentemente riconosce un fabbisogno di lavoratori stranieri. Lo spieghi ai cittadini e lo concili con il linguaggio usato nei comizi. Io sarei favorevole a cambiare radicalmente il sistema previdenziale, ampliando la libertà di ciascuno di costruirsi una pensione attraverso risparmio e strumenti privati a capitalizzazione. Naturalmente affrontando il costo della transizione e gli impegni già assunti.

Ma chi vuole conservare – come questa destra – il sistema a ripartizione, promettere pensionamenti anticipati e sostenere la sanità pubblica universale deve spiegare come finanziare queste scelte in una società che invecchia. L’immigrazione non è una soluzione miracolosa: contano occupazione regolare, produttività, salari e contributi. Nemmeno si può ignorare questa parte del problema e presentare poi il conto a chi già lavora. La sicurezza è un compito essenziale dello Stato. Questo non autorizza a usare l’immigrazione per oscurare tasse, costo del lavoro, burocrazia e difficoltà di chi produce Credo che una proposta seria debba tenere insieme libertà, responsabilità individuale, sostenibilità economica e rispetto delle regole.

Al governo chiediamo questo: indicare chi può entrare, a quali condizioni, come proteggere chi ne ha diritto e come rimpatriare chi deve partire. Con tempi, risorse e risultati verificabili. La remigrazione può riempire un comizio di gente arrabbiata che specula sulla paura. Governare richiede di spiegare che cosa si farà il giorno dopo, sul serio e con numeri e risultati verificabili.

Andrea Bernaudo, 5 ottobre 2026

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