Politico Quotidiano

La sinistra si mette in coda: ecco chi vuole candidare Albanese

Pd, Avs e M5s giurano di non volerla “tirare per la giacchetta”, ma intanto la corteggiano tra inviti, applausi e porte del Parlamento spalancate

Albanese
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C’è una specialità in cui la sinistra italiana non conosce crisi: trasformare ogni figura controversa in una candidatura morale. Non importa il curriculum politico, non importa il profilo istituzionale, non importa neppure se il personaggio in questione sia più adatto a una tribuna Onu che a una scheda elettorale. L’importante è che diventi simbolo. Meglio ancora: bandiera. Anzi, vessillo. Possibilmente con spilla a forma di anguria sul bavero. Il nome che oggi torna a scaldare i cuori del campo largo è quello di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati. Ufficialmente, guai a “tirarla per la giacchetta”. Ufficialmente, tutti precisano che il suo lavoro internazionale resta centrale. Ufficialmente, nessuno pensa alle liste, alle urne, ai collegi, ai seggi. Poi però, appena il dipartimento del Tesoro americano decide di escluderla dalla lista delle persone sottoposte a sanzioni, parte il coro.

Nel Pd, in Avs, nel Movimento 5 Stelle: tutti commossi, tutti sollevati, tutti pronti a intestarsi il caso. Arturo Scotto, deputato dem, la mette così ai microfoni del Foglio: “Quelle sanzioni erano uno scandalo. Ed è una vergogna che in tutto questo tempo il governo non abbia detto niente”. Nicola Fratoianni rilancia: “Francesca Albanese fa uno splendido e importantissimo lavoro. Sono felicissimo che le indegne sanzioni, contro cui il nostro governo non ha nemmeno balbettato qualcosa e sarebbe bene che lo facesse visto che è una nostra cittadina italiana, siano state sospese. È una figura importantissima in questo momento per raccontare quello che accade in Palestina e in Cisgiordania”. E dal Movimento 5 stelle arriva l’immarcescibile incenso: “Il nostro supporto rispetto al suo lavoro, che ha fatto vedere tutto l’orrore di quel che succede a Gaza, è massimo. Mi auguro che finalmente colei che ha rappresentato una luce, in mezzo a una delle pagine più buie dell’occidente, riceva il rispetto che merita”.

Eccolo qui, il meccanismo perfetto. Prima si costruisce il martire. Poi si denuncia il silenzio del governo. Poi si invoca il Parlamento. Infine, con aria distratta, si dice che parlare di candidatura è “prematuro”. Traduzione dal politichese: se funziona nei sondaggi, ci pensiamo eccome. Del resto, il precedente ormai è scuola. Ilaria Salis è stata trasformata in eurodeputata mentre la sinistra spiegava al Paese che non era una candidatura politica ma una battaglia di civiltà. Aboubakar Soumahoro fu presentato come il volto nuovo della sinistra sociale, prima che la realtà si incaricasse di rovinare la sceneggiatura. Ora l’album delle figurine potrebbe aggiornarsi con la Albanese: un’altra candidatura ad alto tasso simbolico, perfetta per comizi indignati, piazze militanti e talk show con sopracciglio addolorato.

Il rapporto tra Albanese e pezzi della sinistra, d’altra parte, non nasce ieri. Avs l’ha già accolta, ascoltata, applaudita. Bonelli e Fratoianni erano in prima fila al Monk di Roma lo scorso settembre. Non proprio un convegno neutro di diritto internazionale. Più una prova generale di investitura politica. Ma niente, per carità: nessuno tira giacchette. Al massimo si lucidano i bottoni. Anche il Pd, che teoricamente dovrebbe avere qualche cautela in più, tiene aperto il canale. Scotto dice che “con lei il confronto è continuo”. E i grillini, sempre pronti a trasformare ogni causa globale in una campagna elettorale permanente, spalancano le porte: “Se vorrà, per noi le porte del Parlamento per lei saranno sempre spalancate. Anzi, mi auguro possa venire quante più volte possibile”.

Spalancate, appunto. Prima le porte del Parlamento. Poi, magari, quelle delle liste. Poi, chissà, quelle di Bruxelles o di Montecitorio. La sinistra funziona così: prende una causa, la incarta nella carta stagnola della superiorità morale, ci mette sopra un fiocco rosso-verde, e la presenta agli elettori come obbligo etico. Intanto si muove anche l’orbita Di Battista. Nell’associazione “Schierarsi” si minimizza l’ipotesi elettorale, ma nessuno nasconde il rapporto personale tra l’ex deputato e Albanese: “Sono molto amici e si stimano”. Che meraviglia. La politica italiana è piena di amicizie che non vogliono dire nulla fino al giorno in cui diventano simboli su un manifesto.

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Il punto, però, è più largo. La sinistra ha capito che sul tema Israele-Palestina può costruire una mobilitazione emotiva. Conte chiede di “stracciare l’accordo militare con Israele”. Avs cavalca la Flotilla. Il Pd cerca di non farsi scavalcare troppo. In questo scenario, la Albanese diventa potenzialmente l’arma perfetta per il campo largo: istituzionale quanto basta per essere presentata come autorevole, divisiva quanto serve per incendiare la campagna elettorale, simbolica al punto giusto per mettere insieme pacifisti, movimentisti, grillini, sinistra radicale e dem in crisi di identità.

Il problema è che la sinistra, quando non sa più parlare al Paese reale, si rifugia nei santini. Non propone un progetto: candida un’icona. Non discute di tasse, sicurezza, salari, imprese, scuola, sanità: organizza processioni laiche. Dopo Salis, dopo Soumahoro, ora forse Albanese. Sempre lo stesso copione: l’improbabile diventa necessario, il discutibile diventa intoccabile, il simbolo prende il posto della politica. E poi dicono che non vogliono tirarla per la giacchetta. Certo. La giacchetta no. La lista elettorale, magari, sì.

Franco Lodige, 22 maggio 2026

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