La legge elettorale dal 7 luglio entrerà nel vivo. Nel testo base, il Bignami bis (per gli amici Stabilicum, o Melonellum a seconda delle testate), il quadro è già scolpito: proporzionale con premio di maggioranza al 42%, niente ballottaggio, soglia di sbarramento al 3%, liste bloccate. Niente preferenze.
Il vero nodo non è il premio di governabilità, sul quale l’accordo nel centrodestra è chiuso da tempo, ma le preferenze ovvero la facoltà, per l’elettore, di scegliersi il proprio deputato o il proprio senatore, e non solo il simbolo.
Tutti invocano le preferenze, ma nessuno le vuole davvero. È un simulacro di battaglia democratica, recitato a destra come a sinistra con identico fervore e identica malafede. Perché la posta non è la sovranità dell’elettore, ma il controllo della segreteria sulle liste. Chi sceglie i nomi, comanda. E nessun leader, di qualunque colore, ha intenzione di mollare quella leva.
LA DESTRA RECITA
Fratelli d’Italia ha issato le preferenze come vessillo identitario: Giorgia Meloni le ha sempre volute, lo ripete da anni. Peccato che, alla resa dei conti, il partito abbia di fatto rinunciato a presentare un emendamento in solitaria, per il timore, tutt’altro che peregrino, di vederlo affossato dal voto segreto invocato dagli stessi alleati. Resta in piedi soltanto l’ipotesi di un emendamento unitario di coalizione: oggetto a tutt’oggi introvabile, giacché Lega e Forza Italia sono tetragone nel no. Il risultato è una callida partita di giro, dove si proclama il principio sapendo di non doverlo poi sottoporre al voto.
E poi c’è Roberto Vannacci, che soffia sul fuoco con la veemenza del nuovo arrivato: invita il centrodestra a metterci la faccia e chiede alla premier di vietare agli alleati il voto segreto, fingendo di ignorare che quel voto possono chiederlo anche le opposizioni (bastano venti deputati). Una mossa a costo zero, buona solo a marcare il territorio mentre i sondaggi lo coccolano, tanto il conto lo paga Salvini, scivolato ai minimi e scavalcato tanto da AVS quanto dallo stesso Futuro Nazionale: il montante (destro) assestato alla mandibola, è arrivato a segno! Forza Italia, stabile attorno all’8%, resta contraria per puro e freddo calcolo di apparato, Tajani è circondato dai Berlusconi che stanno mandando chiari segnali di indifferenza e mantenere il controllo delle liste per lui è una questione vitale.
IL CAMPO LARGO RECITA
A sinistra il copione è identico, recitato con accento diverso. AVS contraria, M5S favorevole a parole, PD spaccato in tre anime. L’indizio dirimente è uno solo: né il Pd, né il M5S, né AVS hanno depositato un emendamento ad hoc sulle preferenze. Molto rumore, per nulla, nessuna azione, nessun atto formale.
Nel PD c’è l’area Schlein, che minimizza la spaccatura ma ha tutto l’interesse per liste gestibili sotto una chiara catena di comando.
C’è l’ala riformista, con Bonaccini, che delle preferenze fa una questione di qualità democratica e di legame col territorio. E ci sono gli eredi di Articolo 1 e gli ex franceschiniani, prudenti per tutt’altra ragione: temono che le preferenze riattivino rivalità interne e personalismi.
Bonaccini lo dice senza perifrasi, che a scegliere debbano essere i cittadini e non quattro dirigenti chiusi in una stanza a Roma. Ineccepibile. Salvo che, nel PD, le preferenze non sono una regola elettorale: sono un misuratore del peso delle correnti e dei singoli (De Luca docet). E nessuna segreteria regala ai propri oppositori interni la bilancia per pesarsi.
IL VERO COPIONE
Tolta la maschera, il copione è uno solo, e trasversale: il controllo delle candidature. Le motivazioni nobili esistono, e non vanno liquidate: le preferenze gonfiano a dismisura i costi delle campagne e, in certe aree del Paese, riaprono il varco alle infiltrazioni della criminalità organizzata. Tutto vero. Ma è una comoda foglia di fico.
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Esiste poi un ostacolo tecnico reale, che nessuno ha voglia di affrontare: gli attuali collegi sono troppo grandi e disomogenei perché una competizione a preferenze non generi squilibri grotteschi tra province grandi e piccole nello stesso bacino. Argomento serio, usato però come paravento, non come problema da risolvere.
Lo scenario più probabile, a conti fatti, è anche il più prevedibile: niente ballottaggio, premio solo oltre il 42% in entrambe le Camere, preferenze escluse. Il testo è blindato, e la pausa estiva calerà sull’Aula come un sipario. Resta una morale non edificante. La distanza tra eletto ed elettore, che tutti giurano di voler colmare, conviene a tutti che resti esattamente dov’è.
Giulio Galetti, 30 giugno 2026
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