Politico Quotidiano

“Non fate come l’Italia”. Il patetico video di Richard Gere sui migranti

L'attore torna alla carica del governo per denunciare il ricorso ai Cpr e ai centri in Albania

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Richard Gere è tornato. E quando Richard Gere parla di immigrazione, in genere sappiamo già come va a finire. Questa volta l’attore americano presta volto e voce ad ActionAid per spiegare all’Europa come dovrebbe gestire i migranti. «La paura sta sostituendo la compassione», dice. E ancora: «La migrazione può essere gestita senza condizioni disumane, senza indebolire il diritto di chiedere asilo e senza trattare i diritti umani come ostacoli». Poi arriva l’affondo contro i rimpatri, la detenzione e soprattutto contro il modello Albania voluto dall’Italia, che secondo Gere rischierebbe di diventare il futuro della politica migratoria europea.

Secondo l’attore, di questi tempi «le persone vengono ridotte a numeri, problemi o minacce» e «la detenzione, la deportazione e l’invio di persone oltre i confini europei vengono sempre più presentati come soluzioni normali». Come nel caso dell’Italia, che apre i centri per i rimpatri lontano dal Belpaese così da «sottrarre il tema al dibattito pubblico». «Ciò che accade lì potrebbe diventare un modello per il modo in cui l’Europa gestirà la migrazione in futuro”, lancia l’allarme l’attore. «Siamo tutti migranti. Difendiamo la nostra comune umanità finché siamo ancora in tempo».

Tutto molto bello. Però manca un piccolo dettaglio.

Nessuno, almeno in Italia, propone di abolire il diritto d’asilo. Nessuno sostiene che i diritti umani siano un «ostacolo». Ma nessuno dovrebbe confondere il diritto di chiedere protezione con il diritto automatico di restare in Europa per sempre. Perché se una domanda viene respinta, se uno straniero non ha titolo per soggiornare sul territorio nazionale e se esiste un provvedimento di espulsione, prima o poi qualcuno dovrà pur spiegare come quel provvedimento debba essere eseguito. Con la compassione?

Il paradosso è che persino i numeri utilizzati per sostenere la tesi di ActionAid raccontano un problema un po’ diverso. Nel 2025 l’Italia ha effettuato 4.784 rimpatri forzati; 1.732 sono partiti dai Cpr. Nei centri sono entrate 6.835 persone e solo il 25,3 per cento è stato effettivamente rimpatriato. Da qui la conclusione: i Cpr non funzionano. Può darsi. Ma esiste anche un’altra domanda, molto meno hollywoodiana: perché lo Stato riesce a rimpatriare così poche persone che dovrebbe rimpatriare? Perché il problema dell’immigrazione irregolare è esattamente questo. Non basta emettere un foglio di via. Servono identificazioni, accordi con i Paesi d’origine, documenti, voli, procedure e la disponibilità degli Stati interessati a riprendersi i propri cittadini. Dire che i Cpr funzionano male sarà anche legittimo. Da qui a sostenere che trattenimento e rimpatrio siano diventati qualcosa di moralmente sospetto, però, ce ne passa. La verità non è che dovremmo abolire i Cpr, ma fare in modo che il tasso di rimpatrio aumenti.

Ma questo Gere non può certo dirlo. In fondo è lo stesso che criticò le politiche di Salvini, che salì a bordo della Open Arms,  «Siamo tutti migranti». No. Siamo tutti esseri umani, certamente. Ma non siamo tutti nella stessa condizione giuridica. C’è chi entra legalmente, chi ottiene asilo, chi ha un permesso di soggiorno e chi invece riceve un ordine di espulsione. Mettere tutto nello stesso calderone sarà pure molto compassionevole, ma non aiuta a governare un fenomeno complesso.

E qui sta il punto. Gere dice che «la paura sta sostituendo la compassione». Il problema è che uno Stato non governa soltanto con la compassione. Governa con le leggi. Può e deve garantire condizioni dignitose nei Cpr, impedire abusi, rendere trasparenti le procedure e tutelare chi ha diritto alla protezione. Ma deve anche essere capace di dire una cosa banalissima: chi ha diritto a restare, resta. Chi non ce l’ha, dopo tutte le garanzie previste dalla legge, dovrebbe tornare nel proprio Paese.

Altrimenti il diritto d’asilo smette di essere un diritto regolato e diventa, nei fatti, un lasciapassare permanente. Entrata libera. ‘Ndo cojo cojo. Liberi tutti. Richard Gere può non gradirlo. ActionAid può contestarlo. Si può discutere se il modello Albania sia costoso, efficace oppure un fallimento, ma alla fine resta una domanda semplicissima: se una persona non ha diritto all’asilo, non ha diritto al soggiorno e riceve legittimamente un decreto di espulsione, cosa dovrebbe fare lo Stato? Perché dire «siamo tutti migranti» è facile. Lasciare che tutti restino in Europa è altrettanto semplicistico. Ma quando un irregolare commette un reato, magari odioso come uno stupro o un omicidio, chi lo spiega alla famiglia della vittima che quel migrante non aveva diritto di restare in Italia ma non si è trovato il modo di rispedirlo al suo Paese?

Enrico Foscarini, 5 ottobre 2026

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