Una verità che ormai comincia a diventare evidente è che la civiltà giuridica europea, nata per proteggere l’uomo, rischia oggi di indebolire lo Stato nel suo compito più antico e fondamentale: garantire la sicurezza.
Diritti fondamentali, privacy, proporzionalità e tutela dei dati personali sono tutti principi nobili. Il problema nasce quando questi principi, invece di bilanciare l’azione pubblica, finiscono per paralizzarla. E quando ciò accade nel campo della sicurezza, la questione non è più accademica, ma drammaticamente pericolosa.
Il recente schema di decreto legislativo sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte delle forze di polizia ne è un esempio chiarissimo. Il provvedimento discende dal regolamento europeo sull’intelligenza artificiale e si presenta con il consueto linguaggio rassicurante delle garanzie: approccio antropocentrico, controllo umano, trasparenza, proporzionalità, tutela dei diritti. Tutto molto nobile sul piano formale. Nella sostanza, però, il risultato è una forte limitazione all’uso di strumenti tecnologici che potrebbero rendere molto più efficace l’azione investigativa e repressiva dello Stato.
Il riconoscimento facciale, l’identificazione biometrica e l’intelligenza artificiale applicata ai sistemi di videosorveglianza, infatti, nonostante la loro straordinaria efficacia, vengono ammessi solo in casi determinati, solo per specifici reati, con autorizzazioni, limiti temporali, aree delimitate, reati selezionati e persone già individuate. È invece illegittimo mantenerli attivi permanentemente e per il contrasto a qualsiasi reato. In altre parole, lo Stato possiede strumenti modernissimi, ma decide di usarli con il freno tirato.
Osservo allora che, se una tecnologia può essere utilizzata solo per alcuni reati, non potrà essere utilizzata per tutti gli altri. Se può essere utilizzata solo in certe circostanze, significa che in tutte le altre lo Stato rinuncia preventivamente alla sua efficacia. È come avere una medicina capace di curare molte malattie e scegliere di debellarne soltanto alcune.
Questo appare particolarmente assurdo quando si parla di latitanti, evasi, persone colpite da ordini di arresto o comunque sottratte alla giustizia. Chi fugge dalla legge non può pretendere che la propria privacy pesi quanto il diritto dei cittadini a vivere in uno Stato capace di far rispettare le proprie decisioni. La riservatezza di chi si nasconde deve essere recessiva rispetto alla sicurezza collettiva.
Nessuno auspica uno Stato arbitrario, onnisciente o privo di controlli. Tra l’abuso dello Stato e la resa dello Stato alla criminalità esiste però una via ragionevole: usare pienamente la tecnologia, controllarne l’impiego, sanzionarne gli abusi, ma non rinunciare in partenza alla sua forza. L’Europa, invece, troppo spesso confonde il controllo con la paralisi. Il risultato è che la criminalità corre mentre lo Stato compila valutazioni d’impatto. Il delinquente si muove, mentre le amministrazioni verificano log, autorizzazioni, banche dati, limiti temporali e condizioni di utilizzo. La tecnologia avanza, ma la sovranità arretra.
Da questo punto di vista, il caso britannico è significativo. Il Regno Unito sta introducendo norme molto severe per limitare l’accesso dei minori ai social network e proteggerli dai rischi della rete. Si tratta certamente di misure discutibili, da valutare nella loro efficacia e nei loro effetti concreti. Il punto, però, è che Londra decide da Stato sovrano e si assume la responsabilità politica delle proprie scelte, non dovendo più sottostare alle limitazioni imposte dall’Unione Europea.
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L’Italia, come gli altri Paesi dell’Unione, vive invece all’interno di una rete sempre più fitta di regolamenti, direttive, autorità indipendenti, vincoli sovranazionali e bilanciamenti obbligati. Il cittadino vota a Roma, ma la cornice effettiva delle decisioni viene spesso definita altrove. Quando questo riguarda l’economia, il problema è serio. Quando riguarda la sicurezza, diventa allarmante. La sicurezza, infatti, non è una materia qualunque: è il fondamento stesso dello Stato. Uno Stato che non può utilizzare fino in fondo gli strumenti migliori per proteggere i cittadini dai criminali non è necessariamente più civile.
La privacy dei cittadini onesti va tutelata; la clandestinità dei delinquenti no. Se l’Europa non accetta questa differenza, continuerà a costruire una civiltà giuridica sempre più raffinata, ma sempre meno capace di difendere chi rispetta la legge. E una civiltà che rinuncia a difendersi, prima o poi, smette di essere una civiltà.
Giorgio Carta, 18 giugno 2026
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


