Politico Quotidiano

Perché questa reunion dei Landini Boys deve preoccuparci un po’

Via la Bossi-Fini, dentro la patrimoniale. Landini presenta il suo programma, ma gli alleati si dividono subito. E sulla leadership resta una guerra senza esclusione di colpi

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Il programma di governo del campo largo? Abolire la Bossi-Fini, tassare i patrimoni e, possibilmente, trovare il tempo di mettersi d’accordo su qualcosa. Al teatro Brancaccio di Roma, Maurizio Landini ha convocato i leader del centrosinistra per discutere di lavoro, salari e fisco. L’obiettivo dichiarato era favorire l’unità della coalizione. Il risultato, almeno a giudicare dalle reazioni, è stato l’ennesimo assaggio di quello che potrebbe attendere gli italiani in caso di vittoria elettorale delle opposizioni: una maggioranza divisa praticamente su tutto, capace di litigare persino sulle proposte che dovrebbero rappresentare il collante della futura alleanza.

Il segretario della Cgil ha presentato il suo ricettario politico senza troppi giri di parole. A partire dall’immigrazione. “Occorre cancellare la legge Bossi-Fini, perché vuol dire mettere nelle condizioni tante persone di non essere clandestine”, ha spiegato Landini. Poi la richiesta di intervenire sugli extraprofitti per contrastare il caro bollette, la cancellazione dei cosiddetti contratti pirata, lo stop al subappalto a cascata e una revisione delle norme sulla precarietà. Non poteva mancare il riferimento allo sciopero generale del 20 novembre, proclamato prima ancora di conoscere la manovra. Una circostanza che il sindacalista non ha certo nascosto, rivendicando anzi la scelta di scendere in piazza insieme agli studenti.

Ma il vero spettacolo è cominciato quando si è arrivati al fisco. Landini ha rispolverato la patrimoniale, naturalmente confezionata sotto l’etichetta più rassicurante di “contributo di solidarietà”. L’obiettivo dichiarato è raccogliere 25 miliardi di euro attraverso un prelievo dell’1% sui più ricchi, con la soglia dei due milioni di euro indicata dal leader sindacale. Risorse da destinare a scuola, sanità, pubblico impiego e politiche industriali. La solita ricetta: per risolvere i problemi del Paese si comincia mettendo mano al portafoglio di qualcuno. E pazienza se gli effetti di queste operazioni sono tutt’altro che scontati.

La proposta, però, ha avuto almeno un merito: mostrare quanto sia fragile la presunta unità del campo largo. Elly Schlein ha aperto alla discussione, prendendo di mira la destra e sostenendo che la soluzione sarebbe arrivata proprio dalla manovra del governo. Giuseppe Conte, invece, ha frenato. “Sulla patrimoniale, se volete facciamo un seminario, discutiamone concretamente”, ha osservato il leader del Movimento 5 Stelle, ricordando i problemi incontrati da misure analoghe in diversi Paesi europei. Tra contenziosi e capitali facilmente trasferibili oltreconfine, il rischio è che il gettito sperato rimanga soltanto sulla carta.

Perplessità sono arrivate anche da Riccardo Magi e Maria Elena Boschi. Quest’ultima ha ricordato che i patrimoni più elevati sono anche quelli più facili da spostare, con il pericolo di perdere persino il gettito fiscale esistente. Nicola Fratoianni, al contrario, ha respinto l’obiezione: “Questa cosa che scappano non è vera, riflettiamoci. Dobbiamo avere coraggio altrimenti rischiamo di non farcela neanche stavolta”. Insomma, una proposta, cinque interpretazioni e nessuna sintesi. Il tutto nello stesso teatro, nella stessa giornata e, teoricamente, dalla stessa parte politica.

Il problema, naturalmente, va ben oltre la patrimoniale. Il centrosinistra continua a presentarsi come un’alternativa di governo senza riuscire a dimostrare di possedere una visione comune. Schlein deve tenere insieme le diverse anime della coalizione, Conte non sembra intenzionato a rinunciare alla propria autonomia, mentre gli alleati si dividono anche quando si tratta di individuare gli strumenti con cui finanziare le rispettive promesse. Sullo sfondo resta la questione più ingombrante: chi dovrebbe guidare questa compagnia? Perché alla competizione sulle idee si sovrappone inevitabilmente quella sulla leadership, con il Pd e il Movimento 5 Stelle impegnati a difendere i rispettivi spazi politici. Tutti invocano l’unità, purché non comporti rinunciare a qualcosa.

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Ed è proprio questo il punto. Se il campo largo fatica a trovare un’intesa su una proposta fiscale, figuriamoci cosa potrebbe accadere davanti alle scelte ben più complicate che attendono un governo. Dall’immigrazione alla politica economica, dalle priorità di bilancio alle grandi questioni internazionali, ogni dossier rischierebbe di trasformarsi in una trattativa permanente, con veti incrociati e distinguo quotidiani. Una coalizione nella quale ciascuno pretende di dettare la linea e nessuno appare disposto a seguire quella degli altri.

Il paradosso è che, nel disperato tentativo di trovare un minimo comune denominatore, il campo largo rischia di convergere proprio sulle ricette più ideologiche: nuove tasse, nuovi prelievi, nuove incursioni dello Stato nelle tasche dei contribuenti. E neppure su quelle, come dimostra la giornata del Brancaccio, riesce davvero a mettersi d’accordo.

Quella andata in scena a Roma avrebbe dovuto essere una prova generale di unità. Si è trasformata nell’anteprima di un possibile programma horror di governo: una coalizione impegnata a discutere su chi debba comandare, su quali promesse mantenere e su chi debba pagare il conto. Con il rischio, tutt’altro che trascurabile, che alla fine a pagarlo siano sempre gli italiani.

Massimo Balsamo, 6 novembre 2026

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