Il cantiere programmatico del campo largo comincia a delineare una ricetta economica che guarda soprattutto alla redistribuzione, all’espansione dell’intervento pubblico e a una maggiore imposizione fiscale. Le trattative tra Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e alleati sono appena cominciate, ma alcune coordinate sono già riconoscibili. Il ritorno di una forma di Reddito di cittadinanza, il salario minimo portato intorno ai 10 euro lordi l’ora, la riduzione per legge dell’orario di lavoro e una nuova tassazione dei grandi patrimoni sono temi destinati a pesare nella piattaforma comune.
Non si tratta ancora di un programma elettorale definitivo. Sarebbe quindi prematuro attribuire alla coalizione un progetto economico già confezionato in ogni dettaglio. Ma gli atti parlamentari, le dichiarazioni dei dirigenti e i documenti elaborati nell’area dem consentono di individuare una direzione piuttosto precisa. Il problema è che, dietro promesse apparentemente generose, si intravede il rischio di un sistema che interviene sui risultati dell’economia senza occuparsi abbastanza delle condizioni necessarie per produrli.
A farne le spese potrebbero essere soprattutto i giovani: proprio quella generazione alla quale la politica dovrebbe garantire maggiori opportunità di ingresso nel mercato del lavoro, possibilità di carriera e prospettive di crescita salariale.
Reddito di cittadinanza, 34,6 miliardi per un risultato deludente
La prima bandiera è quella del Reddito di cittadinanza, che Giuseppe Conte vuole riportare al centro della politica sociale. Il leader pentastellato non ha lasciato molti dubbi sulle intenzioni: «Ma certo che sì. La misura c’è in realtà anche oggi, la dobbiamo però assolutamente rivedere, rendere molto più efficace». Il nome potrebbe cambiare, magari attraverso una riforma dell’Assegno di inclusione e del Supporto per la formazione e il lavoro, ma il principio politico che si vuole recuperare è quello di un sostegno economico molto più esteso.
Sul tema anche il Pd ha mostrato disponibilità. «Il tema non è il nome, ma il principio che è condiviso e va adattato all’attuale contesto sociale», ha spiegato Francesco Boccia, capogruppo dem al Senato. L’obiettivo dichiarato è costruire una protezione sociale capace di garantire «a tutti il diritto a una vita dignitosa». Una posizione sulla quale converge anche Avs, con Angelo Bonelli che considera il ritorno di una misura di questo tipo una priorità.
Persino Italia Viva, che in passato aveva contestato duramente il sussidio, non sembra intenzionata a fare muro. Raffaella Paita ha dichiarato: «Siamo disponibili a discutere, ovviamente parlando anche di eventuali correttivi per evitare truffe e malfunzionamenti». La presidente dei senatori renziani ha inoltre rivendicato il principio di un intervento contro la povertà, ricordando il precedente del Reddito di inclusione.
Il problema è che l’esperienza italiana dovrebbe suggerire qualche cautela in più. Il Reddito di cittadinanza è costato 34,6 miliardi di euro in cinque anni, con una spesa che ha raggiunto gli 8,87 miliardi nel 2021. Nonostante l’enorme impegno finanziario, la povertà assoluta non è stata abolita, come prometteva la narrazione pentastellata, e l’impatto sull’inserimento lavorativo è rimasto molto inferiore alle aspettative.
Dei circa 1,15 milioni di beneficiari considerati occupabili, appena 152mila sarebbero stati ricollocati attraverso il sistema dei navigator: circa il 13%. Un risultato che mette in discussione l’efficacia di un impianto nel quale il trasferimento monetario ha finito per avere un peso molto maggiore rispetto all’attivazione professionale.
Non è soltanto una questione di risorse sprecate. Un sussidio che si avvicina troppo a una rendita permanente rischia di alterare gli incentivi individuali, soprattutto quando la differenza tra il beneficio ricevuto e il reddito ricavabile da un lavoro poco qualificato è ridotta. Il problema diventa ancora più evidente in presenza di occupazioni irregolari, perché la combinazione tra assegno pubblico e lavoro nero può risultare economicamente conveniente.
La distribuzione territoriale della misura racconta un’altra parte della storia. Napoli concentrava circa il 13% dei percettori nazionali, mentre la Campania arrivava al 20%. Non sorprende quindi che proprio nel Mezzogiorno il tema sia diventato un elemento identitario della proposta politica pentastellata. Ma il punto dovrebbe essere un altro: perché territori che hanno assorbito una quota così rilevante di risorse non sono riusciti a trasformarle in maggiori opportunità occupazionali?
Anche il confronto con quanto accaduto dopo la fine del programma merita attenzione. Tra la chiusura del Reddito di cittadinanza e i dati successivi, gli occupati sono aumentati di 582mila unità, passando da 23,754 a 24,336 milioni. I lavoratori a tempo indeterminato sono cresciuti di quasi 940mila unità, mentre quelli a termine sono diminuiti di 266mila. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 7,2 al 5%. Questi numeri non dimostrano che la fine del sussidio abbia prodotto automaticamente nuova occupazione, perché sul mercato del lavoro agiscono molti fattori. Ma certamente non confermano l’idea che senza il Reddito di cittadinanza fosse impossibile proteggere le persone in difficoltà.
Con l’Assegno di inclusione e il Supporto per la formazione e il lavoro è stato inoltre possibile mantenere un sistema di protezione più selettivo, destinato alle situazioni di effettiva fragilità, ottenendo nel primo biennio un risparmio per l’erario superiore a 5,19 miliardi. È questa la distinzione che dovrebbe guidare il dibattito: aiutare chi non può lavorare non significa rendere conveniente non lavorare.
Salario minimo a 10 euro: il rischio di comprimere la contrattazione
Il secondo pilastro è il salario minimo legale. La proposta originaria delle opposizioni fissava una soglia di 9 euro lordi all’ora. Considerando l’inflazione maturata, la nuova cifra di riferimento potrebbe avvicinarsi ai 9,61 euro, con un arrotondamento politico a 10 euro.
Anche in questo caso la promessa è facilmente spendibile: aumentare le retribuzioni più basse e garantire una soglia di dignità economica a chi oggi percepisce compensi insufficienti. Ma una legge non può sostituire automaticamente la complessità della contrattazione tra imprese e lavoratori.
In Italia esiste già un sistema articolato di contratti collettivi nazionali, che stabiliscono minimi retributivi e altri elementi economici e normativi. Intervenire con una soglia legale uniforme può sembrare una protezione aggiuntiva, ma comporta anche un rischio: trasformare il nuovo minimo nel riferimento ordinario per una parte delle imprese, soprattutto nei settori caratterizzati da bassa produttività e ridotti margini.
In altre parole, un livello introdotto per tutelare i lavoratori più deboli potrebbe diventare un punto di arrivo anziché una soglia di partenza. Le aziende avrebbero un parametro facilmente identificabile per contenere le retribuzioni, mentre la contrattazione collettiva perderebbe parte della propria centralità.
C’è poi il problema dei costi. Le stime relative agli interventi compensativi per le imprese oscillano tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro all’anno. Il meccanismo rischia quindi di produrre un paradosso: lo Stato impone un aumento dei costi del lavoro e successivamente deve intervenire con risorse pubbliche per attenuarne le conseguenze sulle aziende. Una parte del conto finirebbe comunque sui contribuenti.
La vera questione salariale italiana, del resto, non si risolve soltanto stabilendo una cifra per legge. Occorre aumentare la produttività, favorire gli investimenti, ridurre il peso fiscale sul lavoro e rendere più conveniente per le imprese riconoscere aumenti retributivi. Senza questi interventi, il rischio è che la norma produca più rigidità che benessere.
Settimana di 32 ore: meno lavoro non significa automaticamente più benessere
Il terzo capitolo riguarda la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore settimanali a parità di salario. È una proposta che torna periodicamente nel dibattito politico, soprattutto quando si avvicinano le scadenze elettorali. La suggestione è quella di liberare tempo per la vita privata senza rinunciare a una parte della retribuzione.
Ma tra l’obiettivo e la sua realizzazione esiste una differenza sostanziale. Ridurre per legge le ore lavorate mantenendo invariati gli stipendi significa aumentare il costo del lavoro per ogni ora effettivamente prestata. Per un’impresa ad alta produttività potrebbe essere un cambiamento gestibile, soprattutto se accompagnato da innovazione tecnologica e riorganizzazione dei processi. Per una piccola azienda, un’attività commerciale o un’impresa con margini ridotti potrebbe invece rappresentare un aggravio difficilmente sostenibile.
Il nodo è la produttività. Se in 32 ore si riesce a produrre quanto si produceva in 40, la riduzione dell’orario può diventare un’opportunità. Se invece le ore lavorate diminuiscono senza un corrispondente aumento dell’efficienza, la quantità di beni e servizi realizzati tende a ridursi oppure l’impresa deve assumere altro personale, sostenendo ulteriori costi.
Non tutte le attività possono essere riorganizzate allo stesso modo. Un ufficio tecnologicamente avanzato non ha le medesime esigenze di un reparto produttivo, di un ospedale o di un esercizio commerciale. Una norma uniforme rischierebbe quindi di penalizzare proprio le realtà meno strutturate.
Il precedente politico non è incoraggiante. Nel 1998 il progetto di introdurre la settimana lavorativa di 35 ore, sostenuto da Fausto Bertinotti, contribuì alla rottura della maggioranza che sosteneva il governo Prodi. Oggi la proposta delle 32 ore torna con una formulazione ancora più ambiziosa, ma il problema economico rimane identico: non si può distribuire come tempo libero una produttività che ancora non esiste.
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La patrimoniale di Visco: 8 miliardi dai grandi patrimoni?
Se sul lavoro il campo largo guarda soprattutto alla regolazione, sul fronte fiscale la direzione sembra quella di un aumento del prelievo sui patrimoni più consistenti. Il riferimento è il documento elaborato da Vincenzo Visco ed Emanuele Felice per Demo, la fondazione guidata da Gianni Cuperlo.
Il dossier non costituisce ancora il programma ufficiale della coalizione. Lo stesso responsabile economico del Pd, Antonio Misiani, ha precisato che «il tema c’è e va affrontato», ma «nel quadro di una riforma complessiva del fisco». Ha inoltre ricordato che «la posizione prevalente è che debba essere fatta a livello europeo per minimizzare i rischi di elusione dell’imposta». E ha chiarito: «Nel programma comune del centrosinistra non c’è. Ora non c’è, discuteremo con gli alleati».
Eppure la proposta contenuta nel lavoro di Visco e Felice è sufficientemente definita per capire quale sia l’orientamento di una parte importante dell’area progressista. Si ipotizza un’imposta sui patrimoni superiori a 100 milioni di euro, con un’aliquota compresa tra il 2 e il 3%. La platea sarebbe di circa 2.500 contribuenti e il gettito atteso nell’ordine degli 8 miliardi.
Il modello è quello elaborato dall’economista francese Gabriel Zucman, che prevede anche strumenti per evitare che i contribuenti più facoltosi trasferiscano la propria residenza fiscale all’estero. Da qui l’ipotesi di una exit tax (per altro già introdotta in manovra) e il possibile superamento del regime agevolato per i nuovi residenti facoltosi provenienti dall’estero.
Il punto non è difendere rendite ingiustificate o privilegi fiscali. È interrogarsi sulle conseguenze di un’imposta che colpisce la ricchezza accumulata, spesso investita in attività produttive, partecipazioni societarie e imprese. Un patrimonio non coincide necessariamente con liquidità disponibile: può rappresentare capitale immobilizzato in aziende, investimenti e progetti industriali. Un prelievo ricorrente sul valore di questi beni rischia di costringere i proprietari a disinvestire o a trasferire le attività dove il trattamento fiscale è più favorevole.
C’è poi una questione di competitività internazionale. In un’economia nella quale capitali e imprenditori possono scegliere dove investire, la stabilità delle regole e la prevedibilità del prelievo fiscale rappresentano fattori determinanti. Rendere più oneroso detenere e trasferire ricchezza in Italia potrebbe produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato: meno investimenti e una base imponibile più mobile.
Irpef progressiva e intelligenza artificiale: il ritorno della filosofia di Visco
La proposta fiscale non si esaurisce nella patrimoniale. Il documento guarda anche a una profonda revisione dell’Irpef, ispirata al modello tedesco dell’aliquota continua. Invece di applicare aliquote diverse al superamento di soglie reddituali, il sistema prevede una progressività graduale, con un’imposizione che cresce al crescere del reddito.
È una soluzione sostenuta da Visco da tempo, anche nel dibattito parlamentare sulla riforma fiscale. Sul piano tecnico il meccanismo può evitare alcuni salti tra scaglioni, ma non risolve automaticamente il problema della pressione fiscale complessiva. La questione decisiva resta quanto reddito viene lasciato nelle tasche di chi lavora, produce e investe.
Il dossier propone inoltre di rafforzare la lotta all’evasione attraverso tutti gli strumenti tecnologici disponibili, compresa l’intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato è utilizzare le maggiori entrate recuperate per finanziare interventi a favore del ceto medio.
Contrastare l’evasione è naturalmente necessario. Ma la tecnologia può rendere più efficienti i controlli senza che questo debba tradursi in un’espansione indiscriminata del potere dell’amministrazione finanziaria. Il contribuente non può diventare un sospettato permanente soltanto perché lo Stato dispone di strumenti di analisi sempre più sofisticati.
Soprattutto, recuperare imposte non versate non dovrebbe diventare il pretesto per alimentare nuova spesa pubblica. Il problema italiano non è soltanto la capacità di riscuotere le tasse, ma anche la dimensione di un apparato che assorbe risorse ingenti. La priorità dovrebbe essere ridurre il carico fiscale su famiglie e imprese, semplificare gli adempimenti e contenere strutturalmente la spesa corrente.
Il vero confronto è tra redistribuzione e crescita
Mettendo insieme le diverse proposte emerge una visione economica piuttosto coerente. Da una parte trasferimenti pubblici più estesi, dall’altra salari minimi fissati per legge e orari di lavoro ridotti per decreto. Sul fronte fiscale, invece, maggiore progressività, imposizione sui grandi patrimoni e un’amministrazione finanziaria sempre più attrezzata per individuare redditi e ricchezze.
Il problema è che la ricchezza da redistribuire non è una risorsa illimitata. Dipende dalla capacità di un Paese di produrre beni e servizi competitivi, attirare capitali, sostenere l’iniziativa privata e offrire opportunità professionali. Se le politiche pubbliche finiscono per indebolire questi meccanismi, anche le risorse destinate alla protezione sociale diventano progressivamente più difficili da reperire.
Il centrodestra, peraltro, non può limitarsi a contestare le proposte degli avversari. Deve essere in grado di contrapporre un progetto altrettanto riconoscibile: meno tasse sul lavoro, semplificazione, investimenti, concorrenza e riduzione strutturale della spesa pubblica. La prudenza sui conti è importante, ma non basta se non viene accompagnata da una strategia di alleggerimento del peso dello Stato.
La vera alternativa non è tra chi promette più sussidi e chi vuole abolirli tutti. È tra un sistema che cerca di compensare con trasferimenti e nuovi prelievi le debolezze dell’economia e uno che punta a rimuovere gli ostacoli alla produzione di reddito e occupazione. Per i giovani, in particolare, la differenza è sostanziale: un assegno pubblico può tamponare una difficoltà momentanea, ma non sostituisce un lavoro ben retribuito, una carriera e la possibilità di costruirsi un futuro autonomo.
È su questo terreno che andrebbe misurata la credibilità economica delle coalizioni. Perché promettere di distribuire di più è relativamente semplice. Creare le condizioni perché ci sia più ricchezza da distribuire è la vera sfida.
Enrico Foscarini, 3 novembre 2026
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