Politico Quotidiano

Vannacci fa il botto, il sondaggio che fa tremare il centrodestra

Futuro Nazionale vola al 5% e diventa l’incognita più pesante della partita politica (sia a destra che a sinistra)

sondaggio Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Nel nuovo sondaggio di Emg Different per il Tg3 c’è un numero che potrebbe togliere il sonno a parecchie persone sia a destra che a sinistra. E non è il 26,7% di Fratelli d’Italia, che resta saldamente il primo partito italiano. Non è neppure quel misero 0,3% che separa la coalizione di Giorgia Meloni dal cosiddetto campo largo. Il numero che potrebbe contare davvero è il 5% di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci.

Cinque per cento. Con una crescita di 1,2 punti in una sola rilevazione. Una roba che – nel teatrino immobile della politica italiana – assomiglia a una piccola scossa di terremoto. Mentre quasi tutti perdono qualcosa, Vannacci sale. Mentre centrodestra e sinistra si consumano nella solita gara a chi spaventa meno gli elettori, l’ex generale raccoglie il malcontento e lo trasforma in consenso. Naturalmente la spiegazione più comoda è già pronta: estremismo, populismo, radicalismo, nostalgia identitaria e tutto il consueto vocabolario con cui il circolo mediatico liquida ciò che non riesce a capire. Ma i voti, prima di giudicarli, bisognerebbe provare a leggerli. Perché quel 5% non è caduto dal cielo e non è composto da marziani. È fatto, con ogni probabilità, da elettori che fino a ieri guardavano alla Lega, a Fratelli d’Italia o comunque all’area di centrodestra e che oggi non si sentono più rappresentati.

Qui sta il vero problema per la Meloni. Fratelli d’Italia resta al 26,7%, una percentuale enorme rispetto agli alleati. Forza Italia è all’8,2%, la Lega all’8,1%, Noi Moderati all’1,6%. Le gerarchie sono chiarissime: esiste un partito dominante e attorno una serie di soci di minoranza. Eppure il centrodestra nel suo complesso scende al 44,6%, perdendo mezzo punto. Non è un crollo, certo. Ma quando alla tua destra nasce una forza che arriva al 5% e cresce mentre tu arretri, fare finta di nulla sarebbe un esercizio di pura autoillusione.

Anche perché il governo sembra mostrare qualche crepa nel rapporto con l’opinione pubblica. Il 36% degli intervistati dichiara di avere molta o abbastanza fiducia nell’esecutivo. Il 64% ne ha poca o nessuna. La fiducia cala di due punti, mentre la sfiducia aumenta nella stessa misura. Il dato più pesante è quel 43% che risponde di non avere per nulla fiducia nel governo. Non poca, non così così: per nulla. Sia chiaro: dopo diversi anni al potere è assolutamente naturale, anzi, solitamente il crollo è molto più netto, marcato. Ma certe traiettorie meritano attenzione.

Ora, i sondaggi non sono elezioni e fotografano umori che possono cambiare rapidamente. Ma servono proprio a questo: a segnalare una tendenza prima che diventi un fatto politico irreversibile. E la tendenza è abbastanza evidente. Il governo Meloni conserva una solida base elettorale, ma anche una parte di quel mondo comincia a guardarsi intorno. Non perché improvvisamente si sia innamorata del Partito Democratico o di Giuseppe Conte. Al contrario, cerca qualcuno che prometta di fare con maggiore decisione ciò che il centrodestra aveva promesso di fare.

Vannacci occupa esattamente questo spazio. Parla senza il linguaggio felpato dei professionisti della politica, insiste sui temi identitari, attacca il conformismo culturale e non sembra particolarmente preoccupato di risultare presentabile nei salotti buoni. Si può condividere o meno ciò che dice, ma è difficile negare che abbia individuato una domanda politica reale. E quando esiste una domanda alla quale i partiti tradizionali non rispondono, prima o poi arriva qualcuno disposto a farlo.

Il paradosso è che la crescita di Futuro Nazionale potrebbe diventare decisiva proprio mentre centrodestra e centrosinistra risultano praticamente appaiati. La coalizione di governo è al 44,6%, il campo largo al 44,3%. Tre decimi di differenza, cioè nulla. Dall’altra parte il Pd è al 20,8%, il Movimento 5 Stelle al 12,9%, Alleanza Verdi-Sinistra al 6,4%, Italia Viva al 2,3% e +Europa all’1,9%. Anche l’opposizione perde terreno, addirittura nove decimi, ma resta abbastanza vicina da poter immaginare una partita apertissima nel 2027.

Il campo largo, peraltro, continua a essere largo soprattutto sulla carta. Dentro ci sono partiti che la pensano diversamente quasi su tutto, tenuti insieme più dall’avversione per Meloni che da un progetto comune. Ma in politica elettorale anche un’alleanza fragile può vincere, soprattutto quando l’avversario disperde voti in formazioni esterne alla coalizione. Ed è qui che il caso Vannacci smette di essere una curiosità da talk show e diventa una questione strategica. Se Futuro Nazionale restasse fuori dal centrodestra, quel 5% potrebbe risultare fatale. Se invece entrasse nella coalizione, si aprirebbe un conflitto durissimo con Forza Italia e probabilmente anche con la Lega, che vedrebbe tornare dalla finestra il personaggio uscito dalla porta portandosi dietro una parte dei suoi elettori. In entrambi i casi, Meloni non può ignorarlo.

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Si può discutere all’infinito sui toni dell’ex generale, sulle sue provocazioni e sulla reale consistenza del suo progetto. Ma il punto politico resta semplice: Vannacci cresce perché qualcuno gli sta lasciando spazio. Non è lui ad aver inventato la delusione di una parte dell’elettorato di destra. Si è limitato a intercettarla. La domanda, dunque, non è se Futuro Nazionale sia troppo radicale per entrare nel centrodestra. La domanda è perché un elettore che nel 2022 aveva scelto il centrodestra oggi senta il bisogno di votare qualcun altro. E attribuire tutto alla propaganda, ai social o agli slogan sarebbe la maniera più rapida per non capire nulla.

Giorgia Meloni resta forte, ma non è più sufficiente dire che non esistono alternative credibili. Le alternative, quando il malcontento cresce, si costruiscono da sole. Prima arrivano al 2%, poi al 3%, infine al 5%. E un giorno ci si accorge che quei voti mancanti sono esattamente quelli che servivano per vincere.

Massimo Balsamo, 18 giugno 2026

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