Politico Quotidiano

Vietare il velo a scuola è femminista

Boldrini e Serracchiani in crisi isterica contro lo stop al burqa e il tetto agli stranieri in classe: quando l'ideologia cancella la libertà e la realtà dei ghetti scolastici.

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La novità del mese – prossimamente al vaglio del Consiglio dei ministri così come annunciato dalla Presidente del Consiglio a margine di Fenix, la festa dei ragazzi di gioventù nazionale – è un provvedimento che vieta l’utilizzo del burqa e del niqab nelle scuole e impone un tetto massimo agli stranieri nelle classi. È una scelta ragionevole e inclusiva che aiuta chi insegna e che agevola la relazione tra studenti. La strada del buonsenso, una di quelle misure che servono all’Italia nel concreto: in questo caso ai professori e agli studenti.

Ed è un bene soprattutto per gli alunni stranieri: classi miste in cui ci si possa integrare, non ghetti escludenti. Se la scuola è il luogo dove si impara la lingua e la cultura italiana e non rappresenta invece la beneficenza del servizio scolastico offerto gratis al Maghreb, la mia amica Concetta, a Milano, non dovrebbe insegnare in un terzo superiore con 3 italiani e 16 arabi. Come si include in Italia uno straniero se a scuola sta solo con stranieri? Come si integrano se stanno in classe solo tra di loro e non con italiani? Potremmo addirittura definirlo come un concetto di sinistra – almeno per la retorica di cui si son fatti monopolisti: ora che lo fa la Meloni per evitare discriminazioni al contrario e ghettizzazione sociale, insorgono tutti. La sciura della buona borghesia, fresca di piega dal parrucchiere, si straccia le vesti: « È razzismo!», urlano le madame dopo esser passate a prendere i figli alla scuola internazionale dove gli unici extra-comunitari sono quelli che lavorano alla mensa.

Le classi miste che favoriscono l’integrazione sono razzismo? La sinistra dell’inclusione e della mescolanza – applicando il razzismo al contrario – davvero vuole classi di soli stranieri, classi ghetto (come quelle della segregazione dell’Alabama degli anni ’50, dice il Ministro Valditara) dove i bambini italiani sono stranieri in Patria? Davvero ritiene che la ricchezza della diversità, se integrata, sia razzismo?

Una circolare ministeriale, che è fonte secondaria del diritto, già dal 2010 prevedeva il tetto massimo del 30%, spesso e volentieri disattesa in molte realtà del Nord Italia in cui la concentrazione straniera nella popolazione studentesca è di gran lunga più alta, come alla scuola elementare di Via Paravia di Milano, dove il 100% degli alunni è straniero. Legiferare in tal senso, introdurre la fonte primaria, vincola l’ordinamento.

E se in un quartiere non ci sono abbastanza studenti italiani, che si fa? Si obbligano gli stranieri a iscrivere i figli in scuole di altri quartieri? O gli italiani a spostare i propri figli? Ovviamente no. E allora l’evidente difficoltà è l’occasione per aprire una discussione seria sulle politiche per la natalità, sugli incentivi per giovani coppie e su quanto l’immigrazione incontrollata abbia fallito, su quanti ghetti abbia realizzato.

Sui veli, invece, un dovere di civiltà: mai più Monfalcone, laddove per le studentesse a scuola col niqāb c’è il riconoscimento preliminare per entrare in classe. Il divieto mi pare una banalità per uno stato civile e laico. Il questo Paese il velo non dovrebbe essere considerato un mero elemento culturale fino a quando, in nome di quella cultura e di quel simbolo, ci saranno donne condannate, vessate, violentate e uccise perché quel velo lo hanno rifiutato. Siamo in Italia.

Fermo restando l’articolo 5 della legge “anti maschere” del 1975, che vieta, nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, qualsiasi mezzo che renda difficile riconoscere una persona, chi vuole girare col burqa lo facesse in uno dei 50 paesi musulmani. E chi obbliga moglie e figlie a indossarlo non è uno stravagante personaggio folcloristico ma un cavernicolo misogino. Senza se, senza ma.

Eppure, a sinistra, c’è chi si lamenta. Sono gli stessi che fanno una crisi isterica se vedono un crocifisso sul muro: deliri in piena regola che hanno trasformato gli stracci della sottomissione in simboli di antifascismo, di emancipazione delle donne, di lotta contro il patriarcato bianco occidentale. Se li si lasciasse fare liberamente, in breve tempo dovrebbero indossarlo tutte.

È incredibile che le cosiddette femministe lascino anche questo tema alla Meloni. Un vero movimento femminista servirebbe a liberare le ragazze musulmane dal patriarcato islamico. E femminista – in questi termini che tanto piacerebbero ad Oriana Fallaci, colei che al cospetto dell’ayatollah Khomeini diceva “Via questo stupido cencio del Medioevo” – evidentemente è anche Giorgia Meloni.

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Ce lo ha dimostrato plasticamente ad aprile, in missione istituzionale nei Paesi del Golfo incontrando i leader arabi senza prostrarsi, a testa scoperta, con rispetto identitario della cultura occidentale. Un vero e proprio sussulto d’Occidente, rispetto ai tristi esempi del passato: il periodo storico in cui un governo nazionale di sinistra decideva di coprire i nudi delle statue in Campidoglio per ricevere il Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran; il rigurgito d’oicofobia con cui Laura Boldrini, allora Presidente della Camera, col capo chino coperto da un velo visitava la Grande Moschea di Roma, a casa sua; o Deborah Serracchiani, che nel 2016 a Teheran col capo velato sfregiava l’urlo di dolore delle donne iraniane che chiedevano libertà e che continuano a morire perché quel velo se lo vogliono togliere. Questo è il modello culturale e di civiltà di riferimento. Una lezione identitaria, di integrazione e femminismo per certa sinistra che da tempo immemore ha smarrito i valori occidentali.

Francesco Catera, 22 settembre 2026

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