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Scuola, mi mancano le lezioni di greco del mio prof

Viaggio in una scuola che non c’è più

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“Saffo dalle chiome viola, sublime, dal dolce sorriso”. Leggeva questo frammento in greco, cadenzando l’endecasillabo alcaico, piano. Trasportato in una dimensione di bellezza imperitura, la sua voce tremolava un po’, i suoi occhi erano lucidi e il suo sorriso infine pieno. Stavo in ultimo banco con la stessa felpa con il cappuccio del giorno prima, chiusa in un guscio di timori difficile da squarciare. L’obiettivo era la sopravvivenza, portare a casa la pellaccia al liceo Stellini di quegli anni non era certo facile.

Vivevo ogni giorno con una nuvolaglia di pensieri che si appendeva alle aspirazioni e le riportava in basso, non appena osavano spiccare il volo, eppure la verità di quei 17 anni si esigeva con forza in ogni anfratto della mente, della scuola, durante il tragitto, senza segni di cedimento o arrendevolezza, tutto era estremamente sentito sulla pelle e nel cuore. Anche le lezioni.

Quando il prof. Gardenal varcava la soglia, ogni ribellione lasciava posto a qualcosa che si percepiva come davvero importante. Portava con sé un’aura intangibile e affascinante che mi divideva in due: da una parte la paura di essere inadeguata, dall’altra il solido desiderio che lui fosse proprio così, così com’era. Illuminando il sentiero davanti a noi, ci introduceva testi complessi e bellissimi, ci guidava passo passo oltre quei segni e il suo volto cambiava colorito in base all’emozione che quella letteratura raccontava. Non faceva sconti, ma la sua coerenza ci dava certezza, una certezza contro cui potevamo scagliarci per poi conoscerci.