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“Se sei un maschio bianco resti fuori”. Ecco la nuova follia woke

Un concerto, una provocazione e una domanda scomoda: quando la lotta alla discriminazione diventa una nuova forma di discriminazione?

concerto uomini bianchi
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Una oscura cantante dei Paesi Bassi durante un concerto caccia i bianchi nelle ultime file per dare spazio ai migranti, ai neri, ai transessuali ed è inevitabile scomodare, come fa Luigi Mascheroni, Rosa Park 70 anni dopo, l’apartheid alla rovescia. Alla rovescia fino a un certo punto, all’inverso a metà, perché qui non è la rivalsa dei neri verso i bianchi, si tratta di una bianca che castiga quelli come lei, che evidentemente si ritiene altro o magari si considera tutto, per quelle allucinazioni confortevoli che inducono a “percepirsi” non individui ma moltitudini: senza colore, di tutti i colori, senza sesso, di tutti i sessi, senza patria, di tutte le patrie… molto comodo, e molto fasullo, molto ipocrita.

La aspirante stellina Sophie Straat ha trovato il modo di far parlare di sé come non le riesce sfruttando il suo talento o mestiere e lo ha fatto nel solito crinale tra fanatismo e conformismo, con un gesto clamorosamente vacuo, dalle implicazioni imbarazzanti: il woke spinto, irragionevole riposa su presupposti di deprimente inconsistenza culturale e morale, si è potuto imporre grazie all’ignoranza più efferata della storia occidentale, delle sue dinamiche, dei suoi pregi come i difetti, delle sue ricchissime complicazioni e connessioni.

Sophie e milioni e milioni come lei non hanno mai sospettato autori come Deirdre McCloskey o Federico Rampini o Giovanni Sartori, nel loro sottossviluppo subculturale, nel loro analfabetismo tarato l’occidente è un campionario di orrori (da sfruttare pro domo) e nessuno glielo fa notare anche perché sarebbe come insaponare la testa all’asino: che significa, poi, punire i bianchi per promuovere i neri, i trans?

Questa non si sa se più esaltata o calcolatrice non lo spiega e non può spiegarlo, se la cava col gesto estetico, con la provocazione situazionista affidata ad una antilogica implosa, autoreferenziale, la giustezza dell’atto in quanto tale, in quanto imposto; è così perché io faccio così ed è giusto così: “Tutti quegli uomini bianchi, dietro! È il momento delle ragazze queer, gente di colore, non è più tempo per le sfumature (sic!), giù in fondo tutti uomini bianchi!”. Il pubblico imbecille del festival di Gand, in Belgio, applaude estasiato a cominciare dai bianchi rigurgitati.

Segue, inevitabile quanto cercata, la polemicuccia ad uso social del tutto priva di contenuti, di motivi discutibili: la stupidella viene ovviamente tenuta su dalle pletoriche organizzazioni antidiscriminazione, in un cortocircuito delizioso, con spiegazioni che tirano gli schiaffi: era solo per una canzone, era solo per un breve “pogo”, un modo di ballare prendendosi a spintoni tipico dei concerti pop.

E perché, i bianchi non ce le hanno gambe e braccia? Oppure puzzano, sono contagiosi? Ma queste trovate penose vengono escogitate nella certezza dell’impunità, non si rischia niente se non un ritorno pubblicitario: nel chiacchiericcio fumogeno a base di “opinioni polarizzanti” e “libertà della provocazione artistica”, si arriva a scomodare la immancabile, e definitiva, Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che naturalmente non ci trova nessun vulnus, nessuna violazione di diritti, tanto più che “quei bianchi (un po’ più di disprezzo, no?) potevano benissimo assistere dal fondo dell’arena”. Ma che ti aspetti da una che sfoggia l’immancabile maglia “pop star contro i nazisti” e ripete regolarmente la scena contro i bianchi da punire?

Cretineria, ignoranta bovina, per l’appunto. Siccome questi qua le pagliacciate, son l’unica cosa che sanno fare veramente, e le sanno fare bene, così le chiudono nel modo più degno: col vittimismo passivo aggressivo con cui denunciare via social “l’ondata di messaggi d’odio sessisti e antisemiti (pare che questa venga da una famiglia ebraica comunista) e le minacce di morte”.

Così si passa pure da martiri, “moio per la libertà” come diceva Gian Burrasca. Cala, Trinchetto! La scelta di Sophie l’olandese volante è patetica ma non diversa dalle nostre Elodie del Quartaccio o Mannoia del Tedio o quel cartone animato in panciera del Piero Pelù che fa roteare la testa di Trump: sono millanta che purtroppo canta in tutto il mondo, è parte integrante dello stupidario pop degradarsi a simili abissi di populismo mercantile. Se mai, ci si può interrogare su qualcosa di più serio a proposito delle curiose dinamiche di un woke che più lo riciclano e più manda un odore curioso: “go woke, go broke” non è più una formula, è diventata una legge economica, più i marchi si incaponiscono nel cretinario politicamente corretto e più il pubblico li sputtana, li molla.

Vale anche il contrario: il modello di scarpe Adidas che sponsorizza la biondissima pallavolista Sohpie Cunningan, la “Maga” col dito puntato contro una rivale black particolarmente fallosa, gesto che non è solo diventato virale ma ha fatto epoca, è andato esaurito in tutti gli Stati Uniti e non solo, mettendo in felicissima crisi produttiva la multinazionale dell’abbigliamento sportivo: se “go woke, go broke”, allora “go antiwoke, go billionaire”. Bene, questo woke si fonda essenzialmente su uno strampalato comandamento: tu non puoi odiare, se tu odi io ti punisco, ti condanno.

Ma, scusate, per quale fondato motivo io non potrei diffidare di chi voglio, malsopportare chi, a pelle, non reggo, perché dovrei amarlo e non odiarlo, e oltretutto come potrei se è un impulso psicologico, una reazione istintiva e al limite irrazionale? Per quale schema di pensiero io debbo accettare in linea di principio chi mi sta sui santissimi, e magari con ottime ragioni, almeno fino a che non passo alle vie di fatto?

Perché non dovrei avere paura, e quindi detestare, uno che mi rapina, mi ferisce, mi provoca, mi porta via diritti e dignità, vuole impormi i suoi primitivi modi di vivere dove esisto, dove ho cresciuto i miei figli? Tanto più che non c’è ombra di reciprocità (come difatti si constata dal concerto della popstar fallita Sophie): anche volendo ammettere in via ipotetica, il che non è, un presupposto culturale fondatamente discriminatorio, diremmo che le un tempo chiamate minoranze si sono ampiamente rifatte, hanno ottenuto molto più di quanto un risarcimento storico potesse giustificare, ci marciano e, giustamente, non smetteranno mai, almeno fin che conviene loro; allo stesso tempo, possono, loro, tutti loro, scatenare tempeste d’odio per questioni di pelle, di sesso, di provenienza.

Nessuno mai sanziona o riprende un black, un trans o un migrante se si scaglia su un bianco, a parole o con un coltello; nessuno si sogna di applicare il comandamento woke, laddove ogni riserva su chi è generosamente accolto, integrato, messo in cima allo stato sociale come a un concerto diventa reato mentre chi ne beneficia a tutti i livelli può tranquillamente continuare a tenere in fama di cani e di maiali gli ospiti, occidentali, bianchi, laici, cristiani, ebrei: “Voi italiani di merda, fate schifo, dovete subire o partire, questa è casa nostra”.

Per queste vertiginose assurdità, assurdamente imposte nel tempo, passa la sostituzione che si avvia a divenire estinzione degli indigeni e passa il funzionale depotenziamento delle polizie, che se nel Regno Unito aiutano a crepare un bianco accoltellato da un sikh o arrestano una donna colpevole d’esser stata violentata, in Italia sono tenute a comperarsi le videocam per potersi tutelare, vengono spedite a fare da bersaglio fisso o mobile senza reagire (e poi le accusano di essere inefficienti), sanno che è meglio lasciarsi massacrare piuttosto che rischiare le conseguenze di processi kafkiani, logoranti, tendenti ad infinito. Mi dice ogni tanto qualcuno di loro: non ci credo più, mi sento inutile, svuotato, passo la vita a difendere, come posso, tutti quanti e gli italiani mi disprezzano, gli altri mi pisciano letteralmente addosso, non posso difendere neppure la mia dignità.

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È tutto illogico a questo mondo, e tutto insostenibile. Insomma io non potrei definire, nemmeno considerare una stronza una che tratta come cani dei bianchi in quanto tali, che hanno pagato per farsi umiliare a quel modo. Non posso vederci un reato che c’è. Non posso rilevare la contraddizione che si staglia, grossa come una casa. Non posso disprezzarla, non posso criticarla, non posso odiarla. E chi l’ha deciso? Ma poi perché?

Max Del Papa, 26 luglio 2026

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