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Sergio Moroni e quella “lucida” lettera d’addio…

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Ieri era il 2 settembre: ma curiosamente, in un’Italia abituata a non dimenticare commemorazioni e ricorrenze, con pochissime eccezioni è rimasto sotto silenzio il ventiseiesimo anniversario del suicidio di Sergio Moroni.

Non serve Freud per capire che la morte tragica di quel mite e intelligente deputato, e soprattutto i contenuti della sua lettera inviata al Presidente della Camera di allora, Giorgio Napolitano, sono altrettanti scheletri nell’armadio dell’establishment italiano. La missiva fu letta in Aula, certo, come il presidente Napolitano ha rivendicato qualche anno fa in una pubblica discussione: e mancava solo che fosse censurata. Ma il fatto è che i temi sollevati da Moroni – allora e negli anni successivi – sono stati cancellati, rimossi, sottratti a una discussione vera.

In tempo reale (non anni, non decenni dopo!) un deputato, nel momento di compiere l’atto finale della sua vita, seppe descrivere con lucidità quanto accadeva: certo un indifendibile sistema di finanziamento illegale dei partiti, ma anche – e soprattutto – un’azione mediatica e giudiziaria selettiva, una distinzione ben precisa tra partiti e personalità da colpire e da salvare (altre solo da “avvertire”, affinché fossero più docili negli anni successivi…), un meccanismo destinato a rendere le istituzioni più fragili, più esposte a scorribande di poteri non solo italiani.

Moroni aveva visto e direi previsto tutto, e la rilettura della sua lettera lascia commossi e ammirati per la precisione chirurgica con cui un uomo che sta per uccidersi si esprime: “processi sommari”, “disegni che nulla hanno a che fare con il rinnovamento e la ‘pulizia’ (non a caso, scritta tra virgolette), “sciacallaggio da parte di soggetti politici protagonisti di un sistema rispetto al quale oggi si ergono a censori”.

La triste realtà è che la maggioranza di allora (il pentapartito) era paralizzata dal terrore, mentre il Pci-Pds pregustava la possibilità di arrivare al bottino pieno attraverso l’uso politico della giustizia e l’eliminazione degli avversari per via giudiziaria. Sono tutte cose che ci portiamo dietro da venticinque anni. Governi (non solo di centrodestra) caduti per mano direttamente o indirettamente giudiziaria; campagne mediatiche mirate, a base di linciaggi personalizzati e intercettazioni centellinate (realisticamente provenienti dall’una o dall’altra procura); magistrati rockstar e inchieste ipermediatizzate; accusati che vengono trascinati nel fango per settimane o mesi, prim’ancora di poter dire mezza parola a propria difesa (e a quel punto difendersi servirà a poco, perché immagine e reputazione sono nel frattempo ampiamente stracciate). Sono tutte “tecnologie” sperimentate allora. Ed è difficile essere credibili oggi nel denunciare pratiche di questo tipo verso eventuali “amici” per le forze, i partiti e le personalità che hanno fatto per anni tesoro di tutto questo armamentario contro i loro “nemici” di allora.

Sia consentito dirlo a chi socialista non è, e non è stato. O l’Italia “ufficiale”, l’establishment politico e giornalistico di allora (e di ora), inclusi i comunisti miglioristi, si deciderà a fare i conti con un signore di nome Bettino Craxi, oppure si continuerà a sguazzare in un piccolo mare di ipocrisia e rimozioni. Craxi li anticipò sul terreno della modernizzazione, li sconfisse politicamente, denunciò la vecchia sinistra conservatrice, e ciononostante – con generosità personale e politica – aprì loro le porte del socialismo europeo, della legittimazione internazionale. Ma Craxi e i suoi compagni ne furono “ricompensati” con un odio profondo, viscerale, insopprimibile, di cui la persecuzione giudiziaria fu una chiara espressione. I lanciatori (morali e materiali) di monetine sono ancora in tempo per dire una parola di verità.

Infine, tornando alla visione d’insieme, c’è anche un aspetto economico significativo. chi scrive è – com’è noto – un liberista privatizzatore, altri direbbero un “liberista selvaggio”, straconvinto della necessità – anche oggi – di mettere sul mercato pezzi di patrimonio pubblico. Ma ancora dev’essere scritta la storia delle privatizzazioni italiane post-Tangentopoli, quelle del periodo ’92-’93, con la perdita a prezzi da saldi di fine stagione di intere quote di settori trainanti (chimica, meccanica, agroalimentare, grande distribuzione, alcune banche).

Un uomo come Francesco Cossiga parlò – non a torto, temo – di svendita del patrimonio industriale pubblico italiano. Un conto è valorizzare e privatizzare, altro conto è svendere. Tema da non dimenticare, ripensando a quel 1992.

Daniele Capezzone, 3 marzo 2018