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	<title>Sette vite</title>
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	<description>Il giornale di Nicola Porro</description>
	<lastBuildDate>Mon, 13 Jul 2026 14:14:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Venezi attacca Giuli: &#8220;Io rimossa per un pretesto. In sette mesi non ci ha mai messo la faccia&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 14:30:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il direttore d'orchestra a Sette Vite sulla cacciata dalla Fenice: "Hanno perso un’occasione di modernità. Avrei creato sinergie con Biennale Cinema e Arte. Non si vuole cambiare nulla"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/venezi-attacca-giuli-io-rimossa-per-un-pretesto-in-sette-mesi-non-ci-ha-mai-messo-la-faccia/">Venezi attacca Giuli: &#8220;Io rimossa per un pretesto. In sette mesi non ci ha mai messo la faccia&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La storia di <strong>Beatrice Venezi</strong> è la prova di quanto in Italia il merito conti zero se non sei allineato al pensiero dominante. Ospite del podcast “<strong>Sette Vite</strong>”, il direttore d’orchestra si è aperto in una lunga confessione a cuore aperto, ripercorrendo le tappe di una carriera costellata di successi internazionali ma anche di un pregiudizio ideologico che l’ha trasformata in un bersaglio da distruggere.</p>
<p>Tutto parte da lontano, da un’infanzia in cui il talento era già una condanna. “<strong>Ero la secchiona della classe</strong>”, racconta Venezi, spiegando come al liceo artistico a indirizzo musicale, un ambiente “molto rosso”, il clima le divenne irrespirabile quando il padre decise di candidarsi a sindaco in una lista di destra. Il giorno dopo, la scuola era “tappezzata di volantini antifascisti contro di me”. Ma fu l’ostracismo dei professori a segnarla davvero: “C’era una professoressa di Storia della Musica che non mi dava mai più di sei, con motivazioni assurde come un presunto errore sintattico. La situazione degenerò a tal punto che dovetti fare l’esame di maturità con un commissario ministeriale a fianco”. Una lezione precoce sulla “totale mancanza di uguaglianza nel trattamento”.</p>
<p>Da quegli anni, la strada è stata in salita. All’<strong>Accademia Chigiana</strong>, il maestro Gianluigi Gelmetti dopo un’audizione la gelò: “Non c’è male, però la prossima volta mettiti un altro paio di pantaloni, sennò non riesco a concentrarmi”. Risatine cameratesche dei colleghi maschi e solidarietà femminile inesistente. Al Conservatorio di Milano, poi, l’insegnante era abituato a una corte di allievi pronti ad asciugargli il sudore. “Io non sono mai stata così. Non ci riuscirò mai”, confessa Beatrice. Risultato? Uscita con 110 e lode, ma nessuna delle opportunità che ebbero i suoi colleghi.</p>
<p>Poi arriva il momento della visibilità pubblica e il peccato originale: la stima per <strong>Giorgia Meloni</strong>. “Da quel momento è stato più difficile? Ah, sì. L’ho pagato molto con il pregiudizio e con gli attacchi diretti, sfrontati, denigratori. Una campagna totalmente diffamatoria portata avanti da tutti, inclusi i giornali”. E qui la direttrice snocciola il meccanismo subdolo di una gogna premeditata: “È stato fatto scientificamente: vengono sempre riportate le stesse identiche frasi come un mantra per inculcarlo nella testa delle persone”. Il mantra? “Raccomandata, inadeguata, curriculum non all’altezza, sostenuta dalla politica”, mentre la realtà è che Beatrice Venezi ha vinto concorsi in Armenia, lavorato in Georgia, Giappone, Corea, Bulgaria, Stati Uniti, ben prima di conoscere l’attuale presidente del Consiglio. “Tutto questo – accusa – è stato completamente cancellato dalla narrazione”.</p>
<p>L’ultimo atto del massacro è il caso Fenice. Un vero e proprio metodo per colpire una professionista rea di non aver mai nascosto le proprie idee. Per mesi i musicisti del teatro l’hanno contestata, hanno manifestato e fatto proclami dal palcoscenico. “Non hanno mai ricevuto una lettera di richiamo. Prova a farlo in un’azienda privata, ti sbattono fuori il giorno dopo”, commenta amara. E il Ministero? “Il ministro Giuli in sette mesi non ha fatto nulla, mai una telefonata, mai messo la faccia”. Poi la doccia gelata: “Ho saputo della mia rimozione dall’<em>ANSA</em>. <strong>Se il problema era una mia dichiarazione, un pretendente ti chiama</strong>, ti chiede cosa hai detto, ti chiede una rettifica o le dimissioni. Invece no, è stato colto un pretesto”.</p>
<p>La dichiarazione incriminata, quella sul presunto “nepotismo”, è in realtà la constatazione di un’ovvietà sociologica: chi viene da una famiglia di musicisti ha un vantaggio competitivo. “Termine che peraltro non ho mai usato”, precisa. La verità, per Venezi, è che il sistema non vuole cambiare: “È più comodo mantenere lo status quo. Se esci fuori dalla scatola, quel circoletto che determina cosa è cultura non ha più il potere di stabilire se una cosa vale o no”. E qui si inserisce la riflessione più amara, quella su <strong>un femminismo distorsivo e partigiano</strong>. “In Italia abbiamo un femminismo a doppia corrente, sempre e comunque un femminismo inutile per come viene praticato. Me lo dicono dall’estero: tutti leggono misoginia in questa vicenda. Noi siamo talmente abituati a queste dinamiche che non ce ne accorgiamo. Alla Fenice i sindacati hanno manifestato contro una lavoratrice donna: un ossimoro”. E ancora: “Mi è stato scritto che mi sono appropriata indebitamente del femminismo. Il problema italiano è la doppia morale, il doppio pesismo”.</p>
<p>Quando le si chiede se, col senno di poi, salirebbe di nuovo su quel palco di Atreju, la risposta è un secco “No. Credevo nella possibilità di un cambiamento culturale che non c’è stato. Si mette il cappello su un artista e lo si lascia in mezzo al guado. Se un artista oggi mi chiedesse se dichiarare le sue simpatie di destra, gli direi di no, perché non ci sarà nessuno a tutelarti”.</p>
<p><strong>Ora Beatrice Venezi è pronta a dare battaglia legale</strong>: un pool di avvocati (civilista, penalista, giuslavorista) per quello che definisce un “mobbing fortissimo, enorme, mediatico”. Non lo fa per sé, ma per “un forte senso di giustizia: chi si macchia di certe colpe deve pagare. Ed è diseducativo per la società accettare passivamente che una giovane professionista venga distrutta”. Intanto, il suo futuro è all’estero: Georgia, Russia (“Finalmente posso tornare, basta con questi pregiudizi: l’arte e lo sport non c’entrano con la politica”) e il sogno di innovare la musica sinfonica attraverso le nuove tecnologie, magari prendendo spunto dall’esperienza immersiva di The Sphere a Las Vegas.</p>
<p>Alla Fenice, assicura, “hanno perso un’occasione di modernità. <strong>Avrei creato sinergie con Biennale Cinema e Arte</strong>. Non si vuole cambiare nulla”. L’ultimo pensiero è per le tante donne che le hanno scritto: “Si sono riconosciute nel percorso di una vita costruita con studio, sacrificio, disciplina e passione. Non c’è una donna che non sia stata vittima di tutto questo”.</p>
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		<title>&#8220;Si può vincere anche senza Vannacci&#8221;, &#8220;Ve se magna&#8221;. Lo scontro Cento-Storace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 14:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Francesco Storace e Paolo Cento si affrontano a "Sette Vite". L'ex ministro sul generale: "Mi ha deluso quando ha lasciato la Lega"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/si-puo-vincere-anche-senza-vannacci-ve-se-magna-il-dibattito-cento-storace/">&#8220;Si può vincere anche senza Vannacci&#8221;, &#8220;Ve se magna&#8221;. Lo scontro Cento-Storace</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s2">Un podcast, due avversari storici e un duello: <strong>Francesco Storace</strong> e <strong>Paolo Cento</strong> si affrontano a <strong>&#8220;Sette Vite&#8221;</strong> regalando uno dei confronti più accesi e sinceri della stagione. E il capitolo Lazio-Lotito regala subito scintille. &#8220;È vero che hai aiutato Lotito a diventare presidente della Lazio&#8221;, attacca Cento. Storace non si sottrae e ricostruisce quei giorni convulsi del 2003-2004, quando il club biancoceleste rischiava il fallimento sotto la gestione Cragnotti. Due fedi calcistiche opposte ma un passato comune, scoperto in diretta: stesso istituto, il San Leone Magno, dove fondarono insieme i &#8220;Boys&#8221;, gruppo di tifosi misto. &#8220;Lui era sotto copertura&#8221;, scherza Storace. &#8220;Io sono diventato di sinistra grazie ai preti e alla teologia della liberazione&#8221;, ribatte Cento. &#8220;Io mi sono protetto dai compagni&#8221;, replica Storace.</p>
<p class="s2">Poi il capitolo Vannacci, su cui i due rivali trovano una sorprendente sintonia. &#8220;Sono rimasto deluso quando ha lasciato la Lega, io lo votai alle europee&#8221;, confessa Storace. E racconta un retroscena: &#8220;Io e lui sappiamo che parti ho avuto quando poi dovette andare da Salvini, ma non è il caso di dire in pubblico. Ci parlai per convincerlo&#8221;. Poi l&#8217;affondo: &#8220;Quello che mi fa rabbia è quando dice &#8216;io ho portato 500mila voti&#8217;. Mio non ci hai portato te, il mio te l&#8217;ho dato io. Oggi rivoteresti quel partito? In questo periodo vedo primeggiare Meloni, tutti dovrebbero dare forza a lei. Ma mi dà fastidio l&#8217;ambiguità verso il centrodestra: vota sempre contro la fiducia al governo pure sulla casa. Un giorno o l&#8217;altro ti dovrai decidere&#8221;. Cento però non fa sconti: &#8220;Vannacci è figlio di questa destra che governa, avete seminato vento. Un generale che sfrutta il terreno preparato e adesso raccoglie i frutti: odio, intolleranza, caccia al diverso. È tutta roba di casa vostra e adesso vi sposterà ancora più a destra. Se la Meloni si prende Vannacci è la fine politica da Meloni. Punto&#8221;. Storace ammette il pericolo ma rilancia: &#8220;Le carte che lui può giocare sono il grande ricatto sulla vittoria o sulla sconfitta. Però la gente lo va a cercare: altri sette anni al Quirinale voluti da loro signori. Si può vincere anche senza Vannacci&#8221;. Cento chiude con una previsione: &#8220;Lui ve lo dirà all&#8217;ultimo, quando avrà reso più forte il raccolto. Nel 2027 tornate all&#8217;opposizione e Vannacci vi si mangia&#8221;.</p>
<p class="s2">Il passato riemerge quando evoco Ramelli e lo slogan &#8220;uccidere un fascista non è reato&#8221;. Cento contestualizza ma esprime &#8220;grande rispetto per chi ha perso la vita&#8221;. Storace s&#8217;infuria: &#8220;Voi ci rispettate quando perdono la vita? Rispettateci pure in vita!&#8221;. E accusa: &#8220;Non ci fu giustizia, quella è la cosa che mi dà più fastidio&#8221;. Poi entrambi si ritrovano nel ricordo di Almirante e Berlinguer: &#8220;Avevano la dignità delle proprie idee, rigore e carisma, qualità introvabili oggi. Oggi ci sono più banderuole che bandiere&#8221;. Un dibattito che restituisce il sapore di una politica che non c&#8217;è più, fatta di avversari che alla fine si stringono la mano.</p>
<p>La puntata integrale è <a href="https://www.youtube.com/watch?v=At0gJWlWLpA" target="_blank" rel="noopener nofollow">disponibile su youtube</a></p>
<p class="s2">
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		<title>&#8220;Rivoluzioniamo la scuola italiana. Chi fa scena muta all&#8217;orale di maturità verrà bocciato&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 18:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giuseppe Valditara non usa giri di parole. Ospite del podcast Sette Vite, il Ministro dell'Istruzione e del Merito ha tracciato la rotta di una scuola che vuole tornare a essere autorevole</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/rivoluzioniamo-la-scuola-italiana-chi-fa-scena-muta-allorale-di-maturita-verra-bocciato/">&#8220;Rivoluzioniamo la scuola italiana. Chi fa scena muta all&#8217;orale di maturità verrà bocciato&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giuseppe Valditara</strong> non usa giri di parole. Ospite del podcast <strong>Sette Vite,</strong> il Ministro dell&#8217;Istruzione e del Merito ha tracciato la rotta di una scuola che vuole tornare a essere autorevole e capace di preparare davvero alla vita. Partendo dalla maturità in corso, ha spiegato perché quest&#8217;anno chi fa scena muta all&#8217;orale verrà bocciato senza appello: &#8220;Abbiamo cambiato il concetto stesso dell&#8217;esame di Stato, che è tornato a essere un esame di maturità. Una valutazione a 360 gradi sulla persona dello studente&#8221;.</p>
<p>Il dialogo si infiamma quando si tocca il tema delle aggressioni ai docenti. &#8220;Abbiamo preso provvedimenti drastici&#8221;, spiega Valditara elencando arresto in flagranza, sanzioni pecuniarie fino a 10mila euro e aggravanti specifiche. Ma il cuore del ragionamento è un altro: restituire autorevolezza sociale agli insegnanti. &#8220;Abbiamo fatto tre contratti in una sola legislatura con aumenti medi di 412 euro al mese. Abbiamo varato <strong>l&#8217;assicurazione sanitaria gratuita per un milione e duecentomila lavoratori della scuola</strong>. Che autorevolezza poteva avere un insegnante che doveva pagarsi da sé l&#8217;assicurazione contro gli infortuni sul lavoro? Vuol dire che non conti nulla&#8221;. E ancora: &#8220;Bisogna ricostruire l&#8217;alleanza fra scuola e famiglia. Un genitore che picchia un docente davanti al figlio è qualcosa di devastante&#8221;.</p>
<p>Sul tema della dispersione scolastica il Ministro snocciola dati che definisce &#8220;straordinari&#8221;: per la prima volta l&#8217;Italia è scesa sotto la media europea, dall&#8217;8,2% contro il 9,1% della media UE, con un recupero di 500mila ragazzi in due anni. &#8220;Campania batte Germania&#8221;, rivendica, ricordando che il tasso è passato dal 16% al 9,7% mentre la Germania è salita al 13,1%. Il merito, spiega, è di Agenda Sud e del decreto Caivano: &#8220;Il preside trasmette il dato al sindaco, se in una settimana il ragazzo non torna a scuola scatta la denuncia alla procura. Non mandare i figli a scuola significa rubare il futuro ai propri ragazzi&#8221;.</p>
<p>La parte più intensa dell&#8217;intervista arriva quando Valditara affronta la necessità di una &#8220;rivoluzione culturale&#8221; che rimetta al centro merito, fatica e autorità.</p>
<p>Sul fronte delle baby gang, il Ministro lega il fenomeno alla dispersione scolastica e indica nella riforma dell&#8217;istruzione tecnico-professionale una via di recupero: &#8220;Ho incontrato ragazzi con condanne penali, spaccio, rapina. Poi li ho visti con un camice bianco, che mi spiegavano come aggiustavano il motore di una moto. Erano trasformati, con il sorriso negli occhi. E trovavano lavoro immediatamente&#8221;.</p>
<p>L&#8217;intervista tocca anche il bando dei cellulari, accolto dal 97% delle scuole: &#8220;I ragazzi all&#8217;inizio protestavano, adesso ringraziano. Hanno riscoperto il valore delle relazioni&#8221;. E sull&#8217;intelligenza artificiale annuncia: &#8220;Siamo stati tra i primi in Europa a fare un piano organico. <strong>Occorre educare i giovani, con i docenti che restino la guida</strong>&#8220;. Sulle nuove indicazioni nazionali rivendica il ritorno del latino alle medie, le poesie a memoria, la centralità della storia dell&#8217;Occidente: &#8220;Se non conosciamo il nostro passato, che futuro possiamo costruire?&#8221;.</p>
<p>Alla domanda finale, se sia soddisfatto di quanto fatto, Valditara risponde con pragmatismo: &#8220;Si può sempre fare di più. Ma stiamo rivoluzionando la scuola italiana, introducendo quella che per me è una grande categoria: il buonsenso&#8221;.</p>
<p>La <a href="https://www.youtube.com/watch?v=99Wgp-dSCyM" target="_blank" rel="noopener nofollow">puntata integrale è disponibile su youtube</a></p>
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		<title>&#8220;Ecco perché mi sono dimessa&#8221;. La verità di Daniela Santanchè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 14:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Daniela Santanchè]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal caso dimissioni al rapporto con Meloni, fino agli attacchi e al “diritto all’eleganza”: l’ex ministra rompe il silenzio e non risparmia nessuno nel podcast “Sette Vite”</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A quasi un mese dall&#8217;addio al ministero del Turismo, <strong>Daniela Santanchè si racconta per la prima volta</strong> al podcast &#8220;Sette Vite&#8221; rompendo il silenzio. E lo fa a modo suo: senza sconti e senza vittimismi. La Santanchè che emerge dalla lunga conversazione è una donna che ha fatto della coerenza la propria cifra anche quando la politica le ha chiesto di farsi da parte.</p>
<p>E proprio sulle dimissioni arriva il passaggio più duro, quello destinato a far discutere. &#8220;<strong>Non c&#8217;è alcun legame tra il referendum sulla giustizia e le mie dimissioni&#8221;,</strong> chiarisce subito. Poi affonda: &#8220;È stato un grande sbaglio. Io sono leale a Giorgia, che per me è anche un&#8217;amica, ho detto &#8216;se vuoi che lasci, chiedimelo&#8217;. E io l&#8217;ho fatto. Ma per tutta la vita sosterrò che è stato sbagliato&#8221;. <strong>Il motivo?</strong> &#8220;Abbiamo dato un contentino a una piccola parte della magistratura politicizzata – spiega – Noi dovremmo tenere sempre la schiena dritta, non darci in pasto. Vale per me, per Bartolozzi, per Delmastro&#8221;.</p>
<p>La conversazione ripercorre tutte le tappe della sua vita. <strong>Dall&#8217;infanzia a Cuneo,</strong> dove era &#8220;la ribelle di casa&#8221;, alla scelta di andare via per studiare, contro il volere di un padre imprenditore che la voleva in azienda. Dagli esordi professionali nel mondo della comunicazione, fino al Billionaire con Flavio Briatore, nato &#8220;assolutamente per caso, nel locale più sfigato della Costa Smeralda&#8221;. Poi <strong>l&#8217;approdo in politica,</strong> maturato sui banchi di Scienze Politiche a Torino. &#8220;Ero circondata da post-comunisti, a ogni esame era uno scontro&#8221;, ricorda. E aggiunge: &#8220;Sono diventata di destra perché detestavo essere omologata. A sinistra erano tutti uguali, io volevo essere me stessa&#8221;.</p>
<p>Sugli attacchi personali e sulla gogna mediatica che l&#8217;ha travolta,<strong> la senatrice di Fratelli d&#8217;Italia non arretra di un millimetro.</strong> &#8220;C&#8217;è chi mi dà della fascista? Una parola usata a sproposito, uno spauracchio che la sinistra agita per spaventare l&#8217;elettorato. Ma gli italiani sono più intelligenti&#8221;. E ancora, sugli insulti social: &#8220;Quello che mi offende di più è quando mi scrivono &#8216;vai a lavorare&#8217;. Io lavoro da quando ho 14 anni. Potrei sfidare chiunque sulla mia capacità di lavoro&#8221;. La dote migliore, dice, gliel&#8217;ha insegnata suo padre: &#8220;Lui mi diceva sempre: solo chi ha qualcosa da nascondere si nasconde. Io non ho mai avuto mariti ricchi, ho fatto tutto da sola. E sono libera&#8221;.</p>
<p>Sul rapporto con Giorgia Meloni, Santanchè allontana ogni illazione. &#8220;Non è assolutamente vero che si è incrinato. <strong>Giorgia è un bravissimo leader,</strong> un ottimo presidente del Consiglio. Ha fatto una politica estera straordinaria. Mi auguro che ci sia ancora lei per i prossimi cinque anni, perché per cambiare questa nazione non basta un solo mandato&#8221;. E sul capitolo Vannacci liquida: &#8220;Dovrà decidere se far perdere la destra o starci dentro sui programmi&#8221;.</p>
<p>C&#8217;è spazio anche per il nuovo progetto, <strong>il Twiga Beach a Marina di Pietrasanta,</strong> di cui va particolarmente fiera: &#8220;Abbiamo dato lavoro a tanti ragazzi. Io sono una che rompe, spacco anche il petalo della margherita, ma se sei bravo io ti faccio crescere. E si dimostra che i giovani hanno voglia di lavorare&#8221;. Poi un aneddoto personale che regala un sorriso: &#8220;Mio padre a 18 anni mi regalò la mia prima borsa Kelly. Non avevamo soldi, ma lui mi disse: questo è un investimento. Non la venderò mai&#8221;.</p>
<p>Infine, un messaggio alle giovani donne, che racchiude forse l&#8217;intera filosofia di Daniela Santanchè: <strong>&#8220;Esiste un diritto all&#8217;eleganza, che è il diritto di essere ciò che vuoi.</strong> Non omologatevi, non dipendete dal giudizio degli altri. La mattina guardatevi allo specchio e se vi piacete, siete persone migliori. Il resto, mandatevelo a quel paese&#8221;.</p>
<p>L&#8217;intervista integrale è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Ww84d3Mnc_Q" target="_blank" rel="noopener nofollow"><strong>youtube</strong></a></p>
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		<title>La rivelazione di Bassetti: &#8220;Ho votato Almirante. E non me ne vergogno&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 14:15:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
		<category><![CDATA[matteo bassetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Matteo Bassetti non è mai stato uno che le manda a dire. E nell&#8217;intervista rilasciata al podcast &#8220;Sette Vite&#8221; il direttore della Clinica Universitaria di Malattie Infettive dell&#8217;Ospedale Policlinico San Martino di Genova si mostra in una veste inedita. Lontano dai riflettori televisivi che lo hanno reso celebre durante la pandemia, Bassetti apre squarci sulla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Matteo</strong> <strong>Bassetti</strong> non è mai stato uno che le manda a dire. E nell&#8217;intervista rilasciata al podcast &#8220;Sette Vite&#8221; il direttore della Clinica Universitaria di Malattie Infettive dell&#8217;Ospedale Policlinico San Martino di Genova si mostra in una veste inedita. Lontano dai riflettori televisivi che lo hanno reso celebre durante la pandemia, Bassetti apre squarci sulla sua vita privata, sulle ferite ancora aperte e su un rapporto con la popolarità che ha pagato a caro prezzo.</p>
<p>Il punto di partenza è proprio la notorietà, quella che lo ha travolto nei due anni del <strong>Covid.</strong> &#8220;Non so se sia un bene o se sia un male, qualcuno dice che sono troppo esposto&#8221;, ammette. Ma Bassetti non è tipo da nascondersi: &#8220;Se diventi popolare è perché lo hai voluto, non perché ti è arrivato per sbaglio&#8221;. La popolarità, però, ha un rovescio amaro. &#8220;Ci sono stati momenti difficili, qualcuno mi tirava i pomodori o mi seguiva per strada&#8221;. Poi il racconto si fa più oscuro. Una mattina, nella buca delle lettere di casa, trova una missiva anonima. &#8220;<strong>C&#8217;era scritto che avrebbero ucciso i miei figli</strong>, Dante e Francesco, e che non si sarebbero fermati finché non avrebbero ucciso tutta la mia famiglia. Scrivevano: sappiamo dove andate a scuola, sappiamo dove vivete&#8221;. Da quel momento, la scorta. &#8220;Il Prefetto mi chiamò poche ore dopo: da qui in poi devi andare in giro con le spalle guardate. Per più di un anno&#8221;. Un anno e mezzo di vigilanza, rafforzata anche davanti alla scuola dei ragazzi e all&#8217;albergo dove lavora la moglie Chiara. &#8220;Non mi sono mai abituato, soprattutto per quello che volevano fare ai miei figli&#8221;. I responsabili? Mai trovati. &#8220;<strong>Abbiamo a che fare con dei codardi, lanciano il sasso e ritirano la mano</strong>. Leoni da tastiera&#8221;. Ma Bassetti non ha fatto sconti: &#8220;Li ho denunciati tutti. Quasi tutte le querele sono andate a buon fine. C&#8217;è gente che ha perso il lavoro, come una guardia giurata che mi stalkerizzava e che ha perso il porto d&#8217;armi&#8221;.</p>
<p>Il momento più toccante dell&#8217;intervista arriva quando Bassetti ricorda la malattia della madre, colpita da un tumore al pancreas durante la seconda ondata di Covid. &#8220;È stata ricoverata quando nessuno poteva andare a trovarla. Io ero l&#8217;unico che poteva entrare. Non poteva andare mia sorella, non poteva nessuno&#8221;. Un&#8217;esperienza che lo ha segnato nel profondo e che lo ha portato a scrivere il libro &#8220;Essere medico&#8221;. &#8220;Mi ha fatto capire quanto il rapporto umano con il paziente sia fondamentale. Non bisogna curare solo la malattia, ma la persona, la sua psiche, il rapporto, la confidenza, la comunicazione&#8221;.</p>
<p>A sorpresa, nell&#8217;intervista arriva anche una confessione che farà discutere. Bassetti, da molti identificato come uomo di destra, rivela per chi ha votato la prima volta. &#8220;Elezioni europee del 1989: <strong>Giorgio Almirante.</strong> Non me ne vergogno&#8221; afferma logicamente intendendo di aver votato Il Msi di Almirante. Poi il racconto della sua evoluzione politica: &#8220;Ho fondato un club di Forza Italia nel 1994. Il mio idolo politico rimane <strong>Silvio Berlusconi,</strong> per me è stato un faro&#8221;. E sul futuro non si nasconde: &#8220;Ho avuto tanto da questo paese, qualcosa bisogna restituirlo. Penso di poter dare un contributo nell&#8217;ambito della salute e dell&#8217;università&#8221;. La domanda è se la politica lo ascolterebbe: &#8220;Il problema è che la politica spesso ha paura dei tecnici troppo bravi&#8221;.</p>
<p>La <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TCPDyZuTVlw" target="_blank" rel="noopener nofollow">puntata integrale è disponibile su youtube</a></p>
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		<title>&#8220;Perché non li prendi a casa tua?&#8221;, &#8220;Questa è&#8230;.&#8221;. Scontro Rizzo-Sansonetti sui migranti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 14:06:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Rizzo]]></category>
		<category><![CDATA[piero sansonetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Rizzo e Piero Sansonetti faccia a faccia al podcast Sette Vite</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Chi sono lo sapete benissimo. Adesso vediamo cosa hanno da dirsi. Iniziamo subito, senza ipocrisie.” Così si è aperta l’ultima puntata di <strong>Sette Vite,</strong> il podcast in cui ho messo uno di fronte all’altro <strong>Marco Rizzo</strong> e <strong>Piero Sansonetti.</strong> Due storie politiche intrecciate, due biografie nate dentro la sinistra italiana, oggi su sponde che molti definirebbero opposte.</p>
<p>Si parte dalle radici. “Tu hai fatto il Sessantotto, io il Settantasette”, dice Rizzo. E affonda: “Il ’68 era borghese, il ’77 era più proletario. Eravamo meno bravi, forse più violenti”. Subito però riconosce all’avversario una qualità: “Sansonetti è un uomo coraggioso, soprattutto sulla giustizia. Il coraggio va sempre premiato”.</p>
<p>Il confronto entra nel vivo sulla questione centrale: esiste ancora la distinzione destra-sinistra? Per Rizzo no. “La contrapposizione orizzontale tra destra e sinistra è finita. Oggi lo scontro vero è tra alto e basso: tra élite – multinazionali e grande finanza – e popolo. Ceto medio che si proletarizza e classe lavoratrice contro il potere globale”. Sansonetti ribatte secco: “Quando si dice alto e basso si sta dicendo esattamente destra e sinistra, solo con altre parole”. E difende il Sessantotto: “Non fu violento come si racconta. Non ci furono morti nel ’68. La violenza arrivò dopo, nei primi anni Settanta”.</p>
<p>Poi la provocazione politica. <strong>Sansonetti accusa Rizzo di aver cambiato pelle</strong>: “Una volta era molto più a sinistra. Oggi mantiene una retorica antisistema ma si avvicina a temi tipici della destra sovranista. È ciò che qualcuno chiama ‘rosso-bruno’”. Rizzo sorride, ma non arretra. Attacca la trasformazione della sinistra italiana, che a suo dire ha abbandonato la questione sociale per rifugiarsi nei diritti civili: “Per certa sinistra le grandi riforme sono divorzio e aborto. Per me le grandi riforme erano lo Statuto dei lavoratori, l’articolo 18. I diritti civili sono importanti, ma laterali rispetto ai diritti sociali: lavoro, scuola, sanità”.</p>
<p>Sul tema <strong>immigrazione</strong> il confronto si fa ancora più duro. Rizzo richiama Marx: “L’esercito industriale di riserva: milioni di persone disponibili a lavorare a qualunque salario abbassano i diritti dei lavoratori. È quello che sta accadendo”. E usa un’immagine efficace: “Il popolo italiano è un panino: sopra le multinazionali e la finanza che non pagano le tasse, sotto una massa di migranti che utilizza lo stato sociale”.</p>
<p>A un certo punto arriva la stoccata di Rizzo: “Tu pensi all’umanità, dici. Però a casa tua non ne prendi neanche uno. Se dici queste cose, poi falle fino in fondo. C’è un bando a Roma per prendere rifugiati in casa, lo sai? Sulla base di questa visione, Sansonetti ne ha preso uno? Ne ha presi tre? Hanno dato 400 mila euro al Comune di Roma per quest’associazione e tre persone sono costate 150 mila euro a testa. Spero che uno dei tre sia a casa tua, perché se dici queste cose poi devi farle”. Sansonetti risponde respingendo la provocazione: “Questa è una provocazione classica della destra estrema. Me la sento dire quasi tutti i giorni: ‘perché non te li prendi a casa?’ Io vivo in due stanze…”.</p>
<p>Il duello, poi, scivola poi sulla politica estera e sulla <strong>Palestina.</strong> Rizzo rivendica coerenza: “Io sono sempre stato con la Palestina. Ma non si può usare la politica estera per costruire consenso interno”. Per Sansonetti, invece, la mobilitazione è legittima e necessaria.</p>
<p>Sul finale si torna alla diagnosi sistemica. <strong>Rizzo lega tutto alla geopolitica</strong>: “La globalizzazione ha cambiato il mondo. Tra dieci anni l’Italia sarà al ventiquattresimo posto per economia. La missione della politica è evitare il declino del nostro Paese”. E rincara: “Io non sono né di destra né di sinistra. Sono per il sovranismo popolare. Il potere vero sta nelle multinazionali e nella grande finanza. Destra e sinistra spesso servono solo a mantenere il sistema”.</p>
<p>Sansonetti non accetta la liquidazione delle categorie storiche: “<strong>La sinistra esiste ancora</strong>. È un mondo complesso: sindacati, movimenti, associazioni. Ridurla alle élite è una semplificazione”  Il confronto resta aperto. Uno scontro vero tra due visioni del mondo. Da una parte chi vede uno scontro verticale tra popolo ed élite globali. Dall’altra chi difende la persistenza della frattura destra-sinistra come chiave di lettura della realtà.</p>
<p>Che sia la fotografia della politica italiana? Nel frattempo, in Sette Vite, il dibattito continua. Senza ipocrisie.</p>
<p>La puntata integrale è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=GoKxZBjjpPM" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
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		<title>Il prossimo premier? L&#8217;inquietante previsione di Calenda: &#8220;Sta arrivando un Armageddon&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 14:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[carlo calenda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Carlo Calenda al podcast Sette Vite bombarda Renzi e assicura: "Io mai col M5S né con Salvini"</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Carlo Calenda</strong> non ha mai amato le mezze misure. E nell’intervista che mi ha rilasciato per il podcast Sette Vite lo dimostra ancora una volta: spigoloso ma coerente con l’idea che la politica debba essere prima di tutto responsabilità. Parte da lontano, dalla sua vita personale. “Sto con la stessa donna da quando avevo diciott’anni. Ho fatto il manager e pensavo l’avrei fatto per tutta la vita. Poi è cresciuta dentro di me la storia, e quindi la politica”. Si definisce “molto fortunato”, ma rivendica anche una scelta di libertà: “Faccio politica perché mi piace. E la faccio da uomo libero”. Libero soprattutto nel giudizio. “Se Meloni fa una cosa giusta, io la voto. Se fa una cosa sbagliata la contesto. Non riesco a dire il contrario solo perché sto all’opposizione”. Un approccio che, ammette, “costa molto. Ma io sono pagato per fare l’interesse del Paese, non per fare teatro”.</p>
<p>Il suo nuovo libro, “<em>Difendere la libertà. L’ora dell’Europa</em>”, è una riflessione geopolitica. “Non parla di me né del partito. Parla di quello che sta succedendo nel mondo”. Per Calenda siamo entrati in “una nuova età degli imperi”: “Gli Stati Uniti restano una potenza, ma più fragili. La Russia è danneggiata ma pericolosa. La Cina è aggressiva, soprattutto sul piano economico”. E l’Europa? “Potrebbe essere una potenza, ma non è stata fatta. Senza autonomia su difesa ed energia non saremo mai davvero liberi”.</p>
<p><strong>Sulla guerra in Ucraina è netto: dialogo sì, ma solo se Mosca accetta un cessate il fuoco vero</strong>. “Ogni volta che Putin apre, poi chiede un altro pezzo di Ucraina. Così non si può”. E sul padiglione russo alla Biennale distingue tra cultura e propaganda: “Amo Tolstoj e Dostoevskij. Ma il padiglione è del governo russo, non degli artisti liberi”.</p>
<p>Calenda non evita i temi scomodi. Sulle alleanze è categorico: “Mai col Movimento 5 Stelle e con la Lega di Salvini. <em>No way</em>”. Con Renzi, invece, una frattura ormai definitiva: &#8220;Non puoi dire per anni che un’alleanza è il male assoluto e poi farla”. Sul denaro in politica è ancora più duro. “Io non ho mai accettato un euro da nessuno. Ma il vero scandalo è che un parlamentare deve dichiarare quanto guadagna, non da chi prende i soldi. È una follia”. Poi aggiunge: “Se fai politica, devi essere impeccabile”.</p>
<p>Si definisce diretto, qualcuno dice litigioso. Lui risponde così: “Ho un caratteraccio. Se penso che una cosa sia una sciocchezza lo dico. Ma voto i provvedimenti giusti da qualunque parte vengano”.</p>
<p>Racconta anche i propri errori. <strong>Nel 2016 partecipò a un incontro a San Pietroburgo dopo l’annessione della Crimea</strong>. “È stato un errore. Dovevamo essere più fermi con Putin”. L’autocritica non gli manca. Sulla vita privata è ironico ma fermo: niente amanti, niente gossip. “Ho una moglie, quattro figli, un lavoro totalizzante. Se la politica diventa un ventilatore di fango, io faccio un altro mestiere”. E quando gli chiedo chi sarà il prossimo Presidente del Consiglio, si concede una previsione inquietante: “Non so chi sarà. Ma sta arrivando un Armageddon finanziario ed energetico. E quando arrivano gli shock, la politica cambia”.</p>
<p>Il video integrale è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=4sHAdwzKpbg" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
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		<title>La vita di Jacobs (che ora torna in pista): &#8220;Mai avute due identità, mi sento solo italiano&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 14:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'oro olimpico racconta a Sette Vite quei dieci secondi che sembrano nulla e invece racchiudono anni di lavoro, cadute, infortuni, rinunce: "Dopo mi sono un po' perso"</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«Quella che stai vivendo è la vita che avresti voluto vivere?». È con la consueta domanda che si apre la mia conversazione con <strong>Marcell</strong> <strong>Jacobs</strong> nell’ultima puntata di <strong>Sette</strong> <strong>Vite</strong>, il podcast dedicato ai protagonisti del nostro tempo. E nel suo caso, possiamo dirlo senza enfasi: a uno dei miti dello sport contemporaneo. Medaglia d’oro olimpica nei 100 metri a Tokyo, l’uomo più veloce del mondo, <strong>il primo italiano a vincere la gara regina dell’atletica</strong>. Jacobs non è solo il campione che ha bruciato tutti sul filo del traguardo. È un bambino cresciuto tra due identità culturali ma anche un atleta passato attraverso infortuni e polemiche mediatiche. Gli chiedo che bambino fosse. Se la sua sia stata un’infanzia felice. Crescere tra America e Italia cosa gli abbia insegnato. La sua risposta è composta, riflessiva. Sì, si sente totalmente italiano. L’Italia è casa, è appartenenza. Ma la doppia identità gli ha insegnato ad adattarsi, a non sentirsi mai completamente fermo, a costruirsi da solo.</p>
<p>La velocità? «L’ho scoperta presto». Prima il salto in lungo, poi la svolta verso la corsa pura. Una transizione non scontata. «A un certo punto qualcuno mi ha fatto capire che quei metri potevano portarmi lontano. Forse fino a diventare il più veloce del mondo». <strong>Ma crederci davvero, racconta, «è stata un’altra storia»</strong>. C’è stato un istante in cui ha capito che avrebbe potuto fare qualcosa di storico? «Sì». Uno sguardo agli avversari. Una consapevolezza improvvisa: «Dopo tutti i sacrifici fatti, perché non io?».</p>
<p>La sera prima della finale olimpica non è epica come potremmo immaginare. «È stata silenziosa. Intima». La pressione c’era, certo. «Ma l’ho trasformata in concentrazione». Poi quei dieci secondi. <strong>Dieci secondi che sembrano nulla e invece racchiudono anni di lavoro, cadute, infortuni, rinunce</strong>. Si è accorto subito di aver vinto? «Non è così automatico come si pensa. Devi guardare il tabellone, realizzare». E quando succede, il tempo si ferma.</p>
<p>Un titolo gli è rimasto addosso: «L’uomo dei sogni». «Tokyo cambia tutto. Non solo la carriera. Cambiano le aspettative degli altri. E forse anche le tue». Dopo l’oro arrivano infortuni, dubbi, polemiche. Fino alle intercettazioni e al cosiddetto “caso spionaggio”, una vicenda che lo tocca indirettamente ma che finisce per coinvolgerlo mediaticamente. Quanto ha pesato? «Molto. Non tanto per quello che era, ma per il clima che si è creato. Per la sensazione di essere osservato, giudicato, messo in discussione». Le vittorie mancate fanno più rumore delle medaglie vinte? «In parte sì. <strong>Il mondo si abitua in fretta all’eccellenza e non perdona le pause</strong>». Dopo 643 giorni torna in Diamond League, al Golden Gala. Intanto ricompone la squadra con Paolo Camossi, l’allenatore con cui c’era stata una separazione. «Mi sono un po’ perso», ammette. Perdersi significa cercare altrove certezze che forse erano già dentro. «Andare negli Stati Uniti era un modo per respirare un’altra aria». Significa anche allontanarsi dal rumore italiano, dalle tensioni nate attorno a quelle intercettazioni. Quando legge certe notizie, «non sono rimasto del tutto sorpreso». E questo, forse, è l’aspetto più amaro.</p>
<p>Roma è un luogo simbolico. L’Europeo vinto davanti a quarantamila persone e al Presidente della Repubblica è un altro nodo emotivo fortissimo. «Entrare in quello stadio è qualcosa che ti attraversa».</p>
<p><strong>«Diventare padre mi ha cambiato più dell’oro olimpico»</strong>. I figli non vedono soltanto il campione: «Vedono il papà». Ed è uno sguardo che rimette tutto nella giusta prospettiva. Sta costruendo un’Academy perché sente la responsabilità dell’esempio. «Essere un modello non è solo un privilegio, è un dovere». La vera forza, dice, «si misura nella capacità di rialzarsi». Vincere è straordinario, ma tornare dopo una caduta lo è ancora di più. Prima di salutarci gli chiedo un’ultima cosa: un momento di felicità pura, esclusa Tokyo. Sorride. «La felicità vera a volte è lontana dai riflettori». Sta in un abbraccio. In uno stadio che esplode. O in una sera qualunque, quando capisci che sì — nonostante tutto — stai vivendo esattamente la vita che volevi.</p>
<p>La puntata integrale è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=x734w2-GaKM" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-vita-di-jacobs-che-ora-torna-in-pista-mai-avute-due-identita-mi-sento-solo-italiano/">La vita di Jacobs (che ora torna in pista): &#8220;Mai avute due identità, mi sento solo italiano&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>&#8220;A Crans Montana, mio figlio vivo per pochi secondi. La Svizzera vuole 70mila euro. Ma per cosa?&#8221;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/a-crans-montana-mio-figlio-vivo-per-pochi-secondi-la-svizzera-vuole-70mila-euro-ma-per-cosa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 14:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Marcucci, padre di Manfredi, racconto l'inferno del Constellation: "Centinaia di feriti, nessuno riusciva a curarli. Ho chiesto: posso portarli io all'ospedale? Poi la corsa"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/a-crans-montana-mio-figlio-vivo-per-pochi-secondi-la-svizzera-vuole-70mila-euro-ma-per-cosa/">&#8220;A Crans Montana, mio figlio vivo per pochi secondi. La Svizzera vuole 70mila euro. Ma per cosa?&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Era il primo gennaio 2026. L’anno si è aperto con una tragedia che ha squarciato il silenzio festoso della notte di Capodanno. Un incendio nel locale &#8220;Constellation&#8221; di <strong>Crans-Montana</strong>, in Svizzera, ha ucciso più di quaranta ragazzi. Oltre cento i feriti. Una strage che ha sconvolto l’opinione pubblica italiana e non solo. <strong>Umberto Marcucci</strong> è il padre di Manfredi, 16 anni, sopravvissuto a quell’inferno. Quando parla, alterna lucidità e commozione. E ripete una frase che resta sospesa nell’aria: “Se contiamo fino a venti, a ventuno mio figlio e gli altri erano morti. È stata questione di pochi secondi. Ero felice di vederlo con gli amici. Avevano solo sedici anni”. La famiglia era in vacanza. Giorni spensierati sulla neve. “<strong>Era il primo Capodanno che facevano tutti insieme</strong>. Avevano sedici anni, avevano diritto a divertirsi. Io ero felice di vedere Manfredi che alle otto del mattino veniva a sciare con me, poi correva dagli amici. Finalmente senza telefono davanti alla faccia”. Poi la notte del 31 dicembre. Manfredi esce a piedi con due amici. Alle 01:15 l’ultimo messaggio del padre: “Gli ho scritto: come va? Se vuoi vengo a prenderti. Sette minuti prima del rogo”. Tre quarti d’ora dopo la telefonata che cambia tutto. “C’è stato un incendio”. Umberto si veste in venti secondi. “Sono sceso come un automa. In trenta secondi ero lì”. Davanti al locale trova un silenzio irreale. “Un silenzio assordante. Nastri della polizia, camion dei pompieri, gente muta. Sembrava un set cinematografico”.</p>
<p>Chiama il figlio. Risponde. È vivo. “Con le mani che tremavano gli ho chiesto dov’era. Mi è venuto incontro. È stato un miracolo”. <strong>Manfredi era in una saletta sul fondo del locale</strong>. Non stava ballando. “È arrivata una ragazza gridando: c’è il fuoco. Sono scappati. Non sono morte per le fiamme soltanto, ma per le esalazioni. Quella spugna fonoassorbente era diventata petrolio. Respiravano petrolio”.</p>
<p>Sulla famosa scala viene investito dalle fiamme alle spalle. Ustioni sul 35% del corpo: schiena, braccia, testa. La cintura di pelle completamente sciolta. “I jeans erano intatti. La cintura squagliata. Per capire a che temperatura erano arrivati”. All’inizio Umberto pensa che il figlio stia “relativamente bene”. “Camminava, parlava. Pensavo: lo medicano e torniamo a casa. <strong>Non avevo mai visto una persona bruciata</strong>”. Attorno, ragazzi a terra, senza soccorsi adeguati. “Non era tanto assenza di soccorsi, era un evento apocalittico. Centinaia di feriti raccolti nel bar di fronte. Nessuno che riuscisse a curarli tutti”.</p>
<p>Dopo oltre un’ora senza trasferimenti organizzati, Umberto prende una decisione. “Ho chiesto: posso portarlo io all’ospedale? Non stava succedendo nulla”. Carica in macchina Manfredi, una ragazza ustionata al 60% e un giovane svizzero ferito. Quaranta minuti fino a Sion. “Ogni tanto chiedevo: va bene? Il ragazzo svizzero ha detto ‘va bien’. Io ho capito bene. Manfredi mi fa: papà, ha detto ‘pas bien’. Allora ho accelerato. <strong>Stavano crollando</strong>”.</p>
<p>A Sion Manfredi viene sedato. Non è tra i più gravi, resta quindici ore in attesa di trasferimento. Poi l’elicottero e l’arrivo a Milano, al Niguarda. “Quando ho visto arrivare i medici della Regione Lombardia ho detto: siamo in un altro mondo”. Manfredi resta due settimane in coma farmacologico. “<strong>Quando si è svegliato ha chiesto: quanti anni sono?</strong> Era dimagrito quindici chili. Sembrava Ewan McGregor in Trainspotting. Gliel’ho detto. Ha sorriso”.</p>
<p>Otto interventi chirurgici in quattro mesi. Poi la complicanza più difficile: <strong>una lesione alla trachea causata dall’intubazione d’urgenza in Svizzera</strong>. “Dopo tre passi non respirava. A sedici anni gli hanno resecato tre centimetri di trachea e riattaccata. È tornato a scuola il giorno dopo essere uscito dall’ospedale”. Oggi ha un braccio che fatica a muoversi. “La cicatrice è dura come pelle di coccodrillo. Fa fisioterapia quattro volte a settimana. Dice: non ne ho voglia, ma so che serve, quindi lo faccio”.</p>
<p>Nel dolore, anche le domande sulle responsabilità. “Crans-Montana vive di turismo. Se dai in concessione una pista da sci controlli che passi il gatto delle nevi. Se c’è un locale, lo controlli. Perché non è stato fatto?”. E poi la fattura: 67mila franchi per quindici ore di ricovero a Sion. “<strong>Quando l’ho letta ho pensato: qualcuno ci sta provando. Cinquemila franchi l’ora per fare cosa?</strong>”. La cartella clinica richiesta non è ancora arrivata. “Non li dobbiamo pagare noi, lo so. Ma verranno chiesti allo Stato italiano. E questo non è accettabile finché non si chiariscono le responsabilità”.</p>
<p>Umberto non è credente. Sua madre è andata due volte al Divino Amore. “Lei dice che è un miracolo. Io non so chi l’ha fatto. Però è un miracolo”. Oggi Manfredi prende l’autobus, va a scuola, esce con gli amici. “Nonostante tutto, ha ripreso a vivere. Per un sedicenne tre mesi sono un’eternità”. <strong>C’è un’immagine che Umberto porta con sé</strong>. Non quella della notte del rogo, ma del giorno dopo, nel reparto ustionati di Milano. “Tutti quei letti occupati dai ragazzi. Una scena pesante. Ma erano vivi. Mi viene in mente il bulbo di tulipano: è nero, brutto. Lo pianti e piano piano sboccia. I medici li hanno fatti rinascere. Chi prima, chi dopo”. Più di quaranta ragazzi non sono sbocciati. Gli altri sì. E in quelle vite salvate, sospese tra le cicatrici e il futuro, c’è una comunità intera che ancora cerca risposte.</p>
<p>La puntata integrale è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=-eTztoTIS7E" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/a-crans-montana-mio-figlio-vivo-per-pochi-secondi-la-svizzera-vuole-70mila-euro-ma-per-cosa/">&#8220;A Crans Montana, mio figlio vivo per pochi secondi. La Svizzera vuole 70mila euro. Ma per cosa?&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Rachele Mussolini: &#8220;Il cognome del Duce? È stato un fardello, ma&#8230;&#8221;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/rachele-mussolini-il-cognome-del-duce-e-stato-un-fardello-ma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 14:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nipote di Benitoi nel podcast Sette Vite: "Non posso sfuggire al mio destino"</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un momento, durante l’intervista al mio podcast “Sette Vite”, in cui il peso di un cognome si scioglie in una battuta: “Una volta una ragazza venne da me e mi disse: ‘<strong>Ma tu sei Rachele Mussolini</strong>?’ Io risposi di sì. E lei: ‘Tu lo sai che mio nonno era il peggior nemico di tuo nonno?’. Le ho detto: ‘Ne abbiamo tanti di nemici, no? Voglio dire… pace’”. Risate. Ma dentro quella leggerezza c’è una vita intera vissuta sul crinale tra storia e identità. <strong>Rachele Mussolini</strong> – capogruppo in consiglio comunale a  Roma con Forza Italia – è consapevole che il suo nome non è mai stato neutro. “Non posso sfuggire al mio destino perché oltre ad avere il cognome ho anche il nome”, racconta. Un doppio marchio, verrebbe da dire. Eppure, nella conversazione, emerge una donna che rivendica il diritto di essere prima di tutto sé stessa.</p>
<p>Dietro l’immagine pubblica c’è una storia personale fatta anche di cadute. “<strong>Mi sono ritrovata a 40 anni senza lavoro, con un mutuo sulle spalle e due figlie</strong>”, ricorda parlando del licenziamento collettivo ai tempi del passaggio da Alleanza Nazionale al Pdl. Aveva rifiutato in passato uno stage alle Poste – “un paracadute sicuro” – per continuare a fare politica. Se ne è pentita? “Qualche volta sì”. Per un anno ha lavorato come hostess. “C’è dignità in qualsiasi tipo di lavoro”, dice con convinzione. E quando qualcuno, leggendo la targhetta, le chiedeva incredulo perché lo facesse, la risposta era semplice: perché lavorare non è mai umiliante.</p>
<p>La domanda inevitabile, nel corso dell’intervista, arriva: come si vive essendo nipote di <strong>Benito Mussolini?</strong> Come si separa la memoria privata dalla responsabilità pubblica? Rachele distingue. “Mio padre mi ha sempre raccontato la parte privata, mai quella pubblica”. Racconta di aver scelto, per la tesina di fine anno, la rivoluzione bolscevica: non per rimuovere, ma per sottrarsi a una sovraesposizione inevitabile. Rivendica però l’orgoglio per il suo cognome, legato soprattutto alla figura del padre, <strong>Romano Mussolini</strong>, musicista jazz di fama internazionale: “È riuscito, nonostante il cognome, a diventare un grande jazzista apprezzato da tutti”. Sulle responsabilità storiche non elude: “Le leggi razziali sono una cosa che ho sempre condannato”. E rispetto alla frase che le ha attirato critiche – “mio nonno non era cattivo” – chiarisce: “Mi riferivo al piano familiare. Non si può sapere com’era nel privato chi hai conosciuto solo come figura storica”.</p>
<p>La politica, spiega, non è stata una sfida ma una conseguenza naturale. Dopo una breve parentesi televisiva giovanile – arrivò anche a essere eletta “Miss dell’anno” negli anni ’90 – scelse di laurearsi e lavorare dietro le quinte, coerente con un carattere che definisce “timido”. Nel 2016 entra in Consiglio comunale. “È stato un riscatto”, dice pensando agli anni difficili precedenti. Nel 2021 diventa la consigliera più votata di Roma. Un risultato che definisce sorprendente: “Ho volato”. <strong>Il rapporto con Fratelli d’Italia</strong>,<strong> però, si incrina nel tempo</strong>. Non per scontri plateali, ma per differenze di sensibilità. “Mi ritengo una persona di centrodestra moderata, laica”. Parla di diritti civili, eutanasia, sicurezza, rifiutando schemi ideologici rigidi. Una posizione che le è costata consenso tra i più “identitari”, ma che rivendica: “Io sono così da sempre, anche in tempi non sospetti”.</p>
<p>“Mi fa male quando mi scrivono che non dovrei neanche esistere per il cognome che porto”. È forse la ferita più evidente. Il pregiudizio, dice, arriva proprio da chi dovrebbe combatterlo. Eppure insiste: “Mi penserei proprio come Rachele. Senza il cognome”. Non perché voglia rinnegarlo, ma perché desidera che venga prima la persona: il lavoro da consigliere, le battaglie sulla smart city, i provvedimenti portati avanti anche con colleghi del Partito democratico. La dimensione privata resta centrale. Le figlie, adolescenti, hanno studiato anche loro la storia di quel cognome. Fanno domande. Talvolta assumono posizioni perfino più nette delle sue. Ride raccontando una “serata arcobaleno” <strong>organizzata in casa con amici omosessuali:</strong> segno di una normalità che non ha bisogno di etichette. Il suo sogno, alla fine, è semplice: “Continuare ad essere in salute per vedere crescere le mie figlie”. Prima ancora che politica, madre. E su come vorrebbe essere ricordata non ha dubbi: “Per quello che ho fatto. E per la persona che sono”. Forse è qui la cifra più autentica dell’intervista: il tentativo, ostinato e paziente, di trasformare un cognome che pesa in una storia personale che parla da sé.</p>
<p>La puntata integrale è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=3n63E4VInNE" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
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		<title>&#8220;Una prof derise la mia fede e mi ribellai. Così è nata la mia vocazione&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 14:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Suor Anna Monia Alfieri si racconta oltre l'immagine pubblica. Gli studi di giurisprudenza, poi la vocazione: "Ripensamenti? Chi dice di non averne mai avuti, mente"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/una-prof-derise-la-mia-fede-e-mi-ribellai-cosi-e-nata-la-mia-vocazione/">&#8220;Una prof derise la mia fede e mi ribellai. Così è nata la mia vocazione&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Suor Anna Monia Alfieri</strong> è una figura che il grande pubblico conosce per i suoi interventi televisivi a <strong><em>Quarta Repubblica</em></strong> e per la chiarezza con cui affronta i temi dell’attualità. Ma nel podcast Sette Vite ho voluto andare oltre l’immagine pubblica. Ho voluto capire chi fosse prima del velo. La sua prima vocazione non era religiosa. Voleva fare il magistrato, sull’onda di Falcone e Borsellino, negli anni in cui la parola giustizia bruciava nelle coscienze. Si iscrive a Giurisprudenza, si laurea, inizia il praticantato in uno studio milanese. Poi qualcosa cambia. Avverte dentro di sé l’esigenza di tenere insieme l’impegno morale e l’impegno civile. Non le basta combattere il male dall’interno delle istituzioni; desidera una coerenza più profonda.</p>
<p>È cresciuta a Nardò, in una famiglia semplice, con un padre che le insegnava che la libertà passa dallo studio. “Se conosci, sei libero”, le ripeteva. E lei, bambina vivace e curiosa, prende sul serio quell’insegnamento. A scuola ottiene voti altissimi ma si annoia, protesta. Si ribella a chi non sa intercettare i bisogni degli alunni. La scuola diventa il suo primo campo di battaglia. Un episodio la segna: <strong>una docente deride la sua fede davanti ai compagni</strong>. Lei reagisce, viene cacciata dall’aula. È il momento in cui comprende che i principi non si negoziano. Da allora decide di vivere le sue scelte a testa alta.</p>
<p>A nove anni aveva già sperimentato cosa significa pagare un prezzo per ciò in cui si crede. La sua maestra, Renata Fonte, fu uccisa dalla mafia per essersi opposta alla speculazione edilizia. Prima di morire le disse: “Bisogna compiere il proprio dovere fino in fondo, costi quel che costi”. Quelle parole diventano un filo rosso nella sua vita. La mafia, capisce, non è solo un’organizzazione criminale: è una cultura dell’omertà, del “va tutto bene”.</p>
<p><strong>La scelta religiosa matura lentamente</strong>. Otto anni di discernimento. Studi, dubbi, confronto continuo tra fede e ragione. Perché in lei – lo dice con franchezza – fede e ragione si sono sempre combattute. E quando le chiedo se abbia mai avuto ripensamenti, risponde con disarmante sincerità: «Chi dice di non averne mai avuti mente». I voti religiosi non li descrive come privazioni ma come atti di libertà. La povertà non è miseria, ma non possedere nulla di proprio. La castità non è negazione del corpo, ma capacità di amare più persone. L’obbedienza non è sottomissione, ma ascolto consapevole. È una visione esigente, che non nasconde le difficoltà.</p>
<p>Il passaggio più intenso dell’intervista arriva quando affrontiamo il tema del male. Dove era Dio davanti agli orrori della storia? La sua risposta è netta: «Dio è il primo liberale. Ci lascia liberi, anche di sbagliare». La libertà, per lei, è il dono più grande e il rischio più alto.</p>
<p>Parla di politica come della più alta forma di carità, distinguendo però la politica dai partiti. Denuncia la polarizzazione, rifiuta il politicamente corretto, invita a custodire la democrazia con responsabilità. Non teme il confronto: né in Senato sul fine vita, né in televisione. E poi, quando le chiedo se abbia un vizio, sorride. <strong>Confessa di guardare da sempre “Un posto al sole”</strong>. Anche chi vive di ideali radicali ha bisogno di normalità. La sua non è una fede comoda. È una fede pensata. E forse è proprio questo – in tempi così fragili – il suo tratto più controcorrente.</p>
<p>La puntata integrale è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=owATBLc1eYM" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/una-prof-derise-la-mia-fede-e-mi-ribellai-cosi-e-nata-la-mia-vocazione/">&#8220;Una prof derise la mia fede e mi ribellai. Così è nata la mia vocazione&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Malagò: &#8220;La Serie A compatta su di me. Guidare la Figc? Una sfida che mi affascina&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 13:57:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In esclusiva per il podcast “Sette Vite” di Hoara Borselli la prima intervista di Giovanni Malagò, all’indomani della decisione della Lega serie A di candidarlo a presidente della Figc</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/malago-la-serie-a-compatta-su-di-me-guidare-la-figc-una-sfida-che-mi-affascina/">Malagò: &#8220;La Serie A compatta su di me. Guidare la Figc? Una sfida che mi affascina&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In esclusiva per il <strong>podcast “Sette Vite” di Hoara Borselli</strong> la prima intervista di <strong>Giovanni Malagò</strong>, all’indomani della decisione della Lega serie A di candidarlo a presidente della Figc, dopo le dimissioni di Gabriele Gravina.</p>
<p><strong>Cosa significa per te la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali?</strong></p>
<p>«Significa quello che provano tutti gli italiani, forse ancora di più quelli che vivono il calcio con passione. È qualcosa di incredibile, sorprendente e doloroso, per motivi che non serve neanche spiegare. Sono andato a vedere Italia‑Irlanda a Bergamo. Non avevo alcun ruolo istituzionale, ma mi sembrava giusto esserci come cittadino e da appassionato. Sono rimasto incollato alla partita con grande partecipazione emotiva. Questo dice tutto».</p>
<p><strong>Come stai vivendo il fatto che il tuo nome venga indicato per la successione alla FIGC?</strong></p>
<p>«Innanzitutto tengo a chiarire che io non mi sono candidato. Non ho fatto alcun passo formale in questo senso. Alcuni rappresentanti della Lega di Serie A mi hanno chiesto un&#8217;eventuale disponibilità. Li ho ringraziati per la fiducia, ma ho detto che senza un passaggio formale non sarebbe corretto dare alcuna risposta. Nel momento in cui ci sarà un’indicazione ufficiale da parte di una componente, allora farò le mie valutazioni. Prima di quel prerequisito non si entra neanche in corsa».</p>
<p><strong>Ti ha colpito la compattezza di 19 società su 20?</strong></p>
<p>«È oggettivamente impressionante. Parliamo di un mondo storicamente complesso, litigioso, dove per anni è stato difficile trovare anche solo una maggioranza semplice. Vedere 19 società convergere su un soggetto terzo, peraltro esterno alla dinamica federale diretta, è un fatto che merita attenzione. Se non ci fosse stato questo livello di compattezza, probabilmente avrei già declinato».</p>
<p><strong>Perché hanno pensato a te?</strong></p>
<p>«Credo che mi venga riconosciuta credibilità e affidabilità. Nei momenti complicati serve qualcuno che sia considerato efficace e capace di tenere la barra dritta. L’affidabilità dovrebbe essere una qualità normale per chi ha ruoli di responsabilità, ma evidentemente non sempre è così scontata».</p>
<p><strong>Da osservatore esterno: cosa manca oggi al calcio italiano?</strong></p>
<p>«Su questo devo essere molto corretto. Una candidatura, se ci sarà, va accompagnata da un programma condiviso. Qualsiasi cosa dicessi ora rischierebbe di sembrare una dichiarazione programmatica fatta prima dei confronti formali con le componenti. È un mondo che conosco bene e in cui bisogna muoversi rispettando tempi e passaggi».</p>
<p><strong>Ma… ti piacerebbe davvero guidare la FIGC?</strong></p>
<p>«È una sfida che mi affascina. Allo stesso tempo sono una persona realista: sarebbe un impegno enorme, che impatta sulla mia vita, sulla mia azienda e sulla mia quotidianità. Io sono un imprenditore e valuto tutto a trecentosessanta gradi. Se faccio una cosa, la faccio con serietà».</p>
<p>La puntata integrale è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=3ueBaPbEyJU" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
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		<title>&#8220;La Nazionale? Siamo in default: vi spiego perché è inutile cambiare il ct&#8221;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/la-nazionale-siamo-in-default-vi-spiego-perche-e-inutile-cambiare-il-ct/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 15:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ivan Zazzaroni sull'eliminazione dai Mondiali: "Viviamo di passato. Non abbiamo la pazienza di costruire un progetto di sei o dieci anni. Vogliamo solo il traguardo"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-nazionale-siamo-in-default-vi-spiego-perche-e-inutile-cambiare-il-ct/">&#8220;La Nazionale? Siamo in default: vi spiego perché è inutile cambiare il ct&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-312494-1" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/04/sette-vite-zazzaroni.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/04/sette-vite-zazza.mp4?_=1" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/04/sette-vite-zazza.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/04/sette-vite-zazza.mp4</a></video></div>
<p><strong>Ivan Zazzaroni</strong> non ha mai esitazioni. Il direttore del <em>Corriere dello Sport</em> risponde con la sicurezza di chi ha attraversato quasi mezzo secolo di professione senza mai cambiare pelle. Eppure l’intervista arriva in un momento doloroso: l’Italia, per la terza volta, non andrà ai Mondiali.  “È la conferma che siamo un calcio in default. Viviamo di passato. Non siamo più quelli che crediamo di essere”. Zazzaroni allarga la prospettiva: il problema non è il 2018, né il 2022. È un declino che parte da lontano, con rare eccezioni (il 2006 e l’Europeo del 2021). Mancano qualità e coraggio, dice. Mancano i Baggio, i Del Piero, i Totti. <strong>Ma soprattutto manca una visione a lungo termine</strong>. “Cambieremo presidente, allenatore, staff. Ma non cambieremo noi. Non abbiamo la pazienza di costruire un progetto di sei o dieci anni. Vogliamo solo il traguardo”.</p>
<p>Ma il calcio, in questa conversazione, è solo una delle sue vite. Ivan Zazzaroni nasce da due genitori di diciassette anni. “Ero il padre di mio padre&#8221;, racconta. Il nome lo deve a un film visto per caso al cinema: Ivan il Terribile. Se il padre avesse scelto Totò, oggi si chiamerebbe in un altro modo. La sua infanzia è fatta di ambizione e umiltà: un padre ambizioso, una madre generosissima. “Mi hanno fatto studiare in scuole che non potevano permettersi”.</p>
<p>Il sogno iniziale era il calcio. Provini con Roma, Sambenedettese, Empoli, Massese. “Ho capito che potevo fare la Serie C. E la Serie C era poverissima. Il calcio ha scelto per me”. Ha scelto di raccontarlo, non di giocarlo. La radio, Autosprint, la Formula 1, i rally in giro per il mondo a ventitré anni. “Ho avuto fortuna. Ma anche talento. So fare tutto: radio, tv, scrittura. <strong>Non sono da dieci, ma posso fare otto o nove dappertutto</strong>”.</p>
<p>Non è un uomo che si compiace del dolore. Lo rimuove, scherza, sdrammatizza. “È anche un mio limite”. I lutti lo hanno colpito – l’ultimo, la perdita della madre – ma è stata la tragedia dei ragazzi ustionati a Niguarda a costringerlo a guardare in faccia la fragilità della vita. Li ha incontrati, sostenuti, messi in contatto con campioni e artisti. “Ha fatto più bene a me che a loro”.</p>
<p>Sui social ha un rapporto ambivalente: attratto e infastidito. Risponde a tutti, dai colleghi ai ragazzi che gli chiedono un’opportunità. “Chi non risponde a un giovane è una testa di cazzo&#8221;. Non fa networking, non fa lobby. “Sono un one man. Questo mi è costato.”</p>
<p>Sul giornalismo non usa mezze misure: “È finito. Abbiamo delegato il nostro lavoro a persone che non sanno scrivere. Siamo rimasti reggimicrofono”. Eppure continua a credere nei giovani, nella passione, nella necessità di leggere, studiare, trovare una voce propria.</p>
<p>Ballando con le Stelle gli regala una seconda popolarità. Lì scopre che il pubblico lo trova simpatico, non arrogante. Accetta la sfida. “La figura di merda era dietro l’angolo”. Se deve definire chi è oggi: “Un risolto. Un po’ incazzato, ma risolto”. La sua vita più felice resta quella brasiliana. Nessuna delle altre la cancellerebbe. Nemmeno l’uomo delle polemiche.</p>
<p>La puntata integrale è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=SLk3koTMdDE" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-nazionale-siamo-in-default-vi-spiego-perche-e-inutile-cambiare-il-ct/">&#8220;La Nazionale? Siamo in default: vi spiego perché è inutile cambiare il ct&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>&#8220;Mi diceva: &#8216;Signorina vada lì&#8230;&#039;&#8221;. La rivelazione di Lucio Presta su Berlusconi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 14:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[lucio presta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il manager si racconta al Podcast Sette Vite: "Quella che sto vivendo è una vita migliore di quella che avrei voluto"</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-310968-2" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/presta-sette-vite.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-presta.mp4?_=2" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-presta.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-presta.mp4</a></video></div>
<p>«Quella che sto vivendo è una vita migliore di quella che avrei voluto». <strong>Lucio Presta</strong> lo dice senza esitazione. Come se il bambino arrabbiato di Cosenza, quello nato il 14 febbraio e rimasto orfano di madre il giorno stesso della sua nascita, non avesse mai davvero smesso di guardare con incredulità il percorso compiuto. È da lì che parte la conversazione nel podcast <strong>Sette</strong> Vite: dall’assenza che diventa forza, dal dolore che si trasforma in motore. «Sono nato e mia madre è morta al parto. Peggio di così?», racconta. Eppure proprio quell’assenza, quel profumo mai sentito e cercato per tutta la vita, diventa per lui uno <strong>scudo</strong> <strong>invisibile.</strong> La certezza di non potersi fermare. Di dover dimostrare qualcosa — forse al destino, forse a se stesso.</p>
<p>L’infanzia è segnata da un rapporto difficile con il padre, mai davvero ricucito. «Ero convinto che mi odiasse», confessa. E invece, solo dopo la morte, scoprirà che quell’uomo parlava di lui ogni giorno, con orgoglio. Un rimpianto resta: quello di non aver parlato di più. La svolta arriva con il collegio dei Salesiani alla Spezia. Lontano da casa, lontanissimo dalla <strong>Calabria.</strong> Un luogo severo e formativo, dove impara il rigore, il rispetto, l’idea che chiedere scusa non sia una debolezza ma un atto di forza. «Quel poco o tanto che so lo devo ai Salesiani», afferma. È lì che l’ex ragazzo ribelle trova disciplina e visione. Poi la danza. Un colpo di fulmine a teatro per John Lei e Flora Torrigiani, l’incontro casuale con lo stesso ballerino a Milano, l’inizio di una carriera sui palcoscenici più importanti. Ma Presta non si limita a ballare: “Ruba con gli occhi”.</p>
<p>Il passaggio a manager arriva quasi naturalmente. Prima con <strong>Heather</strong> <strong>Parisi</strong>, poi con l’intuizione che cambierà la televisione italiana: <strong>Paolo Bonolis.</strong> «Non l’ho cresciuto, gli ho dato il coraggio di fare un salto», precisa. Da lì contratti “che passeranno alla storia”, strategie, dieci<strong> Festival di Sanremo</strong> — «nove e tre quarti», sorride — e momenti indelebili come i 45 minuti di Roberto Benigni sull’Inno di Mameli davanti a 17 milioni di persone.</p>
<p>Presta rivendica idee ma non nasconde gli errori. Due insuccessi clamorosi, ammette, tra cui un programma lanciato pochi giorni dopo l’attentato alle Torri Gemelle: «Il mondo era cambiato e noi non l’abbiamo capito». E poi una partenza sbagliata con Amadeus a <strong>Mediaset.</strong> «La gente non è stupida, ci ha punito». Parole rare in un ambiente che fatica ad ammettere sbagli.</p>
<p>Sulla fama di manager “potente” sorride. «Potere? Ma se penso al ragazzo dei giardini di Cosenza…». Eppure la sua capacità di muovere uomini, idee e palinsesti è riconosciuta. Lui la chiama passione, visione d’insieme. Non solo contratti, ma programmi, scenografie, collocazioni in palinsesto. Strategia pura.</p>
<p>Anche l’amore attraversa la sua vita come un uragano — titolo non casuale del libro Uragano. Sole, fulmine, saette, oggi ai vertici delle classifiche. Tre matrimoni, figli amatissimi, errori ammessi senza troppe ipocrisie. «Gli uomini sono stupidi», dice con autoironia parlando di tradimenti.<strong> Ma rivendica una cosa: la presenza</strong>. «Io ci devo essere. Sempre». Una carnalità emotiva prima ancora che fisica, fatta di responsabilità e protezione.</p>
<p>Tra tutti i rapporti professionali, <strong>quello con Bonolis resta però una ferita aperta</strong>. «È l’unico capitolo che si intitola ‘All’amico che mi manca’». Una separazione che non si aspettava e che ancora oggi pesa. «Non voglio essere presuntuoso, ma credo di mancargli anch’io».</p>
<p>Se dovesse scegliere un momento da fissare per sempre? L’applauso dell’Ariston mentre Benigni spiega la Costituzione davanti al <strong>Presidente della Repubblica</strong>. «In camerino mi è scesa una lacrima».</p>
<p>Alla fine dell’intervista gli chiedo qual è stato il momento più difficile della sua vita personale, quello in cui ha toccato il fondo. Sorride, si ferma un attimo. La risposta resta sospesa, come molte cose che nella sua vita sono state trasformate in forza prima ancora di diventare fragilità pubbliche. <strong>Lucio Presta è questo: un uomo che si definisce fortunato</strong>, ma che alla fortuna ha sempre affiancato disciplina e visione. Un ragazzo partito da Cosenza diventato protagonista silenzioso della televisione italiana. Un uragano, sì. Ma con dentro sole, fulmini e saette.</p>
<p>L&#8217;intervista integrale è su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=KoRVsYLUmH8" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/mi-diceva-signorina-vada-li-la-rivelazione-di-lucio-presta-su-berlusconi/">&#8220;Mi diceva: &#8216;Signorina vada lì&#8230;&#039;&#8221;. La rivelazione di Lucio Presta su Berlusconi</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>&#8220;Toghe sottoposte alla politica? È una fake. Fondamentale andare a votare&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 18:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ospite del podcast Sette Vite: "È assurdo che chi giudica sia valutato insieme a chi accusa"</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-308241-3" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/MINIATURA-NORDIO.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-nordio.mp4?_=3" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-nordio.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-nordio.mp4</a></video></div>
<p>«È importante andare a votare sempre, perché i nostri padri hanno combattuto a lungo affinché gli italiani potessero esprimere la loro volontà. Rinunciare è quasi un tradire la loro memoria». <strong>Carlo Nordio</strong> lo ripete più volte nel corso della nostra conversazione: al di là delle appartenenze, il referendum sulla riforma della giustizia è un passaggio cruciale. Ma cruciale per cosa? «Per realizzare una giustizia più moderna, più allineata alle democrazie occidentali. Una giustizia più giusta».</p>
<p>Il clima che accompagna questo voto gli ricorda un episodio lontano, ma emblematico. «Nel 1974 – racconta – c’era il referendum abrogativo sul divorzio. A Sanremo partecipava una canzone famosissima, “Sì, all’amore ho detto sì” di Gigliola Cinquetti. Fu oggetto di polemiche, si temeva che potesse influenzare subliminalmente il voto». Nordio sorride: «È un’offesa all’intelligenza degli italiani pensare che il titolo di una canzone possa determinare un voto così importante» riferendosi alle polemiche che ci sono state con il brando di Sal Da Vinci “Per sempre sì” che ha vinto Sanremo. Nel 1974 alla fine vinse il “no” all’abrogazione e la <strong>legge sul divorzio</strong> restò in vigore. «Segno che gli italiani sanno scegliere con la propria testa». Oggi, però, il referendum è di natura diversa: confermativo. «Qui la domanda è semplice: vuoi confermare la legge approvata dal Parlamento? Se voti sì la mantieni, se voti no la cancelli. Non c’è quorum».</p>
<p>Secondo il Guardasigilli, l’esito positivo sancirebbe <strong>un salto di qualità strutturale</strong>: «Un’Italia più moderna, finalmente allineata alle democrazie occidentali». Il ministro non usa mezzi termini: «I giovani non sanno che una parte della nostra architettura giudiziaria affonda ancora le radici nel periodo fascista. L’unità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è stata consacrata da un decreto del 1941». Con il sì, sostiene, «liberiamo gli ultimi cascami di quel sistema e completiamo il disegno costituzionale in senso autenticamente antifascista».</p>
<p><strong>Il punto non è indebolire la magistratura</strong>, precisa: «È una fake news dire che vogliamo sottoporla alla politica. L’articolo 104 riformato chiarisce che la magistratura resta autonoma e indipendente da ogni altro potere».</p>
<p>La riforma si fonda su tre cardini: separazione delle carriere. È il cuore del progetto. «Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa famiglia, allo stesso Consiglio superiore della magistratura. E accade che il giudice che deve essere terzo e imparziale sia valutato anche da chi fa l’accusa», spiega Nordio. Con la separazione, si creano due ordini distinti. «È assurdo che chi giudica sia valutato insieme a chi accusa. In Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in tutta Europa le carriere sono separate. Noi ci adeguiamo a quello standard». L’obiettivo dichiarato è riequilibrare il processo e rafforzare la percezione di imparzialità: «Il cittadino deve sentirsi davvero giudicato da un arbitro terzo».</p>
<p>Poi, il sorteggio per il Csm. Secondo pilastro: il meccanismo di selezione dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura. «Oggi sono eletti dai colleghi e questo crea un sistema di correnti, <strong>veri e propri “partitini” interni all’Associazione nazionale magistrati</strong>», afferma. Il sorteggio, spiega, serve a spezzare il legame tra elettore ed eletto: «Non è un’estrazione tra passanti. Il sorteggio avverrà da un elenco di magistrati con almeno vent’anni di esperienza, già valutati più volte. Ma elimina la contiguità che può tradursi in scambio di favori».</p>
<p>E infine, l’Alta Corte disciplinare. Terzo perno della riforma è la nascita di un’Alta Corte disciplinare autonoma dal <strong>Csm.</strong> «Oggi la giurisdizione disciplinare è domestica: chi giudica il magistrato appartiene allo stesso organo di autogoverno», osserva il ministro. Con la nuova Corte, composta in larga parte tramite sorteggio tra magistrati esperti, l’intento è garantire maggiore terzietà. «Non si tratta di colpire la magistratura, ma di responsabilizzarla come ogni altra professione. Come un medico risponde dei propri errori professionali, così deve accadere per gli errori gravi e inescusabili di un magistrato».</p>
<p>La puntata integrale è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=D9K4sJpAFa0" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
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		<title>&#8220;L&#8217;avviso di garanzia? Davanti a Dio dico che&#8230;&#8221;. Di Pietro svela il retroscena su Berlusconi</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/lavviso-di-garanzia-davanti-a-dio-dico-che-di-pietro-svela-il-retroscena-su-berlusconi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 14:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[antonio di pietro]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il magistrato è rimasto fedele alla sua versione dei fatti. Ospite del podcast Sette Vite dice: "Perché voto sì al referendum sulla giustizia"</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-307043-4" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/dipietro-settevite.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-dipietro.mp4?_=4" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-dipietro.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-dipietro.mp4</a></video></div>
<p>Arriva al podcast <strong>Sette Vite</strong> con il passo di chi ha attraversato molte stagioni della storia italiana e non ha alcuna intenzione di indietreggiare: quando chiedo ad <strong>Antonio Di Pietro</strong> se quella che sta vivendo sia la vita che avrebbe voluto vivere, non tentenna: “Beh, a dir la verità sì, tutto sommato… sono stato sempre in prima linea”. Poi spiega il perché del suo ritorno sulla scena pubblica: il <strong>referendum sulla separazione delle carriere</strong>. Dice di sentirsi “persona informata sui fatti”, perché ha indossato tutti i panni possibili dentro un’aula di giustizia – poliziotto, pubblico ministero, imputato, politico – e considera un dovere civico spiegare ai cittadini le ragioni del suo sì.</p>
<p>Nel cuore, confessa, è rimasto magistrato. E da lì parte il racconto: l’infanzia a Montenero di Bisaccia, gemello “comandato” dalla sorella, la famiglia di contadini, la frase del padre che è diventata bussola: in campagna forse non c’è molto, “ma avremo sempre da mangiare”. C’è il seminario, scelto più per studiare che per vocazione, abbandonato senza rimpianti per “i pantaloncini corti e il pallone”. C’è la Germania dei primi anni Settanta, <strong>il lavoro in fabbrica come lucidatore di posate</strong> al mattino e falegname al pomeriggio e i soldi spediti a casa come trofeo. “La cosa più bella era arrivare a fine mese e lo stipendio. Rimandare dei soldi a casa. Cioè che soddisfazione, è bellissimo”, racconta.</p>
<p>Il <strong>percorso verso la magistratura</strong> non è un piano studiato a tavolino, ma una sequenza di concorsi vinti quasi per scommessa. Impiegato statale dopo una “busta gialla” arrivata in Germania, amministratore di condomini, laurea presa da privatista, segretario comunale, commissario di polizia, infine magistrato. “Concorso di circostanze”, la chiama.</p>
<p>Sul capitolo Berlusconi è netto: rivendica l’unico invito a comparire firmato da lui, ricorda la condanna in primo grado e l’assoluzione in appello, sottolinea che gli altri processi non erano affar suo. E sulla fuga di notizie che precedette l’avviso di garanzia all’allora premier giura: “Credo in Cristo davanti a Dio” di non aver passato lui la notizia. Resta l’amarezza di aver portato per trent’anni un sospetto che respinge con forza.</p>
<p>Il presente, però, è soprattutto il referendum. <strong>Di Pietro è indignato con quei colleghi magistrati</strong> che, a suo dire, usano la propria autorevolezza per orientare il voto parlando di una magistratura “sotto il potere della politica”. Lo considera un falso pericoloso. Difende la separazione delle carriere con una metafora semplice: arbitro e giocatore non possono appartenere alla stessa squadra. Teme che la credibilità costruita negli anni venga oggi usata come leva emotiva. E non vuole restare in silenzio.</p>
<p>Se dovesse riassumere la sua vita in una parola, dice che “è andata bene”. Eppure l’elenco dei tradimenti è lungo, le cause per diffamazione decine, i processi subiti trentasette. Non si sente un simbolo, anche se sa di esserlo per molti, nel bene e nel male. Ci lascia con il sorriso disarmante di chi ha attraversato tempeste e ne porta ancora le cicatrici. <strong>Di Pietro è rimasto fedele alla sua versione dei fatti,</strong> ma soprattutto a quell’idea ostinata di dovere che, nel bene e nel male, continua a guidarlo.</p>
<p>Su youtube la <a href="https://www.youtube.com/watch?v=e9sqBdIfrr8" target="_blank" rel="noopener nofollow">puntata integrale</a></p>
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		<title>&#8220;Il ponte sullo Stretto? Perché sono favorevole a farlo&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 09:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ambientalista, radicale, sindaco di Roma, ministro, uomo di cultura. Francesco Rutelli si racconta nel podcast Sette Vite</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/il-ponte-sullo-stretto-perche-sono-favorevole-a-farlo/">&#8220;Il ponte sullo Stretto? Perché sono favorevole a farlo&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-306062-5" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-rutelli.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-rutelli.mp4?_=5" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-rutelli.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/03/sette-vite-rutelli.mp4</a></video></div>
<p><strong>Francesco Rutelli</strong> è ambientalista, radicale, sindaco di Roma, ministro, uomo di cultura. Nel mio podcast “Sette Vite” lo ho incontrato partendo dalla consueta domanda, uguale per tutti: sta vivendo la vita che avrebbe voluto vivere? La risposta è stata netta: «Le scelte della vita sono interamente al cento per cento le tue, gli accadimenti no». Dentro questa frase c’è molto del suo carattere: l’idea di responsabilità personale unita alla consapevolezza che la storia – individuale e collettiva – non si lascia mai governare fino in fondo.</p>
<p>Rutelli oggi racconta la Capitale nel suo ultimo libro “Roma, la città dei segreti”. Non sceglie un “angolo del cuore”: sceglie l’“interezza” della città. <strong>Roma come organismo vivente</strong>, stratificazione infinita, luogo in cui convivono papato, impero, rivoluzioni e contraddizioni.</p>
<p>Tra aneddoti colti e memorie personali, emerge una città che non è solo scenario ma destino. Dal ponte Sant’Angelo – dove Bonifacio VIII impose il senso di marcia ai pellegrini per evitare tumulti – ai segni lasciati dai primi cristiani sulla Colonna Traiana, Roma diventa la metafora di una storia che si trasforma ma non si cancella.</p>
<p>E qui viene fuori una delle sue posizioni più interessanti: sulle grandi opere e sulle trasformazioni urbane non bisogna cedere alla paura. «<strong>Non dobbiamo avere paura delle trasformazioni</strong>», mi ha detto, rivendicando una visione in cui tutela e innovazione non sono nemiche.</p>
<p>Da ex sindaco, difende interventi coraggiosi e ricorda con orgoglio l’Auditorium di Renzo Piano, ma non nasconde le occasioni mancate per eccesso di rigidità burocratica. Governare Roma, del resto, significa misurarsi con una città immensa – fisicamente e simbolicamente. Colpisce, parlando con lui, la nostalgia non per il potere ma per la stagione radicale. Lì, dice, ha imparato che anche una minoranza può cambiare le cose, se intercetta un Paese più maturo della sua classe dirigente. Il tema del divorzio ne è l’esempio storico.</p>
<p>C’è in Rutelli una<strong> rivendicazione della libertà individuale</strong> e insieme una consapevolezza dei limiti della politica. Quando gli chiedo se tornerebbe a farla in prima linea, è sincero: una fase è compiuta. Oggi il suo impegno è altrove, nella cultura e nel volontariato.</p>
<p>Tra i passaggi più intensi dell’intervista, il racconto della ricostruzione del Toro di Nimrud, distrutto dall’ISIS. Un’operazione finanziata con fondi privati, artigiani italiani, restituita al museo di Bassora. Il suo ragionamento è netto: «<strong>Detesto il desiderio di distruggere come soluzione della propria ideologia</strong>». Non è solo una condanna del fondamentalismo islamico, ma di ogni forma di iconoclastia, comprese quelle occidentali che abbattono statue o riscrivono la memoria secondo il vento del momento.</p>
<p>Sul piano geopolitico, l’ex ministro osserva con prudenza le mosse di <strong>Donald Trump.</strong> Nessuna demonizzazione a priori, ma una richiesta di verifica sui risultati concreti. Sull’Artico – tema che ha studiato e scritto anni fa – ricorda che le nuove rotte commerciali cambiano gli equilibri globali. C’è un filo rosso che attraversa tutta la nostra conversazione: la coerenza. Dalla scelta di cambiare scuola dopo essere stato “punito” per un intervento non autorizzato a sedici anni, fino all’uscita dal Partito Democratico quando non si riconosceva più nel progetto originario.</p>
<p>Hoara Borselli, 4 marzo 2026</p>
<p>Clicca <a href="https://www.youtube.com/watch?v=G3Pg49bPEkU" target="_blank" rel="noopener nofollow">qui</a> per guardare la puntata integrale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/il-ponte-sullo-stretto-perche-sono-favorevole-a-farlo/">&#8220;Il ponte sullo Stretto? Perché sono favorevole a farlo&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Un errore giudiziario lungo 17 anni: la folle storia dell&#8217;attaccante della Juve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Feb 2026 15:30:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Padovano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Michele Padovano si racconta nel podcast Sette Vite: "È stata una roba terrificante. Dieci giorni senza fare una doccia, senza vedere l’aria"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/un-errore-giudiziario-lungo-17-anni-la-storia-di-michele-padovano/">Un errore giudiziario lungo 17 anni: la folle storia dell&#8217;attaccante della Juve</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-303564-6" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/02/sette-vite-padovano.jpeg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/02/sette-vite-padovano.mp4?_=6" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/02/sette-vite-padovano.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/02/sette-vite-padovano.mp4</a></video></div>
<p class="s2">Ci sono storie che ti costringono a fermarti perché ti mettono davanti a una domanda scomoda: e se capitasse a me? <strong>Michele Padovano,</strong> ex attaccante della <strong>Juventus,</strong> uno che “ha vinto tutto quello che un calciatore può vincere”, è stato travolto da uno dei più lunghi errori giudiziari della storia recente italiana. <strong>L’etichetta: narcotrafficante del mondo del calcio</strong>. Poi diciassette anni di processi. Tre mesi di carcere, di cui dieci giorni in isolamento. Alla fine l’assoluzione piena: il fatto non sussiste.</p>
<p class="s2">Per il mio podcast <strong>Sette Vite</strong> gli ho chiesto, come di consueto: “Quella che stai vivendo è la vita che avresti voluto vivere?” Mi ha risposto senza esitazione: “In questo momento sono abbastanza sereno… la vicenda che mi ha coinvolto per tutti questi anni me la sarei risparmiata volentieri, però credo che ci sia sempre un perché. Non è giusto guardarsi indietro.”</p>
<p class="s2">Prima dell’errore giudiziario c’era il ragazzino che giocava per strada quindici ore al giorno. “Una peste” – dice lui – con un solo chiodo fisso: il pallone. Diplomato geometra per volontà del padre, tifoso del Toro, idolo Paolo Pulici. Poi l’incontro con Maradona, la <strong>Juventus,</strong> le finali di Champions, gli scudetti.</p>
<p class="s2">Quando gli chiedo chi sia oggi Michele Padovano come uomo, la risposta è netta: “Mi sento un uomo migliore. Ho vissuto un incubo, ma non mi piace piangermi addosso. Per troppi anni sono stato etichettato ingiustamente.” La parola è forte: etichettato. Perché la gogna precede sempre il processo.</p>
<p class="s2">Viene arrestato senza spiegazioni. Dieci giorni in isolamento. Me lo racconta così: “È stata una roba terrificante. Dieci giorni senza fare una doccia, senza vedere l’aria. Non potevo parlare con nessuno”. Poi una guardia gli dice: prepara le tue cose, te ne vai. Pensa di essere libero. Invece viene trasferito, ammanettato, in un blindato. Nel frattempo il mondo lo ha già condannato.</p>
<p class="s2">Tutto nasce da <strong>un bonifico tracciato di 36mila euro</strong> a un amico che diceva di voler acquistare cavalli. I cavalli c’erano davvero. Ma in quell’indagine l’amico era coinvolto in altro. E Padovano diventa, secondo l’accusa, “capo promotore di un’associazione per traffico internazionale di stupefacenti”.</p>
<p class="s2">Cosa ti tiene in piedi quando rischi di farti anni di carcere per qualcosa che non hai fatto? La risposta è immediata: “La mia famiglia. Mia moglie, mio figlio. Sono loro i veri fuoriclasse&#8221;. Il figlio aveva quattordici anni. L’ha rivisto dietro un vetro dopo venti giorni. E invece di crollare, è stato il ragazzo a dirgli: papà, devi dare forza tu a noi.  <strong>Padovano non ha mai dubitato di essere creduto dai suoi</strong>: “Non ho mai pensato neanche un secondo che mio figlio potesse non credermi&#8221;. Nel mondo del calcio quasi nessuno si fa vivo. Pessotto. Vialli. Poi il vuoto. Nel 2006 i suoi ex compagni vincono il Mondiale. Lui la finale la guarda in carcere. “Mi sarebbe bastato un telegramma”, dice. Non è rancore. È constatazione.</p>
<p class="s2">Lo Stato? Nessuna scusa formale. Un possibile risarcimento da 24mila euro per ingiusta detenzione, ma a fronte di un altro processo. Quando arriva la sentenza definitiva, la sera, dopo otto ore di attesa, l’avvocato chiama: assolto. “Il giorno più bello della mia vita”, lo definisce. E piange con moglie e figlio. Ma avverte:<strong> diciassette anni non si restituiscono</strong>. Restano cicatrici. Alla fine gli chiedo che cosa vuole dire ai ragazzi che ascoltano. Lui non parla di vendetta, non parla di rabbia, non parla di complotti. Dice solo questo: “Non giudicate mai nessuno. La verità spesso non è come sembra”</p>
<p class="s2">La puntata integrale è su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=I-8J0gLgmcw" target="_blank" rel="noopener nofollow">Youtube</a></p>
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		<title>Sallusti: &#8220;Al referendum? Devi votare sì per due motivi&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2026 15:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro sallusti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il direttore di Politico Quotidiano si racconta nel podcast Sette Vite: "Ho cento volte più lettori di quando dirigevo il giornale cartaceo"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/sallusti-al-referendum-devi-votare-si-per-due-motivi/">Sallusti: &#8220;Al referendum? Devi votare sì per due motivi&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-302234-7" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/02/sette-vite-sallusti.jpeg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/02/sallusti-sette-vite.mp4?_=7" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/02/sallusti-sette-vite.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/02/sallusti-sette-vite.mp4</a></video></div>
<p>Ci sono uomini che, anche quando hanno già vissuto molte vite, non smettono di cercare la “prima volta”. <strong>Alessandro Sallusti</strong> è uno di questi. Direttore, giornalista, scrittore, oggi anche autore teatrale e direttore di una testata web, <a href="http://www.politicoquotidiano.it" target="_blank" rel="nofollow"><em>Politico Quotidiano</em></a>. Un’altra prima volta, appunto. «È un periodo di prime volte pazzesche», racconta, spiegando che «in realtà è la mia prima volta sul web» e che proprio per questo l’esperienza lo diverte e lo stimola.</p>
<p>La cifra più autentica di Sallusti è forse la coerenza. «Penso proprio di sì, anzi ne sono sicuro», risponde quando gli si chiede se stia vivendo la vita che avrebbe voluto. E aggiunge: «Io volevo fare questa roba e per fortuna sono riuscito a farla, quindi <strong>sono l’uomo più sereno del mondo</strong>».</p>
<p>L’ultima sfida lo ha portato a teatro con “<strong>Il Pregiudicato</strong>”, un titolo che è già una dichiarazione politica e personale insieme. «Sono un pregiudicato di fatto: sono stato processato, condannato, arrestato», dice senza girarci intorno, ricordando poi che lo Stato lo ha risarcito per ingiusta detenzione. Ma il pregiudizio, spiega, non è solo giudiziario: «Alcune idee, come le mie liberali e conservatrici, in questo Paese soffrono di un pregiudizio. Se non sei di sinistra, taci».</p>
<p>Portare tutto questo su un palcoscenico non è stato indolore. Anzi. <strong>«Ero terrorizzato», ammette Sallusti</strong> ricordando l’attimo prima che si aprisse il sipario. Abituato a parlare davanti a una telecamera, si è scoperto quasi paralizzato dall’idea di avere davanti «500 persone in carne e ossa che da te si aspettano qualcosa». Una responsabilità diversa, più fisica. «Ho vissuto due ore in uno stato di trans assoluta», tanto da dimenticarsi perfino di bere o fumare.</p>
<p>Il monologo ruota intorno alla libertà e a quello che Sallusti definisce «<strong>l’imbroglio della libertà</strong>». L’imbroglio, spiega, «è voler far credere che esiste una sola verità». La sua tesi è netta: «La verità è un punto di vista, non esiste una verità assoluta. Esistono delle verità, ognuno ha la sua». E la domanda che pone, sul palco e fuori, è sempre la stessa: perché alcune verità hanno diritto di cittadinanza e altre no?</p>
<p>Il teatro, per chi vive di scrittura, ha imposto anche una scoperta inattesa. «La scrittura, quando diventa copione, ha una fisicità», racconta. Le stesse frasi, recitate, si allungano, respirano, si caricano di pause e di silenzi. «Durante le prove leggiamo e andiamo avanti. Quando reciti, invece, il tempo si dilata». È lì che le parole diventano corpo.</p>
<p>Ma “Il Pregiudicato” è anche — e forse soprattutto — un racconto sul sistema giudiziario italiano. Un sistema che Sallusti conosce per esperienza diretta. <strong>«Ho vissuto un arresto ingiusto, dichiarato ingiusto da una Corte</strong>», ricorda. E aggiunge, senza enfasi ma con fermezza: «Perdere la libertà non è per nulla piacevole». A questo si somma la sua esperienza professionale accanto a Silvio Berlusconi: «Sono stato testimone oculare di una persecuzione giudiziaria».</p>
<p>Da queste esperienze nasce anche Il sistema colpisce ancora, scritto con Luca Palamara. Non un libro di sfogo, ma una denuncia strutturale. «Ci hanno detto: Palamara è stato fatto fuori, quindi adesso va tutto bene. Ma non è vero», sostiene Sallusti. «Quel sistema che ha inquinato la democrazia è ancora in piedi». E quindi la riforma della giustizia, pur non essendo salvifica, diventa necessaria: «Serve a mettere un altolà a derive pericolose».</p>
<p>I numeri citati fanno impressione: «<strong>In Italia ogni otto ore viene arrestata ingiustamente una persona</strong>». Mille casi l’anno. Non assoluzioni dopo il processo, ma arresti che non dovevano avvenire. «Qui c’è un corto circuito», spiega, indicando il rapporto troppo stretto tra pm e giudici: «Spesso il giudice fa un copia-incolla delle motivazioni del pm».</p>
<p>Secondo Sallusti, il tema della detenzione ingiusta non diventa una priorità politica per un motivo molto semplice: «Perché non tocca te». Finché non si sperimenta sulla propria pelle, prevale l’indifferenza. E perché, aggiunge, «mettere in discussione questo sistema vuol dire mettere in discussione la magistratura», cosa che la politica, dal 1994 in poi, ha avuto paura di fare fino in fondo.</p>
<p>Da qui la difesa della riforma e del referendum. «Devi votare sì per due motivi fondamentali», spiega in modo diretto. Primo: «Per essere sicuro che il tuo voto non venga inficiato da iniziative giudiziarie». Secondo: «Per sapere che, se domani arrestano il tuo vicino di casa, ci sono seri motivi». E poi c’è il punto decisivo: «<strong>Se un magistrato sbaglia, paga</strong>».</p>
<p>Nel frattempo Sallusti vive un’altra prima volta, quella da direttore di un giornale solo web. «È una nuova sfida», dice, ammettendo di essere «un po’ scombussolato». Ma i numeri lo sorprendono: «<strong>Ho cento volte più lettori di quando dirigevo il giornale cartaceo</strong>». Un segno dei tempi, certo, ma anche della vitalità del dibattito.</p>
<p>Alla fine, quando la conversazione scivola sul tema ultimo, la morte, Sallusti spiazza ancora. «Non ho alcuna paura di morire», confessa. «Mi dispiace lasciare le cose belle che ho in corso, ma sono stato molto fortunato: ho vissuto tanto e ho fatto tante cose».</p>
<p>E forse è proprio questa consapevolezza, unita al coraggio di continuare a esporsi e a mettersi in gioco, a rendere <strong>Alessandro Sallusti</strong> una figura ancora così centrale e divisiva. Uno che non rinuncia alla propria verità, anche sapendo che qualcuno continuerà a chiamarla “pregiudizio”.</p>
<p>La puntata integrale è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=0LMRD-xSIDY&amp;t=2s" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/sallusti-al-referendum-devi-votare-si-per-due-motivi/">Sallusti: &#8220;Al referendum? Devi votare sì per due motivi&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>&#8220;Ormai non si può sfottere nessuno. Io di destra? A sinistra non c&#8217;era più posto&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Feb 2026 15:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel podcast Sette Vite, Pingitore ripercorre la sua storia e quella del Bagaglino, ma soprattutto lancia un atto d’accusa culturale contro il nostro tempo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ormai-non-si-puo-sfottere-nessuno-io-di-destra-a-sinistra-non-cera-piu-posto/">&#8220;Ormai non si può sfottere nessuno. Io di destra? A sinistra non c&#8217;era più posto&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-301254-8" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/02/pingitore.jpeg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/02/settevite-pingitore.mp4?_=8" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/02/settevite-pingitore.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/02/settevite-pingitore.mp4</a></video></div>
<p><strong>C’è un pezzo di Italia che non fa più ridere</strong>. Non perché manchino i comici ma perché è venuta meno la voglia – e soprattutto il coraggio – di ridere di se stessi. <strong>Pier Francesco Pingitore</strong>, 91 anni portati con lucidità e ironia spiazzante, è uno degli ultimi testimoni di quella stagione in cui la satira non aveva bisogno di chiedere permesso.</p>
<p>Nel corso di una lunga conversazione nel podcast Sette Vite, Pingitore ripercorre la sua storia e quella del <strong>Bagaglino</strong>, ma soprattutto lancia un atto d’accusa culturale contro il nostro tempo. Un tempo che ha bandito lo sberleffo e scambiato l’offesa con la satira.</p>
<p>«C’è una vera e propria crociata contro la risata. Tutto viene preso terribilmente sul serio. Non si può più sfottere nessuno», dice. «Ma Orazio lo aveva già spiegato: <strong>chi ci impedisce di dire la verità ridendo</strong>?». Parole che oggi suonano quasi rivoluzionarie. Il simbolo di questa rimozione culturale è il Salone Margherita, storico teatro romano che per cinquant’anni è stato la casa del Bagaglino. «Abbiamo fatto spettacoli lì dal 1972 fino al 2020. Poi la Banca d’Italia lo ha chiuso per il Covid e non lo ha più riaperto», racconta Pingitore. «Ora lo ha messo in vendita con una base d’asta di 5 milioni. Tu ce li hai 5 milioni?». Una battuta amara, che fotografa perfettamente il paradosso italiano: si chiudono i teatri, si spegne la cultura popolare, e poi ci si chiede perché il pubblico si disaffeziona. Il problema, spiega Pingitore, non è solo trovare qualcuno che compri quei muri, ma qualcuno <strong>capace di gestire un teatro oggi</strong>, farlo vivere, farlo lavorare continuamente. Esattamente ciò che il Bagaglino ha fatto per mezzo secolo.</p>
<p>C’è stato un tempo – oggi inimmaginabile – in cui i politici facevano la fila per essere presi in giro. «Ai nostri tempi facevamo 10–12 milioni di spettatori e quelli che venivano sfottuti facevano la fila per venire da noi». Altro che querele, altro che indignazione permanente. Partecipare al Bagaglino era una consacrazione pubblica. Pingitore rivendica con forza il confine: «Se dai del cretino a qualcuno, fai un’offesa. <strong>Se racconti una situazione vera e la fai ridendo, fai satira</strong>. La forma cambia tutto». Oggi questo confine è stato volutamente cancellato. Perché la satira dà fastidio quando colpisce davvero.</p>
<p>Alla domanda se oggi il Bagaglino potrebbe tornare, Pingitore non ha dubbi. «Sì, assolutamente. Mi direbbero che è mercificazione del corpo della donna? Non me ne frega nulla». Non è arroganza: è la consapevolezza che senza libertà non c’è spettacolo, e senza spettacolo non c’è nemmeno democrazia emotiva. E quando gli fanno notare che oggi i politici sembrano già delle caricature di se stessi, risponde con lucidità feroce: «È vero che fanno ridere da soli, ma quella non è satira. La satira politica è un’altra cosa».</p>
<p>Pingitore non si è mai lamentato di essere stato escluso dai salotti “che contano”. Li guarda da lontano, con sarcasmo. «Mi dissero: lei è un po’ di destra. Risposi: <strong>sarei stato volentieri di sinistra, ma non c’era più posto</strong>». Una battuta che vale più di mille analisi sul conformismo culturale italiano.</p>
<p>Resta l’immagine finale: Pingitore che si presenta con una rosa, come ha sempre fatto. Non per posa, ma per convinzione. «Dare un fiore a una donna è un omaggio, è farla sentire importante. I signori si nasce». E forse è proprio questo il punto. Abbiamo perso la capacità di ridere, ma anche quella di essere signori. E senza entrambe, il teatro – e l’Italia – restano terribilmente vuoti.</p>
<p>Guarda la puntata completa su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Opr3Vda5Aw0" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ormai-non-si-puo-sfottere-nessuno-io-di-destra-a-sinistra-non-cera-piu-posto/">&#8220;Ormai non si può sfottere nessuno. Io di destra? A sinistra non c&#8217;era più posto&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Gianfranco Fini rivela: &#8220;No, non ho lasciato la politica per stanchezza&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2026 15:45:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[gianfranco fini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'ex presidente della Camera del podcast "Sette Vite": "La politica è un virus, lo prendi da piccolo e ti accompagna finché campi"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/gianfranco-fini-rivela-no-non-ho-lasciato-la-politica-per-stanchezza/">Gianfranco Fini rivela: &#8220;No, non ho lasciato la politica per stanchezza&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-300046-9" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/01/fini-sette-vite.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/01/sette-vite-fini.mp4?_=9" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/01/sette-vite-fini.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/01/sette-vite-fini.mp4</a></video></div>
<p>C’è un filo sottile che lega la passione politica di ieri con la disillusione e la riflessione di oggi. Ed è proprio su questo filo che si muove la mia lunga chiacchierata con <strong>Gianfranco Fini</strong>, protagonista della storia politica italiana, ospite del mio podcast <strong>“Sette Vite”.</strong> Un dialogo in cui l’ex presidente della Camera si racconta con lucidità, autoironia visione.</p>
<p>L’intervista si apre con la domanda consueta: «Quella che lei sta vivendo è la vita che voleva vivere?» – gli chiedo. «Sostanzialmente sì», risponde Fini, con il tono pacato di chi ha imparato a convivere con il tempo e le sue trasformazioni. Poi aggiunge, con un sorriso ironico, quando gli confesso che la mia passione per la politica è nata ascoltandolo da ragazza: «Mi riempie di orgoglio, comunque il reato è prescritto».</p>
<p>Parliamo della politica di oggi, dei giovani, della passione che sembra essersi affievolita. Eppure Fini, controcorrente come sempre, resta ottimista: «La politica è un virus, lo prendi da piccolo e ti accompagna finché campi». Un virus che non si cura, ma che evolve, cambia forma, si adatta ai tempi.</p>
<p>Non manca un passaggio emozionante sul suo ritorno ad <strong>Atreju,</strong> dove un pubblico di ragazzi gli ha tributato un applauso sincero. «A volte ritorno», dice sorridendo, ricordando con una punta di commozione quel momento che ha avuto il sapore del riscatto.</p>
<p>Ma l’intervista non si ferma alla nostalgia. Si parla di Europa, di sicurezza, di Iran, di fanatismo religioso, di giustizia e di un’Italia che cambia. Fini non si sottrae a nessuna domanda, anzi rilancia, con la lucidità di chi ha vissuto le istituzioni dall’interno e ne conosce le fragilità. Quando gli chiedo se la politica gli manchi, risponde con sincerità: «Non ho lasciato la politica per stanchezza. La politica non è un’occupazione, è <strong>un virus che se ti prende non ti molla più</strong>».</p>
<p>Nel finale, alla domanda più personale – come immagina il suo funerale, tra cent’anni – Fini sorride, quasi divertito: «Da chi mi ha voluto bene, vorrei essere ricordato come una persona che meritava quell’affetto, quell’amore, quella stima».</p>
<p>Un’intervista che è un viaggio nella memoria e nel presente, ma anche una lezione di lucidità e misura. Perché, come dimostra ancora una volta <strong>Gianfranco Fini,</strong> si può lasciare la politica attiva, ma non si smette mai davvero di farla.</p>
<p>Ascolta<a href="https://www.youtube.com/watch?v=6ZG1N-iH4Fg" target="_blank" rel="noopener nofollow"> la puntata completa</a> del podcast “Sette Vite” con l’intervista a Gianfranco Fini su Youtube e Spotify.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/gianfranco-fini-rivela-no-non-ho-lasciato-la-politica-per-stanchezza/">Gianfranco Fini rivela: &#8220;No, non ho lasciato la politica per stanchezza&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Luca Palamara rivela l&#8217;incubo delle toghe sul referendum: &#8220;Qual è il loro vero timore&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jan 2026 19:15:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[luca palamara]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'ex magistrato ospite del podcast Sette Vite: "Molti italiani non si accontentano più della narrazione ufficiale"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/luca-palamara-sette-vite/">Luca Palamara rivela l&#8217;incubo delle toghe sul referendum: &#8220;Qual è il loro vero timore&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-298875-10" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/01/sette-vite-palamara.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/01/sette-vite-palamara.mp4?_=10" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/01/sette-vite-palamara.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/01/sette-vite-palamara.mp4</a></video></div>
<p>C’è una vita prima e una dopo “il Sistema”. <strong>Luca Palamara,</strong> ex magistrato, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e membro del CSM, è stato al centro di uno dei terremoti più forti della magistratura italiana. Oggi, a distanza di anni, si racconta nel podcast “Sette Vite”. La prima domanda è la solita anche se sempre semplice e spiazzante: “Quella che stai vivendo è la vita che volevi?”. Palamara sorride, poi risponde: «È la vita che avrei voluto vivere, ma su presupposti diversi. Avrei voluto che arrivasse per scelta, non per un fatto traumatico».</p>
<p>Nel corso dell’intervista, ripercorre la sua carriera, le dinamiche di potere all’interno della <strong>magistratura</strong> e il momento in cui tutto è cambiato. «Io non ho mai voluto distruggere la magistratura – spiega – ma raccontare quello che ho vissuto. Il mio è stato un atto di trasparenza, non di vendetta».</p>
<p>Parla del suo libro, Il Sistema, scritto con <strong>Alessandro Sallusti,</strong> e del successo editoriale che ha avuto. «Forse perché molti italiani non si accontentano più della narrazione ufficiale. C’era bisogno di capire cosa accade davvero dietro le quinte del potere giudiziario».</p>
<p>Quando gli chiedo se rifarebbe tutto, Palamara non esita: «Ho sbagliato a fidarmi troppo, ma non mi pento di aver parlato. Ho rotto uno schema, e questo in Italia non si perdona facilmente».</p>
<p>C’è spazio anche per la parte più personale, quella che raramente emerge. «Essere escluso dalla magistratura è stato come perdere una parte di me. Ma ho avuto la fortuna di avere accanto le persone giuste. Senza di loro non avrei retto».</p>
<p>Alla fine, il tono si fa più intimo. «Non ho mai smesso di credere nella giustizia. Oggi la mia battaglia è per rientrare, ma anche per cambiare le cose. Perché la magistratura deve tornare ad essere imparziale, non una parte del gioco politico». “Sette Vite” è un viaggio nell’animo umano, nei suoi inciampi e nelle sue resurrezioni. E quella di Luca Palamara è la storia di un uomo che ha toccato il potere, ne ha pagato il prezzo e oggi prova a riscrivere il proprio destino.</p>
<p>Hoara Borselli, 20 gennaio 2026</p>
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		<title>La rivelazione dell&#8217;amico di Trump: &#8220;L&#8217;ho invitato a cena con Maroni e&#8230;&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 15:15:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>George Guido Lombardi, romano di nascita e newyorkese d’adozione. Uomo d’affari, consulente politico e amico di lunga data del presidente Usa</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-rivelazione-dellamico-di-trump-lho-invitato-a-cena-con-maroni-e/">La rivelazione dell&#8217;amico di Trump: &#8220;L&#8217;ho invitato a cena con Maroni e&#8230;&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«Quella che sto vivendo è la vita che volevo? Assolutamente sì». Così comincia la chiacchierata con <strong>George Guido Lombard</strong>i, romano di nascita e newyorkese d’adozione. Uomo d’affari, consulente politico e amico di lunga data di Donald Trump. Un personaggio che, dietro le quinte, ha avuto un ruolo tutt’altro che marginale nella costruzione del consenso digitale dell’ex presidente americano.</p>
<p>Lombardi racconta di essere cresciuto “Romano de Roma, a Cristoforo Colombo, proprio di fronte alla nostra Giorgia”, e di aver lasciato l’Italia a 21 anni, “perché qui non si poteva vivere”. Negli Stati Uniti ha costruito la sua fortuna nell’immobiliare, fino ad acquistare un appartamento nella celebre <strong>Trump Tower.</strong> È lì che, quasi per caso, è iniziata un’amicizia durata un quarto di secolo: «Ho cominciato a conoscere questo tipo biondo che stava lì nell’ascensore, e così abbiamo sviluppato un’amicizia solida da venticinque anni».</p>
<p>Un ascensore, due piani di differenza — Trump al 66°, Lombardi al 63° — e un destino che si incrocia. Ma il vero punto di svolta arriva nel 1995, quando Lombardi organizza un cocktail a casa sua per accogliere l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni. «Decisi di invitare anche Trump, il vicino di casa. Venne in smoking, elegantissimo. Da quel momento cominciò a prendermi sul serio». Da lì, il passo verso la politica è breve. Quando nel 2015 Trump decide di candidarsi alla presidenza, Lombardi gli propone un’idea allora rivoluzionaria: fare campagna sui social network. «Gli dissi: ti aiuto, ma da fuori. Non voglio far parte ufficialmente della macchina del partito. E lui mi chiese: “Cosa vuoi fare?”. Gli risposi: “Ti faccio i social”». Nasce così una rete parallela di centinaia di gruppi Facebook, costruiti non su base geografica ma per interessi comuni. «Il primo grande successo fu il gruppo delle infermiere. Mi dissero: noi vediamo la vita e la morte ogni giorno, abbiamo un legame che nessuno può capire. E quando una di noi dice che una cosa è importante, tutte ci muoviamo insieme». Poi arrivano i motociclisti, veterani e poliziotti: «Trump parlò a un raduno di 400mila biker. Il giorno dopo il gruppo passò da duemila a trentamila iscritti. In una settimana arrivò a duecentomila».</p>
<p>Lombardi <strong>rivendica di aver finanziato di tasca propria quella macchina digitale</strong>: «Pagavo tutto io. Trump mi disse solo grazie». Eppure, da quell’intuizione, nasce una delle armi più potenti della politica contemporanea: la mobilitazione dal basso attraverso le community.</p>
<p>Oggi Lombardi continua a seguire la politica americana, ma guarda anche all’Italia. «C’è una sintonia vera tra Trump e Giorgia Meloni — racconta —. Entrambi hanno combattuto per arrivare dove sono, entrambi hanno rischiato. È come tra due commilitoni che si riconoscono». E quando si parla di fascismo, Lombardi è netto: «Mi fa ridere chi parla di ritorno al fascismo. Oggi c’è una destra sociale, moderna, che non ha nulla a che fare con il ventennio. Qualcuno sarà nostalgico, ma il fascismo non esiste più».</p>
<p>Il filo rosso che lega <strong>Trump</strong> e <strong>Meloni,</strong> secondo Lombardi, è la lotta “contro la disonestà e la corruzione, le vere forze del male”. E in questo, dice, «mi riconosco pienamente. Sono un anticomunista, ma anche un proletario: capisco chi lavora per 1.200 euro al mese».</p>
<p>Un romano a New York che, con un’idea nata “nell’ascensore del potere”, ha cambiato per sempre il modo di fare politica.</p>
<p>La puntata completa è su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=eq-3w35r-lM" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-rivelazione-dellamico-di-trump-lho-invitato-a-cena-con-maroni-e/">La rivelazione dell&#8217;amico di Trump: &#8220;L&#8217;ho invitato a cena con Maroni e&#8230;&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>L&#8217;aneddoto di Sansonetti su Berlusconi: &#8220;Mi vide salire sulla mia 500 e mi chiese&#8230;&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 15:30:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[piero sansonetti]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il direttore de l'Unità, Piero Sansonetti, si racconta al podcast "Sette Vite": il garantismo, il Milan e quel titolo che gli costò la carriera</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/sansonetti-sette-vite/">L&#8217;aneddoto di Sansonetti su Berlusconi: &#8220;Mi vide salire sulla mia 500 e mi chiese&#8230;&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-296553-11" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/01/sansonetti-sette-vite.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/01/sansonetti-sette-vite.mp4?_=11" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/01/sansonetti-sette-vite.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/01/sansonetti-sette-vite.mp4</a></video></div>
<p>«Quella che stai vivendo è la vita che volevi vivere?» gli chiedo all’inizio. «Non lo so – mi risponde <strong>Piero Sansonetti</strong> – non mi ricordo che vita volessi da piccolo, ma è una vita più che decente». Così comincia la nostra lunga conversazione per <em>Sette vite</em>.</p>
<p>Direttore de <em>l’Unità</em>, giornalista da cinquant’anni, intellettuale comunista e garantista “senza dondolio”, come ama definirsi, Sansonetti si racconta con lucidità e ironia, attraversando infanzia, politica, giornalismo e vita privata.</p>
<p>«Sono cresciuto in una famiglia cattolica, moderata, conservatrice. Mio nonno era stato sottosegretario alla Giustizia nel ’44 e finì sotto processo: lì, a otto anni, sono diventato garantista». Un garantismo che, nel tempo, lo ha reso figura anomala e spesso scomoda a sinistra: «Io difendo il Rom e Dell’Utri allo stesso modo: due persone contro la sopraffazione dello Stato. Il diritto è l’unica difesa dei deboli».</p>
<p>Nel suo racconto scorrono episodi che hanno segnato la storia del giornalismo italiano: dal titolo “Scusaci Principessa” dopo la morte di Lady Diana – «quel titolo mi costò la carriera, ma lo rifarei cento volte» – alla “Strage di Stato” per il naufragio dei migranti al largo di Brindisi. «Non mi importa se il governo è di destra o sinistra: se muoiono profughi, è una strage di Stato».</p>
<p><strong>Con la stessa franchezza parla di Berlusconi:</strong> «Era un liberale e un cattolico. Non era di destra per indole, ma capì che serviva una svolta. Ha spaccato la borghesia italiana, e questo non gli è mai stato perdonato». E aggiunge: «Era uno statista, perché gli interessi del Paese coincidevano con quelli della sua azienda».</p>
<p>Poi, con il tono di chi sa raccontare la storia attraverso un dettaglio, <strong>Sansonetti ricorda un episodio personale con l’ex premier</strong>: «Era il 2006, ero direttore di <em>Liberazione</em> e lo intervistai a <em>Omnibus</em>. Gli chiesi se in Italia esistesse una questione salariale, ma non mi rispose. Finita la trasmissione, uscimmo insieme: lui salì sulla sua auto blu, io sulla mia 500 del ’72, con il cofano tenuto da un elastico. Mi guardò e mi chiese: &#8216;Ma è la sua macchina?&#8217;. Quando gli dissi di sì, rispose: &#8216;Ha ragione, esiste una questione salariale&#8217;».</p>
<p><strong>Sansonetti, oggi 74enne, è anche un padre di quattro figli</strong>, gli ultimi due avuti dopo i sessantacinque anni. «La differenza tra essere padre giovane e da anziano? Nessuna enorme. Solo che adesso penso spesso: quanto soffriranno quando non ci sarò più». Quando gli chiedo se ha paura della morte, non esita: «Sì. La vita è una cosa meravigliosa, come fai a non aver paura di perderla?». Poi sorride, con quella leggerezza che solo chi ha visto molto può permettersi: «Se dovessi fare un titolo sulla mia vita? Forse: &#8216;Era un grande milanista&#8217;. Perché, in fondo, ho avuto una vita onesta e ho fatto quello che mi piaceva fare».</p>
<p>Su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=hdGtLx93Pac&amp;t=40s" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a> la puntata integrale</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/sansonetti-sette-vite/">L&#8217;aneddoto di Sansonetti su Berlusconi: &#8220;Mi vide salire sulla mia 500 e mi chiese&#8230;&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Marco Rizzo: &#8220;La mia sinistra non c&#8217;è più. Gli immigrati? Non devono più entrare&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2025 15:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Rizzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il leader di Democrazia Sovrana Popolare ospite del podcast Sette Vite: "Oggi i sindacati servono più ai sindacalisti che ai lavoratori"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/marco-rizzo-la-mia-sinistra-non-ce-piu-gli-immigrati-non-devono-piu-entrare/">Marco Rizzo: &#8220;La mia sinistra non c&#8217;è più. Gli immigrati? Non devono più entrare&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-295214-12" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/12/sette-vite-rizzo.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/12/sette-vite-rizzo.mp4?_=12" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/12/sette-vite-rizzo.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/12/sette-vite-rizzo.mp4</a></video></div>
<p>Chiudere l’anno con un’intervista che provoca e fa riflettere: è questo lo spirito con cui ho voluto realizzare la nuova puntata di “Sette Vite”, ospitando il leader di Democrazia Sovrana Popolare Marco Rizzo per un’analisi dei principali fatti del 2025. Rizzo arriva con il suo nuovo libro, ma chiarisce subito: «Non è una marchetta, è una mezza marchetta. Il libro per ora si trova solo su Amazon perché nessun editore ha avuto il coraggio di pubblicarlo». Da lì, la conversazione si trasforma in <strong>un viaggio attraverso politica, società e costume</strong>, con la sua inconfondibile cifra: dire ciò che pensa anche quando è scomodo. Sull’episodio della famiglia che vive nel bosco in Abruzzo, Rizzo è netto: «È logico che i bambini vadano protetti, ma se non ci sono violenze o abusi, togliere dei figli ai genitori è una follia. Oggi la socialità dei bambini qual è? Quella dello smartphone, quella di buttarli in un angolo per ore».</p>
<p>Abbiamo parlato anche del dibattito sul “consenso libero e attuale”: «È una cosa che non esiste. È politica woke, roba da matti. Un mio amico vuole fare un’app per <strong>registrare il consenso prima di un rapporto</strong>: ma siamo impazziti? È la morte civile della sessualità».</p>
<p>Sul fronte internazionale, Rizzo non risparmia critiche: «La <strong>causa palestinese è importante</strong>, ma non si usa per far carriera. Usare la sofferenza di un popolo per crescere politicamente è ipocrisia pura». E se parliamo di scioperi, Rizzo ricorda la sua esperienza di militante: «Oggi i sindacati servono più ai sindacalisti che ai lavoratori. La Cgil è diventata un elemento di calmieramento sociale. In Francia bloccano il Paese per difendere le pensioni, da noi quattro ore di sciopero contro la legge Fornero».</p>
<p>Sul tema dell’<strong>educazione sessuale nelle scuole</strong>, il leader di Democrazia Sovrana Popolare non si nasconde: «Un conto è parlare di prevenzione e malattie, un altro è introdurre corsi per bambini trans di quattro anni. Se avessi una figlia e le facessero una cosa del genere, andrei a scuola col bastone». Rizzo difende la visione sovranista anche sul piano internazionale: «<strong>Trump rompe l’ipocrisia, fa gli interessi del suo popolo</strong>. In Italia e in Europa non siamo abituati a politici che difendono i propri cittadini». E su Putin aggiunge: «Ha salvato la Russia dal saccheggio post-sovietico. Non vuole invadere l’Europa, vuole solo vendere gas e non avere missili a un minuto da Mosca».</p>
<p>Con amarezza, Rizzo parla della sinistra di oggi: «La mia sinistra era quella di Berlinguer davanti ai cancelli della Fiat. <strong>Quella sinistra non c’è più</strong>. Ora vedo sindaci che fanno a gara per salire sul carro del Gay Pride». Mentre sull’immigrazione, la posizione è radicale: «Non deve entrare più nessuno, se no ci salta la sanità pubblica, le pensioni, lo Stato sociale. L’integrazione va fatta con chi è già qui, ma con il lavoro. Chi non lavora, fuori dai giochi».</p>
<p>Marco Rizzo non risparmia critiche alla classe dirigente: «L’astensionismo nasce perché si fanno promesse e poi non si mantengono. Da destra a sinistra, tutti hanno tradito. Di Maio Ministro degli Esteri è stata una botta per la politica: oggi guadagna trecentomila euro nel Golfo e nessuno dice nulla». L’intervista si chiude con un messaggio che è anche un auspicio: «Speriamo che l’Italia possa invertire o almeno attenuare <strong>questo profondo declino</strong> che abbiamo stando in Europa con questi matti che ci governano. La mia vita è politicamente scorretta, ma almeno è libera».</p>
<p>La puntata è online su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Yu6Diy-tfwE" target="_blank" rel="noopener nofollow">Youtube</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/marco-rizzo-la-mia-sinistra-non-ce-piu-gli-immigrati-non-devono-piu-entrare/">Marco Rizzo: &#8220;La mia sinistra non c&#8217;è più. Gli immigrati? Non devono più entrare&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Lino Banfi rivela: &#8220;La morte? La chiamo &#8216;Mo&#8217;. Ma voglio ancora fare tre cose&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 15:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
		<category><![CDATA[lino banfi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'attore si racconta nel Podcast Sette Vite: "Quando sarà il momento voglio che la gente sorrida. Ecco cosa farò scrivere sulla tomba"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/sette-vite-banfi/">Lino Banfi rivela: &#8220;La morte? La chiamo &#8216;Mo&#8217;. Ma voglio ancora fare tre cose&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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<p>Quando incontri <strong>Lino</strong> <strong>Banfi</strong> non parli solo con un attore: parli con un pezzo di storia italiana. Una storia fatta di risate, di sacrifici, di umanità vera. Nel mio podcast “<strong>Sette</strong> <strong>Vite</strong>” ho avuto il privilegio di sedermi di fronte a lui, di ascoltare la sua voce calda e inconfondibile. Quella che da decenni accompagna le nostre vite.</p>
<p>Lino Banfi è un uomo che ha costruito la propria esistenza “come un muratore”, come dice lui stesso, “mettendo il cemento buono”. È così che ha edificato la sua carriera, la sua famiglia, il suo amore per Lucia, la compagna di una vita intera. “Con lei ho costruito la casa più solida che ci sia – mi ha raccontato – e oggi posso dire di aver mantenuto la promessa: arrivare insieme alle nozze d’oro.”</p>
<p>Durante la nostra conversazione, Lino ha toccato con semplicità temi profondi: la <strong>fede,</strong> il <strong>successo,</strong> la <strong>popolarità,</strong> la <strong>vecchiaia.</strong> Non c’è mai autocompiacimento nelle sue parole, ma una consapevolezza serena: quella di chi ha vissuto tanto e bene. “Sono ai tempi supplementari – mi ha detto sorridendo – ma voglio giocarli fino in fondo. Mi restano due o tre cose da fare: un bello spot, un ultimo film come voglio io, e poi basta.”</p>
<p>C’è in lui una gratitudine disarmante verso il pubblico che non ha mai smesso di amarlo. “La gente mi sente uno di loro – spiega – perché non ho mai dimenticato da dove vengo. Quando arrivo in un posto vado prima da chi soffre poi dai potenti. È così che si resta umani”.</p>
<p>Lino mi ha raccontato la nascita di <strong>Oronzo Canà.</strong> Tutto iniziò negli anni Ottanta, quando incontrò il mister della Roma Nils Liedholm durante un volo. Da quell&#8217;incontro nacque l&#8217;idea di un film sull’allenatore di calcio, ispirato all’allenatore pugliese Oronzo Pugliese. Dopo aver discusso con Sergio Martino, scelsero nome e cognome del personaggio e decisero di girare anche scene in Brasile, dando vita alla storica figura di Oronzo Canà, marito di Mara Canà. Tutti i divertenti dettagli li troverete ascoltando l’intervista.</p>
<p>Ma Banfi in questo momento è sotto i riflettori soprattutto per la commovente interpretazione nel film &#8220;<strong>Oi Vita Mia</strong>&#8221; girato con <strong>Pio</strong> e <strong>Amedeo:</strong> descrive i due comici come talentuosi e rispettosi, raccontando anche un episodio divertente con due frati che imitavano le sue scene più famose. Spiega inoltre il suo ruolo nel film, un personaggio malato di Alzheimer che rappresenta il punto di incontro tra comicità e dramma, capace di unire due mondi sociali opposti e di ottenere anche un post commovente del ministro Salvini sui social.</p>
<p>Parlando della sua carriera, poi, Banfi non nasconde un pizzico di amarezza per i giudizi di un tempo: “Mi hanno detto che rovinavo il dialetto barese, che facevo film sporchi. Oggi molti si sono ricreduti. Ho inventato un linguaggio, un modo di far ridere e commuovere insieme. Quattro generazioni mi conoscono per questo”.</p>
<p>E quando gli chiedo come immagina la sua fine, lui risponde con quella leggerezza che è la sua cifra più profonda: “Ho già parlato con la morte. <strong>Non la chiamo più morte, ma ‘Mo’</strong>. Quando arriverà, voglio che la gente sorrida. Sulla mia tomba ci sarà scritto: <em>Se ci tieni, falla la lacrimuccia, però sorridi</em>”.</p>
<p>In quell’istante, mentre lo ascoltavo, ho capito che <strong>Lino Banfi</strong> non è solo un attore. È un custode di sentimenti, di un’Italia che sa ancora ridere e piangere insieme.</p>
<p>Un uomo che ha fatto della bontà la sua forma più alta di talento.</p>
<p>L’intervista integrale è disponibile nel podcast “Sette Vite” qui: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=VdgiOnNDTrk&amp;t=3s" target="_blank" rel="nofollow">https://www.youtube.com/watch?v=VdgiOnNDTrk&amp;t=3s</a></p>
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		<title>“Io sindaco di Milano? Sì, mi piacerebbe”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Dec 2025 14:30:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giulia Ligresti si racconta nel podcast Sette Vite: "Non ho mai voluto passare per vittima. La mia vita è fatta di gratitudine"</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-293505-14" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/12/sette-vite-ligresti.png" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/12/sette-vite-ligresti.mp4?_=14" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/12/sette-vite-ligresti.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/12/sette-vite-ligresti.mp4</a></video></div>
<p>Nel nuovo episodio di Sette vite, <strong>Giulia Ligresti</strong> si racconta con una sincerità disarmante: la sua infanzia, la figura del padre, la vicenda giudiziaria che l’ha segnata e il suo impegno umanitario. Un dialogo che ha attraversato dolore e rinascita. “Ogni tanto mi chiedo: sei felice, Giulia? E mi rispondo di sì. Credo che certe cose accadano perché è il nostro destino che accadano, e possiamo solo imparare a trasformarle”. Giulia Ligresti ha ripercorso i momenti più difficili della sua vita dall’arresto alla detenzione fino alla decisione di raccontare tutto nel libro “<strong>Niente è come sembra</strong>”. Nessun vittimismo, ma la volontà di dare un senso anche al dolore: “Non ho mai voluto passare per vittima. La mia vita è fatta di gratitudine. Ogni giorno ringrazio per quello che ho, perché so quanto possa essere fragile la libertà”.</p>
<p>Oggi il suo impegno è rivolto alle missioni umanitarie nei luoghi più martoriati del mondo: Siria, Gaza, Afghanistan, Etiopia. “Sono stata ad Aleppo, metà della città è distrutta. Ma la cosa che mi ha colpito di più è vedere, in cima a un edificio sventrato, dei panni stesi al balcone. Sotto distruzione, sopra vita. Quella è la vera resilienza”.</p>
<p>E quando le è stato chiesto se un giorno la vedremo <strong>sindaco di Milano</strong>, ha sorriso: “Mi piacerebbe. Prima di tutto ascolterei i cittadini. Forse non ho capito ancora tutte le vere esigenze, ma so che per governare bisogna stare tra la gente”. Un racconto di forza e di rinascita in cui la fragilità diventa strumento di consapevolezza e la vita, nonostante tutto, continua a vincere.</p>
<p>Hoara Borselli, 17 dicembre 2025</p>
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		<title>&#8220;Ho conosciuto Trump, ma le grandi famiglie Usa mi dicevano: &#8216;Attento, perché&#8230;&#039;&#8221;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ho-conosciuto-trump-ma-le-grandi-famiglie-usa-mi-dicevano-attento-perche/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2025 15:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Moratti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Angelo Moratti, protagonista dell’ultima puntata del podcast Sette Vite: "Mio padre diceva: ti alzi presto, lavori tutto il giorno, e non ti lamenti"</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-292158-15" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/12/sette-vite-moratti.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/12/sette-vite-moratti.mp4?_=15" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/12/sette-vite-moratti.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/12/sette-vite-moratti.mp4</a></video></div>
<p>Crescere in una famiglia come quella dei Moratti significa nascere immersi in una storia che ha intrecciato impresa, sport, cultura e impegno civile. Ma per<strong> Angelo Moratti</strong>, protagonista dell’ultima puntata del podcast <em>Sette Vite</em>, le radici non sono mai state un punto d’arrivo bensì il punto di partenza di un lungo viaggio alla ricerca della propria identità.</p>
<p>«Negli anni Sessanta — racconta — la famiglia di mio padre rappresentava un po’ quello che tutti volevano essere: petrolio, calcio, vittoria. Mio padre era vicepresidente del <em>Corriere della Sera</em>, mia madre una giovane romana piena di fascino. <strong>Ma erano due mondi opposti, due caratteri fortissimi</strong>». Da quella contrapposizione tra rigore e libertà nasce la cifra della sua vita: la costante ricerca di equilibrio tra due poli.</p>
<p>Il giovane Angelo cresce tra <strong>Milano</strong> e <strong>Roma,</strong> tra l’eleganza borghese e la rivoluzione culturale che travolge gli anni Settanta. «Quando i miei si separarono — ricorda — mio padre rappresentava il mondo capitalistico, mia madre invece si era circondata di intellettuali di sinistra, giornalisti, artisti, gente che parlava di comunismo e di libertà. Io stavo nel mezzo, cercando una sintesi».</p>
<p>Dal padre eredita il senso del lavoro e della responsabilità. «La cultura del lavoro era sacra. Mio padre diceva: ti alzi presto, lavori tutto il giorno, e non ti lamenti». Ma soprattutto, sottolinea, «mi ha lasciato il valore della generosità, quella che arriva da mio nonno: un uomo che aiutava centinaia di persone senza mai dirlo a nessuno». Da quella tradizione nasceranno realtà come <strong>l’ospedale Humanitas</strong> e <strong>San Patrignano</strong>.</p>
<p>Dalla madre invece assorbe la creatività e la curiosità per il nuovo. «Lei era capace di reinventarsi. Negli anni Ottanta è diventata un simbolo dell’edonismo, ma per me è sempre rimasta la donna che mi ha insegnato a guardare oltre le convenzioni».</p>
<p>Il racconto si fa più intimo quando Moratti rievoca l’infanzia segnata da <strong>un tentato rapimento</strong> e dagli anni trascorsi nei collegi svizzeri e inglesi. «A undici anni vivevo con la scorta, e i miei compagni mi prendevano in giro. Poi il collegio militare in Inghilterra: cinquanta ragazzi in una stanza, disciplina ferrea, punizioni. Mi sentivo in prigione, ma non mi sono mai lamentato».</p>
<p>Da quell’esperienza nasce una timidezza profonda, ma anche una resilienza che lo accompagnerà nel lavoro. «Ho imparato a non arrendermi, a cercare la mia voce». E quella voce trova spazio nel mondo dell’impresa e delle startup, dove Moratti diventa un punto di riferimento per chi vuole innovare. «Il mio talento non è creare aziende, ma <strong>aiutare gli imprenditori a farle crescere</strong>. Il mio ruolo è esserci quando hanno problemi, non quando va tutto bene».</p>
<p>Tra i suoi maestri cita <strong>Warren Buffett</strong>: «Mi ha insegnato che l’intelligenza non basta, serve la saggezza. E la saggezza è la profonda conoscenza di sé».</p>
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		<title>&#8220;È la vita che sognavo? Sì&#8221;. Fermi tutti, intervista esclusiva a Soumahoro</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/e-la-vita-che-sognavo-si-fermi-tutti-intervista-esclusiva-a-soumahoro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2025 14:30:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Aboubakar Soumahoro]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel podcast Sette Vite l'intervista all'uomo che, nel bene e nel male, ha fatto molto parlare di sé</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-289867-16" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-soumahoro.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-soumahoro.mp4?_=16" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-soumahoro.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-soumahoro.mp4</a></video></div>
<p>Nel nuovo episodio del podcast <em>Sette Vite</em> ho intervistato un uomo che, nel bene e nel male, ha fatto molto parlare di sé: <strong>Aboubakar Soumahoro</strong>. Un personaggio divisivo, spesso al centro di polemiche, ma anche simbolo di riscatto personale e sociale. L’ho voluto nel mio spazio per un confronto vero e diretto.</p>
<p>Sin dalle prime battute, Soumahoro ha mostrato un atteggiamento di consapevolezza e serenità. Quando gli ho chiesto se la vita che sta vivendo sia quella che avrebbe voluto, mi ha risposto senza esitazione: “Direi di sì. Provo un sentimento di gratitudine perché ho sempre cercato di trovare un senso alla mia esistenza in ogni luogo, in ogni circostanza. Questa è la vita che volevo vivere”. Abbiamo parlato di tecnologia, di social e del bullismo digitale, tema che lo ha toccato da vicino. “<strong>I giudizi oggi sono immediati</strong>”, mi ha detto. “In molti casi mi hanno ferito, ma poi mi hanno rafforzato. Ho imparato a guardare anche chi mi insulta con un occhio diverso, perché dietro a certe parole c’è spesso un disagio”.</p>
<p>Soumahoro ha raccontato la sua infanzia in Costa d’Avorio, in una famiglia numerosa e multiculturale: “Eravamo otto fratelli, ma in casa eravamo molti di più. I miei genitori ospitavano studenti e persone in difficoltà. È lì che ho imparato cosa significa condividere”. Da ragazzo lucidava scarpe nel quartiere di Plateau, sognando l’Italia. “<strong>Ogni volta che vedevo la luce riflessa su quelle scarpe pensavo: un giorno andrò in Italia. Era il mio sogno</strong>”. Arrivato nel nostro Paese a vent’anni, ha lavorato nei campi, nei cantieri, come benzinaio, fino a laurearsi in Sociologia con il massimo dei voti. “Ho sempre creduto nello studio come strumento di libertà” racconta.</p>
<p>La politica, spiega, è nata dal suo impegno sindacale: “Per me la politica è mettersi al servizio delle persone. Tutta la mia vita è politica”. È così che nacque il tavolo interistituzionale sul caporalato, una sua proposta poi accolta dalle istituzioni. Quando gli ho chiesto se si fosse mai sentito strumentalizzato dalla politica, la risposta è stata netta: “Io sono rimasto me stesso. Ho sempre detto quello che penso. Se una proposta è utile al Paese, non importa da dove arrivi. Mi interessa il contenuto, non l’etichetta”. Sul suo rapporto con la premier <strong>Giorgia Meloni</strong> e il governo, Soumahoro ha mostrato un approccio pragmatico: “Se ci sono temi su cui possiamo trovare una sintesi, come il rapporto tra Italia e Africa o la gestione dei flussi migratori, io mi siedo e ne parlo. Dobbiamo uscire dalla logica della semplificazione e trovare punti d’intesa nazionali”. Quando gli ho chiesto se si senta più vicino oggi alla destra o alla sinistra, ha risposto sorridendo: “Io guardo i contenuti. Il progetto di società è ciò che conta. Se una proposta è giusta, la sostengo, che venga da destra o da sinistra”.</p>
<p>Non abbiamo eluso i temi più delicati, compreso quello delle vicende familiari che lo hanno travolto mediaticamente. Con compostezza mi ha detto: “Viviamo in uno Stato di diritto. La responsabilità penale è individuale. Ci sono le sedi opportune per rispondere. Io continuo a fare il mio lavoro, perché quello che ho sempre fatto non perde senso per ciò che accade intorno”.</p>
<p>Soumahoro si è raccontato anche nella dimensione più privata: il marito, il padre, l’uomo che ama la quotidianità. “Preparo la colazione, mando poesie, mi piace stirare” confessa con un sorriso. “Il sorriso può salvare delle vite”. Alla fine, quando gli ho chiesto come immagina il suo funerale, ha risposto con disarmante semplicità: “Vorrei persone col sorriso, perché quel sorriso deve essere l’espressione di un sogno in cui abbiamo sempre creduto. Fisicamente veniamo a mancare, ma rimane ciò che abbiamo fatto”. E se dovesse essere ricordato con una frase, dice: “Che ho cercato di mettermi al servizio di tutti per dare la possibilità di essere felici”.</p>
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		<title>“La causa più importante? Quella da cui nacque Tangentopoli. Poi mi chiamò Di Pietro&#8230;”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Nov 2025 15:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Annamaria Bernardini de Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Annamaria Bernardini de Pace si racconta al Podcast Sette Vite: "La mia vita è quella che ho sempre voluto"</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-288669-17" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-bernardini-de-pace.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-bernardini-de-pace.mp4?_=17" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-bernardini-de-pace.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-bernardini-de-pace.mp4</a></video></div>
<p>Nel <a href="https://www.youtube.com/watch?v=hL1IRKWKsVY" target="_blank" rel="noopener nofollow">nuovo episodio</a> del podcast <em>Sette Vite</em>, l’avvocato matrimonialista più celebre d’Italia, <strong>Annamaria Bernardini de Pace</strong>, si racconta tra carriera, amori, libertà e battaglie di una vita.</p>
<p>“È la migliore vita che avrei mai voluto vivere – confessa – manca solo una cosa, un uomo veramente innamorato”. Una dichiarazione che apre un dialogo intenso e ironico con la conduttrice dove la Bernardini de Pace alterna riflessioni profonde e aneddoti di una carriera che ha segnato la storia del diritto di famiglia in Italia.</p>
<p>Nel corso dell’intervista, l’avvocato parla del rapporto con i social (“Vivo col telefono, ma sui social sono solo curiosa”), delle critiche che riceve online (“Mi dicono che sono vecchia e cattiva, ma non mi angoscio per niente”) e del suo modo di intendere la professione: “Io non mi sono mai asservita a nessuno, né ai giudici né ai clienti. Devo affermare la giustizia, non mi ferma nessuno”.</p>
<p>Con <strong>Hoara Borselli</strong> affronta anche temi delicati come la violenza di genere, la libertà femminile e l’evoluzione del rapporto uomo-donna: “Le donne oggi sono più forti, ma anche più furbe. Sanno prepararsi alla separazione meglio degli uomini”, dice, sottolineando come “la vera libertà è essere se stessi e accettare le conseguenze delle proprie scelte”.</p>
<p>Tra ricordi personali e riflessioni sociali, emerge il ritratto di una donna che ha fatto della coerenza e della libertà la sua bandiera. “Sono mamma prima di tutto, poi avvocato. E la mia più grande vittoria è non aver mai avuto paura di dire quello che penso”.</p>
<p>La puntata integrale è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=hL1IRKWKsVY" target="_blank" rel="noopener nofollow">youtube</a></p>
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		<title>&#8220;La sicurezza? È una responsabilità enorme. Ecco cosa farà il governo&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2025 15:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sicurezza, immigrazione e legalità: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si racconta a “Sette Vite” tra responsabilità istituzionale e passioni private</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-sicurezza-e-una-responsabilita-enorme-ecco-cosa-fara-il-governo/">&#8220;La sicurezza? È una responsabilità enorme. Ecco cosa farà il governo&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-287336-18" width="720" height="576" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-piantedosi.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-piantedosi.mp4?_=18" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-piantedosi.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-piantedosi.mp4</a></video></div>
<p>Nella nuova puntata del podcast <strong>“Sette</strong> Vite” ho intervistato il ministro dell’Interno <strong>Matteo Piantedosi</strong> concentrandoci sui temi caldi della sicurezza, dell’immigrazione, dei rave party e degli sfratti. Sotto i riflettori, quindi, sono finiti il Paese e le responsabilità di chi governa.</p>
<p>“Porto il peso dell’importanza degli accadimenti e della loro proiezione sulla percezione della gente. La sicurezza è una responsabilità enorme: la gente vuole essere rassicurata e capire che lo Stato c’è”, ha spiegato il Ministro. “Anche un singolo episodio può generare insicurezza, ma la risposta deve essere una presenza visibile e capillare delle forze di polizia.”</p>
<p>Riguardo all’’immigrazione irregolare, invece, Piantedosi ha detto che “è un fenomeno complesso che va governato, non subìto. Abbiamo avviato collaborazioni con i <strong>Paesi di origine e transito</strong> per contenere i flussi e colpire le organizzazioni criminali che lucrano su queste tragedie. Non abbiamo pregiudizi ideologici, ma serve una gestione pragmatica e responsabile”.</p>
<p>Sul tema dei rave illegali, poi, il Ministro dell’Interno è netto: “Il nostro intervento non è stato contro i giovani, ma a tutela della sicurezza e della proprietà privata. Esistono tanti modi per vivere la socialità senza mettere a rischio sé stessi e gli altri. La legge ha funzionato: dopo tre anni, il fenomeno è stato drasticamente ridotto.”</p>
<p>E, ancora, il tema sfratti: “Le <strong>procedure di sfratto</strong> sono spesso troppo lunghe e rischiano di svalutare il diritto di proprietà. Stiamo lavorando per semplificare e rendere più efficaci i meccanismi, tutelando sia i proprietari sia il valore sociale dell’abitare. La proprietà privata è un principio costituzionale che va salvaguardato”, ha concluso Piantedosi.</p>
<p>Non è mancato un aspetto un po’ più intimo della vita privata del ministro dell’Interno che, a fine intervista mi ha rivelato: “Ho scoperto di recente <strong>una grande passione per la campagna e la cura dell’uliveto</strong>. Questa attività rappresenta per me un vero rifugio dal lavoro istituzionale e mi permette di ritrovare equilibrio e serenità”.</p>
<p>La puntata integrale è <a href="https://www.youtube.com/watch?v=51suGDkmfxs" target="_blank" rel="noopener nofollow">disponibile su Youtube</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-sicurezza-e-una-responsabilita-enorme-ecco-cosa-fara-il-governo/">&#8220;La sicurezza? È una responsabilità enorme. Ecco cosa farà il governo&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>La voce rotta di Feltri: &#8220;Mia mamma? Mi manca molto. L&#8217;ho sognata e mi diceva: tu hai ragione, ma&#8230; &#8220;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/i-soldi-per-me-vengono-prima-di-tutto-berlusconi-mi-voleva-bene/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Nov 2025 15:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[vittorio feltri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vittorio Feltri, senza filtri: un ritratto intimo per il podcast “Sette Vite”</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/i-soldi-per-me-vengono-prima-di-tutto-berlusconi-mi-voleva-bene/">La voce rotta di Feltri: &#8220;Mia mamma? Mi manca molto. L&#8217;ho sognata e mi diceva: tu hai ragione, ma&#8230; &#8220;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 1280px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-285818-19" width="1280" height="720" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-feltri.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-feltri-borselli.mp4?_=19" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-feltri-borselli.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/11/sette-vite-feltri-borselli.mp4</a></video></div>
<p>Con “Sette Vite” cerco di raccontare il nostro Paese attraverso le sue voci più carismatiche. Una di queste è sicuramente <strong>Vittorio Feltri,</strong> direttore editoriale de<em> Il Giornale,</em> protagonista della nuova puntata del mio podcast. Un’intervista che è stata, più che una chiacchierata, un viaggio nella mente e nel cuore di un uomo che ha sempre scelto di non avere filtri, né con sé stesso né con il pubblico.</p>
<p>Con il direttore abbiamo parlato di tutto: dalla sua lunga carriera al rapporto con il potere, passando per le passioni più intime e come sempre non ha risparmiato nessuno. Tantomeno sé stesso.</p>
<p>Quando gli ho chiesto di <strong>Silvio Berlusconi</strong> il suo volto si fa serio, quasi commosso. “Berlusconi mi ha fatto diventare ricco, mi ha sempre trattato come un principe, mi voleva bene e non mi ha mai chiesto di fare cose, mi ha dato tutto”. Un legame di stima e riconoscenza, che va oltre la politica e il giornalismo. Feltri non è tipo da facili sentimentalismi ma nel ricordo di Berlusconi si sente il peso di una gratitudine autentica.</p>
<p>La conversazione si è spostata anche sul tema del denaro, un argomento che Feltri ha affrontato senza ipocrisie: “Per cosa baratterei tutti i soldi che ho? Per niente, non mollerei neanche un centesimo… I soldi nella mia scala dei valori vengono prima di tutto”. Una dichiarazione che può far storcere il naso ma che rivela<strong> la coerenza di un uomo che non ha mai nascosto di considerare l’indipendenza economica</strong> come valore fondante della sua libertà.</p>
<p>Ma è nella memoria della madre che Feltri si lascia andare al racconto più intimo. “Mia madre è stata una donna incredibile, era svizzera, aveva un temperamento eccezionale, recentemente l’ho sognata, era seduta su una poltrona e mi diceva ‘Vittorio, tu hai sempre ragione, ma gli altri non lo sanno’”. Una frase che è quasi una carezza e che ci restituisce l’immagine di un figlio ancora legato al ricordo di una figura fondamentale.</p>
<p>Non poteva mancare, infine, la nota feltriana per eccellenza: <strong>l’amore per i gatti</strong>. “Meglio i gatti delle persone. Quando me n’è morto uno ho pianto per una settimana. Invece certi esseri umani, quando si levano dalle balle, ti fanno anche un piacere”.</p>
<p>Vittorio si è confermato un uomo libero, fedele solo a sé stesso e alle proprie passioni. Un protagonista che, piaccia o meno, continua a raccontare l’Italia a modo suo: senza filtri,<strong> senza compromessi</strong>, senza paura di essere giudicato. E forse è proprio per questo che, nel bene e nel male, <strong>Vittorio Feltri</strong> resta una delle voci più autentiche del nostro tempo.</p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=__NmAFh1l10" target="_blank" rel="noopener nofollow">Clicca qui per vedere la puntata integrale su Youtube</a></p>
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		<title>&#8220;Io fascista? Ma se ho votato Calenda. Ho visto le droghe da vicino, poi la fede&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Oct 2025 15:10:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fabio Ferrari si racconta nel podcast "Sette vite": politica, successo, droghe e fede</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 960px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-284270-20" width="960" height="540" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/Fabio-Ferrari-borselli-sette-vite-podcast.jpeg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/Fabio-Ferrari-si-racconta-a-Hoara-Borselli.mp4?_=20" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/Fabio-Ferrari-si-racconta-a-Hoara-Borselli.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/Fabio-Ferrari-si-racconta-a-Hoara-Borselli.mp4</a></video></div>
<p>Nel nuovo episodio del mio podcast <strong>“Sette</strong> <strong>Vite</strong>” ho intervistato <strong>Fabio</strong> <strong>Ferrari</strong>, celebre attore noto al grande pubblico soprattutto per il ruolo ne “I ragazzi della terza C”. Alcuni degli argomenti trattati offrono uno spaccato autentico e profondo della vita, delle opinioni e delle esperienze personali di Ferrari toccando temi di grande attualità e rilevanza esistenziale.</p>
<p>Nell’intervista abbiamo parlato di politica anche affrontando le<strong> accuse di fascismo</strong> rivolte all’attore che chiarisce la propria posizione politica: dopo aver votato <strong>Carlo Calenda</strong> in passato, ha annunciato la scelta di votare Giorgia Meloni per la prima volta, motivando la sua decisione con stima per la leadership e la personalità della premier soprattutto dopo averla vista difendere i valori occidentali negli Stati Uniti.</p>
<p>Ferrari, poi, si è soffermato sulla complessità del panorama politico internazionale, criticando la sinistra italiana per le sue posizioni su Israele, l’Iran e l’America. Sottolineando come la percezione dei “nemici” sia cambiata e lamentando l’eventuale perdita di argomenti e punti di riferimento in caso di fine delle ostilità anche in Ucraina.</p>
<p>Uno dei momenti più intensi dell’intervista riguarda il racconto del successo improvviso vissuto negli anni ’80 grazie a “I ragazzi della terza C”. Ferrari descrive la fama come un’esperienza travolgente e difficile da gestire.</p>
<p>Inoltre ha affrontato con sincerità il tema delle <strong>droghe</strong> raccontando il proprio percorso e sfatando alcuni stereotipi: secondo la sua esperienza, il passaggio dalle canne ad altre sostanze non è automatico e spesso il consumo nasce da una ricerca di piacere più che da uno stato di disagio, anche se alla lunga porta a dipendenza e depressione.</p>
<p>Un altro passaggio toccante è quello relativo alla conversione religiosa di Ferrari, che da ateo militante diventa credente praticante dopo un viaggio ad Assisi. Racconta come la fede non sia una soluzione a tutti i dubbi e le sofferenze, ma un punto di partenza per impegnarsi concretamente nel servizio agli altri.</p>
<p>Infine, Ferrari ha parlato della sua esperienza nel volontariato estremo che inizialmente gli dona gioia ma lo mette anche di fronte a grandi interrogativi sulla <strong>sofferenza</strong>, in particolare quella dei bambini. La riflessione si chiude con una considerazione profonda: se esiste un Dio supremo, allora esiste anche il male supremo.</p>
<p>“Sette vite &#8211; il podcast di Hoara Borselli”, con la <a href="https://www.youtube.com/watch?v=aD3I3Yj_hzo" target="_blank" rel="noopener nofollow">nuova puntata con ospite Fabio Ferrari</a>, è online su Youtube e Spotify.</p>
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		<title>&#8220;Nelle mie mani l&#8217;avviso di garanzia a Berlusconi. Lì ho capito il gioco strano delle toghe&#8221;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/nelle-mie-mani-lavviso-di-garanzia-a-berlusconi-li-ho-capito-il-gioco-strano-delle-toghe/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Oct 2025 08:56:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
		<category><![CDATA[paolo mieli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Paolo Mieli si racconta nel Podcast "Sette Vite" di Hoara Borselli. Il rapporto con l'Avvocato Agnelli: "Mi veniva a prendere all’alba in elicottero e andavamo a sciare"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/nelle-mie-mani-lavviso-di-garanzia-a-berlusconi-li-ho-capito-il-gioco-strano-delle-toghe/">&#8220;Nelle mie mani l&#8217;avviso di garanzia a Berlusconi. Lì ho capito il gioco strano delle toghe&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 1280px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-282907-21" width="1280" height="720" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/MIELI-MINIATURA-YT.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/sette-vite-mieli.mp4?_=21" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/sette-vite-mieli.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/sette-vite-mieli.mp4</a></video></div>
<p>Un viaggio tra memoria, aneddoti personali e riflessioni sul mestiere di giornalista: è questo il cuore dell’intervista che abbiamo dedicato a <strong>Paolo Mieli,</strong> storico e già direttore del <em>Corriere della Sera</em>, nell’ultima puntata del podcast “Sette Vite”. Un racconto sincero e a tratti sorprendente, in cui Mieli si è lasciato andare a confidenze rare, svelando episodi e pensieri che illuminano sia la sua storia personale che quella del giornalismo italiano.</p>
<p>Tra i momenti più suggestivi dell’intervista, il ricordo del suo rapporto con <strong>Gianni Agnelli,</strong> l’Avvocato, figura centrale della storia industriale e culturale italiana. “Mi veniva a prendere all’alba in elicottero &#8211; ha ricordato Mieli &#8211; e andavamo a sciare. Ci dicevamo cose senza dircele”. Un rapporto, quello con Agnelli, che Mieli tratteggia con pudore e ironia.</p>
<p>Ma l’intervista è anche un’occasione per riflettere sul mestiere del giornalista, sulle sue sfide e sulle sue responsabilità. “<strong>Il bravo giornalista deve essere un po’ psicanalista</strong>. Deve essere bravo a portare a spasso il suo interlocutore, disorientarlo per poi farsi dire un segreto, la notizia, involontariamente. Più che guardare un film, mi piace ascoltare le vite delle persone”, ha spiegato.</p>
<p>Il direttore Mieli ha affrontato anche temi cruciali della storia recente, come <strong>l’avviso di garanzia a Silvio Berlusconi:</strong> “Avvisai il capo dello Stato, ma la notizia già si sapeva: avevo i telefoni sotto controllo. Lì rividi il mio giudizio sulla magistratura. Non tutti, ma alcuni di loro stavano facendo un gioco strano”.</p>
<p>Spazio anche a episodi poco conosciuti o decisamente sorprendenti, come il racconto dell’avventura da mozzo su una bananiera diretta alla Martinica a soli 16 anni: “Un mese ad andare, un mese a raccogliere, un mese per tornare. Al ritorno le banane maturavano, emanavano un odore dolcissimo, un’esperienza allucinogena”.</p>
<p>L’intervista a <strong>Paolo Mieli</strong> per “Sette Vite” è un affresco appassionato di un uomo che ha attraversato decenni di storia italiana, mantenendo sempre uno sguardo lucido e una curiosità intatta.</p>
<p>“Sette vite &#8211; il podcast di Hoara Borselli”, con <a href="https://www.youtube.com/watch?v=hVVGAaDSxCw" target="_blank" rel="noopener nofollow">la nuova puntata con ospite Paolo Mieli</a>, è online su Youtube e Spotify.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/nelle-mie-mani-lavviso-di-garanzia-a-berlusconi-li-ho-capito-il-gioco-strano-delle-toghe/">&#8220;Nelle mie mani l&#8217;avviso di garanzia a Berlusconi. Lì ho capito il gioco strano delle toghe&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Dal coming out alla &#8220;fuga&#8221; dal Parlamento, le confessioni di Tommaso Cerno</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/dal-coming-out-alla-fuga-dal-parlamento-le-confessioni-di-tommaso-cerno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 16:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Cerno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal coming out alla "fuga" dal Parlamento, le confessioni del direttore del Tempo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/dal-coming-out-alla-fuga-dal-parlamento-le-confessioni-di-tommaso-cerno/">Dal coming out alla &#8220;fuga&#8221; dal Parlamento, le confessioni di Tommaso Cerno</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 1280px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-281718-22" width="1280" height="720" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/sette-vite-cerno.jpg" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/ESTRATTO-CERNO.mp4?_=22" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/ESTRATTO-CERNO.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/ESTRATTO-CERNO.mp4</a></video></div>
<p>Quella con il direttore de <em>Il Tempo</em>, <strong>Tommaso</strong> <strong>Cerno</strong>, più che un’intervista è stata una vera e propria confessione. Ai microfoni del mio podcast “Sette Vite” abbiamo ripercorso la sua vita personale e professionale affrontando un’infinità di temi come l&#8217;identità, la carriera giornalistica, la politica, l&#8217;omosessualità, il rapporto con i social e la società italiana. Una bella e intensa chiacchierata durata circa un’ora che ha toccato anche questioni di <strong>attualità politica</strong>, il ruolo dei media, le dinamiche interne alle redazioni e le esperienze personali di Cerno comprese le sue difficoltà e i momenti di svolta.</p>
<p>Abbiamo parlato del suo impegno a <em>Domenica in</em> su RaiUno e delle polemiche che ci sono state quando si è saputo del suo coinvolgimento nello storico programma. Ma anche del valore della pluralità nei media e del rapporto personale con la tecnologia fino ad arrivare all’esperienza in Parlamento: “Sono sempre il ragazzo di una volta. Io a volte davvero mi rendo conto che se mai la vita mi porterà a non essere com&#8217;ero smetterò. Io scappai dal Parlamento perché non ce la facevo più. Cosa ti resta del Parlamento? Oltre alla noia planetaria è un posto dove trequarti sono dei deficienti e un quarto rappresenta i potenti veri”.</p>
<p>Cerno ha raccontato il suo coming out, il rapporto con la famiglia, le difficoltà vissute da giovane in una realtà di provincia e come la madre, assistente sociale, abbia saputo gestire con competenza il suo disagio adolescenziale. “Il mio coming-out interiore &#8211; ha raccontato Cerno &#8211; l&#8217;ho fatto molto, molto giovane: a 6 anni perché una bambina mi baciò e io provai fastidio. In realtà <strong>volevo baciare Simone che era il mio compagno di banco</strong>. Ma non capivo tutto ciò che cosa volesse significare…”</p>
<p>Nel corso dell’intervista rilasciata ha ammesso di non essersi mai goduto pienamente i successi raggiunti essendo sempre proiettato verso il futuro e ha riconosciuto che questa attitudine, sebbene a volte frustrante, fa parte della sua natura.</p>
<p>La <strong>puntata integrale</strong> con ospite il direttore <strong>Tommaso</strong> <strong>Cerno</strong> è disponibile su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=5xB3kPaJyY0&amp;t=499s" target="_blank" rel="noopener nofollow">YouTube</a> e Spotify.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/dal-coming-out-alla-fuga-dal-parlamento-le-confessioni-di-tommaso-cerno/">Dal coming out alla &#8220;fuga&#8221; dal Parlamento, le confessioni di Tommaso Cerno</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Ho chiamato Gattuso e gli ho detto&#8230;&#8221;. Le rivelazioni di Gravina sulla Nazionale</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ho-chiamato-gattuso-e-gli-ho-detto-le-rivelazioni-di-gravina-sulla-nazionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Hoara Borselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Oct 2025 16:03:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sette vite]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Gravina]]></category>
		<category><![CDATA[nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Rino Gattuso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio ospite del nuovo podcast “Sette Vite” di Hoara Borselli: "La partita con Israele? La giocheremo"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ho-chiamato-gattuso-e-gli-ho-detto-le-rivelazioni-di-gravina-sulla-nazionale/">&#8220;Ho chiamato Gattuso e gli ho detto&#8230;&#8221;. Le rivelazioni di Gravina sulla Nazionale</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 1280px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-280364-23" width="1280" height="720" poster="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/sette-vite-borselli-gravina.png" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/ESTRATTO-GRAVINA.mp4?_=23" /><a href="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/ESTRATTO-GRAVINA.mp4">https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2025/10/ESTRATTO-GRAVINA.mp4</a></video></div>
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<p><em>Testo a cura della redazione</em></p>
<p>Nella prima puntata del <a href="https://www.youtube.com/watch?v=bMal0QzcGGI" target="_blank" rel="noopener nofollow">nuovo podcast “Sette Vite”</a> della giornalista <strong>Hoara</strong> <strong>Borselli</strong> è stato ospite <strong>Gabriele</strong> <strong>Gravina</strong>, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. Un’intervista ricca di rivelazioni e molto articolata durante la quale il presidente Gravina ha svelato lati nascosti della sua formazione e della sua vita familiare e ha raccontato i successi con il Castel di Sangro che poi l’hanno fatto entrare nel mondo delle istituzioni fino ad arrivare a diventare il numero uno del calcio italiano.</p>
<p>In vista delle 4 sfide decisive per la <strong>qualificazione ai Mondiali</strong>, Gravina ha confessato di aver vissuto qualche giorno fa un incubo notturno fatto di risultati delle partite e calciatori che si fanno male. “Ho chiamato Rino Gattuso e gli ho detto: &#8216;Rino ho dormito male, ho avuto un incubo, dimmi qualcosa di positivo così recuperiamo subito la giornata. Lui mi ha tranquillizzato e poi ho vissuto una buona giornata&#8217;”.</p>
<p>Sulla gara del 14 ottobre contro Israele a Udine impazza la polemica politica: “Su questo &#8211; ha spiegato Gravina &#8211; sono stato molto chiaro: c&#8217;è una netta distinzione tra il mio ruolo di cittadino, di uomo del mondo che è fortemente indignato per tutto quello che noi stiamo vedendo. Poi c&#8217;è una responsabilità politica che non mi compete e c&#8217;è una responsabilità sportiva. Io ritengo che lo sport abbia una grande funzione: quella di unire, di aggregare, di rendere tutto possibilmente condiviso. Noi riteniamo che <strong>la partita con Israele si debba giocare e la giocheremo</strong>. Faremo di tutto per portare a casa il miglior risultato possibile”.</p>
<p>Nella sua formazione giovanile Gravina ha vissuto l’esperienza del seminario perché sentiva la vocazione e quindi ha studiato alcuni anni con i sacerdoti Dehoniani, anche per un momento molto difficile e particolare che stava vivendo la sua famiglia, con l’obiettivo di diventare missionario.</p>
<p>Ma la sua grande missione poi è stata quella di trasformare un piccolo centro qual è Castel di Sangro in Abruzzo in un grande polo turistico-imprenditoriale. Il presidente Gravina, infatti, è stato proprietario per circa 20 anni della squadra di calcio che dalla secondo categoria è arrivata in serie B.</p>
<p><strong>Guarda la <a href="https://www.youtube.com/watch?v=bMal0QzcGGI" target="_blank" rel="noopener nofollow">puntata integrale</a></strong></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ho-chiamato-gattuso-e-gli-ho-detto-le-rivelazioni-di-gravina-sulla-nazionale/">&#8220;Ho chiamato Gattuso e gli ho detto&#8230;&#8221;. Le rivelazioni di Gravina sulla Nazionale</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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