Proprio vero che la deriva dell’informazione è cominciata quando l’informazione ha invertito il suo rapporto con la pubblicità, da schiava a padrona; il passo successivo si avuto con la scoperta, fatale, che tutto poteva essere sacrificato alle ragioni della pubblicità, cioè della menzogna, e quello definitivo non poteva essere che la commistione totale, l’indistinguibilità per cui ogni argomento, ogni tragedia era utile ai fini commerciali, ovvero il giornale come immenso marchettificio. Di questo sprofondo senza fondo il Corriere ha deciso di farsi punta avanzata, senza rimorso, senza scrupolo, bastava ribattezzarla svolta pop.
Tutto è pop, un papa, la stessa politica, una testata. Così il Corriere che difende il primato asfittico delle 90mila copie dichiarate, ma si regge come e più degli altri sui redazionali di sistema, oggi sponsorizza il matrimonio a pagamento, cioè truffa, di due influencer per bambini; oggi spara a tutta pagina gli sponsali di certo Ernia, presumibilmente con Nevralgia, alla presenza di Rkomi e officiati da La Furia (per forza, l’ernia strozzata manda in bestia dal dolore); ora per parlare del famigerato 30% di bambini stranieri nelle classi lancia un Marrakash che avendo fatto i soldi, disco d’oro o di platino o di stagno, ne devolve una parte alla sua vecchia scuola elementare la cui dirigente, subito chiamata, in modo pop o rap, “la preside di Marrakash”, spiega le ragioni dell’integrazione che non c’è, integrazione suicida, con squisite ragioni commerciali ossia pubblicitarie: se passa il 30% noi chiudiamo, dice, ridendo, questa professoressa Milca Granese. E ride perché sa che tanto non passa, solo fumo, solo scarmazzo, lei confida, con la sicumera del fatto compiuto, sull’irreversibilità egemone: “Qui il tetto del 30% è ampiamente superato”. Per dire che indietro non si torna e la Meloni dovrà farsene una ragione.
La preside Marrakash deve mentire per ragioni pubblicitarie: sa benissimo che il quartiere di pertinenza, la Barona, a Milano, è quartiere ghetto per gli italiani che vi hanno fortissime difficoltà di sopravvivenza, sa che la sostituzione è piena, che la remigrazione si ha per i locali e le va bene così per le misteriose vie della pubblicità che sposa l’ideologia e poi se la mangia come la mantide religiosa: propone le ricette inconsistenti, le metodologie vaneggianti a suon di parole che non si trovano nel vocabolario, che non hanno un costrutto reale e servono alla propaganda: “Con una didattica laboratoriale e innovativa si garantisce l’inclusione”.
Che vuol dire non far niente o, peggio ancora, praticare l’inclusione per sostituzione. La dirigente Milca ha cura di non precisare in alcun modo cosa avrebbe intenzione di fare e perché mai a distanza di 30 anni questa didattica “laboratoriale” rivoluzionaria non abbia sortito effetti o non sia ancora stata praticata: resta nella vaghezza delle intenzioni che mascherano cattive intenzioni e lo dimostra, o le sfugge, un attimo dopo: la soluzione non è didattica, è politica, ispirata al dirigismo repressivo, alla burocrazia autoritaria: le madri egizie, le famiglie egizie, islamiche del quartiere non possono adeguarsi alla redistribuzione dei figli negli istituti limitrofi, con tutti i figli che hanno, che fanno e addestrati in casa al rifiuto linguistico, indisponibili ad assimilare l’italiano degli inferiori, dei conquistati come viatico all’assimilazione culturale, sociale, magari religiosa; questi figli da integrare debbono restare nelle scuole di pertinenza che sono scuole sostituite, scuole straniere e come tali sono le famiglie italiane a doverci mandare i figli da sottomessi, in punta di piedi: bisogna obbligarli per legge, ipotizza la preside Marrakash, ad iscriversi nelle stesse scuole, senza riguardo per eventuali esigenze lavorative o semplicemente scolastiche: “il 30% lo abbiamo ampiamente superato”, gli indigeni hanno perso e non spettano loro diritti di salvaguardia per ragioni etniche, perché, essendo italiani, sono di una razza inferiore, sono un succedaneo razziale.
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Può sembrare un modo malato di ragionare, di amministrare, e lo è ma è anche il modo comunista che alla fine si impone, a botte di rap ma con la dovuta brutalità controdemocratica, antidemocratixa. La Barona è quartiere islamizzato? Buono! Si proceda di conseguenza, si renda l’intera metropoli una unica Barona o una immensa via Padova, che poi è il progetto del partito comunista affidato al prossimo Mamdani meneghino, nella Milano dove la destra ha rinunciato a competere. Se ai milanesi delle banlieu non sta bene, la soluzione è una sola: facciano fagotto, il che, a dimensione scolastica, si risolve nello smistare, loro, i figli nelle scuole a pagamento. O così o la sudditanza nelle scuole dove, presumibilmente, la fuffa pedagogica innovativa consiste nella dieta halal e nel Corano come guida didattica.
Ce n’è abbastanza per capire che la “soluzione 30%” non è opportuna: è inderogabile benché tardiva (bisognava pensarci subito, no dopo 4 anni in apertura di campagna elettorale), è tragicamente urgente, non foss’altro che ad avversarla sono i soliti che vanno delle presidi Marrakash agli Zuppi ai Prevoglio ai Mattarella. Garanzia di qualità, se una misura non piace a questi qui vuol dire che è una misura giusta, una misura da prendere.
Ma temiamo, ed è un eufemismo, che alla fine il governo della destra socialdemocratica la lascerà come una bandiera velleitaria senza coraggio di imporla davvero, preferendo ripiegare sul compromesso suicida, sull’ampliamento a spesa pubblica del parastato comunista delle maestre, sulla resa come dato di fatto della sostituzione irreversibile.
Max Del Papa, 24 settembre 2026
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