Sigfrido Ranucci è convinto che la sua sospensione dalla conduzione di Report, data per scontata da Libero, sarebbe “inquinata da falsità”. Molti ritengono invece che a renderlo inadatto al “servizio pubblico” (che orribile definizione) siano la sua amicizia con Valter Lavitola, il suo ego smisurato, il suo essersi paragonato a Falcone e Borsellino, le chat, le telefonate in cui sembrava cercare un movente per l’amico faccendiere, la sua conoscenza di Gomes Clesio Tavares eccetera eccetera eccetera.
Tutto sbagliato.
Esistono invece tre buoni motivi (tutti giornalistici) per togliere la conduzione del programma di Rai 3 all’uomo che l’ha ereditato da Milena Gabanelli, ne ha incattivito il metodo (già di per sé pessimo: sicuri che riportare lei alla conduzione risolverebbe il problema?) e l’ha focalizzato, in sostanza, quasi esclusivamente su un unico nemico politico. La destra. Le destre. Giorgia Meloni. E tutto ciò che le ruota attorno.
Il primo motivo è quella patetica figuraccia rimediata a È sempre Cartabianca: nel pieno dell’affaire Minetti, Sigfrido va in tv a dire di aver ricevuto una notizia secondo cui il ministro Carlo Nordio sarebbe stato al Ranch di Cipriani, dove succedeva chissà cosa. Ranucci aggiunge che la sta verificando, la notizia. Peccato fosse una bufala bella e buona (o state ancora controllando?). La puntata successiva Ranucci si cosparse il capo di cenere e provò ad arrampicarsi sugli specchi, spiegando che no, mica lui aveva dato una notizia falsa: aveva solo anticipato che quella notizia la stava ancora verificando. Già, peccato che, non essendo mai successo, non si trattasse di una notizia, ma di una polpetta avvelenata. E quindi era meglio non spacciarla per buona in diretta tv prima di assicurarsi della sua fondatezza.
Il secondo motivo riguarda Gennaro Sangiuliano e la moglie, peraltro collega di Ranucci in Rai. Nel pieno dell’affaire Maria Rosaria Boccia (altro capitolo da approfondire, in merito alle frequentazioni del nostro), Report mandò in onda una telefonata molto privata tra l’ex ministro e la consorte tradita. Cosa aggiungeva al racconto giornalistico sul caso? Nulla. Ma Ranucci, che oggi lamenta il killeraggio mediatico nei suoi confronti, non si fece alcun problema a renderla di dominio pubblico. E anzi la difese come un grande scoop giornalistico.
Il terzo e ultimo motivo ci fa tornare, ancora, alla bomba scoppiata davanti a casa sua. Mentre i pm indagavano e lui godeva di una scorta rafforzata, Report collegò degli invisibili fili neri che, secondo i segugi del servizio pubblico, partivano dal Cantiere Navale Vittoria, passavano per Manhattan, lambivano il paese di Marcellino e infine arrivavano sotto casa di Sigfrido. La prova regina? Una lettera anonima contro un deputato campano che avrebbe fatto ricorso a manovalanza camorristica. Riscontri? Qualche supposizione e un paio di coincidenze. Infatti, pochi mesi dopo, confesserà non un gran boss della mafia, ma l’amico fraterno della vittima, cioè Valter Lavitola. Insomma: la trasmissione d’inchiesta di punta della Rai aveva preso un bidone e l’aveva spacciato per vero.
Se tre indizi fanno una prova, ci sarebbero in effetti tutti i presupposti per chiedere al buon Sigfrido un passo indietro. E non per le amicizie, le mail aziendali girate a Lavitola o per quelle telefonate con il suo attentatore. No. Gli ultimi mesi hanno dimostrato che, forse, Sua Eccellenza Giornalistica ha perso il tocco magico (se mai ce l’ha avuto). Tuttavia, come andiamo ripetendo da qualche giorno, la scelta migliore per Telemeloni sarebbe quella di lasciarlo al suo posto. Perché con Ranucci alla guida, Report risulterà un micetto spelacchiato incapace di nuocere. Con quale faccia i suoi inviati potranno andare a fare le pulci a Fratelli d’Italia (o ad altri) per i selfie rubati con gente poco raccomandabile, se il loro conduttore si faceva fotografie amichevoli con un pregiudicato e il suo braccio destro? E come potranno collegare “i puntini” in futuro, se su questa storia hanno rimediato solo grosse pernacchie?
Ps: Se non bastassero le motivazioni di cui sopra, basterebbe rileggersi l’intervista rilasciata a Repubblica in cui Ranucci sostiene che sopra Valter Lavitola ci sia una regia, “un piano globale, con noti terminali interni nell’informazione controllata dalla destra italiana”, al fine di delegittimare la magistratura e il giornalismo indipendente. Un complottone che parte da Licio Gelli, passa per la P2, arriva a Musk, Trump, Bezos, Bannon, Peter Thiel, Esperia, Netanyahu, i social di Palazzo Chigi e l’immancabile “galassia politica fascista”, tutti uniti per soffocare la democrazia in Italia e in Europa. Mancano solo Topo Gigio e la massoneria. Domanda: ma uno in grado di scovare e analizzare tutto questo movimento di fili e interessi concentrici, davvero non s’è accorto che il suo amico fraterno chiamava Gomez per piazzargli un ordigno sotto casa?
Giuseppe De Lorenzo, 19 agosto 2026
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