La Procura di Padova apre un fascicolo sulla Camera arbitrale islamica, il centrodestra chiede verifiche e persino le comunità musulmane prendono le distanze. Ma a sinistra c’è chi si preoccupa di non reprimere l’iniziativa. È il caso di Luana Zanella, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera, che interviene nella polemica sul cosiddetto tribunale della Sharia con una presa di posizione destinata a far discutere. Per l’esponente rossoverde, infatti, organismi come quello sorto a Padova non devono essere repressi. Una linea quantomeno singolare, considerando che la stessa deputata ammette di non conoscere fino in fondo i riferimenti giuridici dell’organismo e di nutrire preoccupazioni per i possibili effetti sui diritti delle donne.
“Non è estraneo alle nostre pratiche giuridiche ricorrere a sedi esterne ai tribunali per dirimere controversie. Non credo dunque che vadano represse iniziative come quella del Centro islamico di Padova”, afferma Zanella. Che subito dopo aggiunge una precisazione tutt’altro che secondaria: “Non va sottovalutata la possibilità di produrre vincoli restrittivi nella risoluzione dei conflitti, soprattutto nei riguardi delle donne”. E riconosce anche che “non conosciamo le fonti giuridiche ai quali si ispira questa esperienza padovana”. Insomma, prima invita a non reprimere l’iniziativa, poi ammette di non conoscerne completamente le regole e i possibili effetti. Una contraddizione che pesa ancora di più alla luce delle verifiche appena avviate dalla magistratura.
Al centro della vicenda c’è il cosiddetto tribunale islamico, costituito il 3 marzo scorso in via Armistizio 13 a Padova. Un’associazione non riconosciuta che si propone di risolvere controversie civili e commerciali secondo i principi della Sharia, la legge islamica. Sul proprio sito si presenta come una via alla “Giustizia Islamica in Italia”, mentre nel regolamento gli arbitri costituiscono un tribunale arbitrale chiamato ad applicare, nelle decisioni secondo diritto, i precetti islamici comuni alle nazioni musulmane. Il diritto italiano viene richiamato per le questioni non disciplinate dal diritto islamico. Ed è proprio questo rapporto tra le due fonti giuridiche ad aver acceso la polemica.
A intervenire è stata la Procura di Padova, guidata da Angelantonio Racanelli, che l’8 ottobre ha aperto un procedimento a modello 45 in seguito all’esposto presentato dall’avvocato Francesco Minutillo, esponente di Futuro Nazionale. Si tratta di un fascicolo senza indagati né ipotesi di reato, finalizzato a verificare i contorni della vicenda. Il procuratore ha assicurato che l’ufficio “svolgerà, come sempre, i compiti che la legge gli affida, svolgendo i doverosi accertamenti”.
A difendere la natura dell’organismo è invece Omar Vanin, avvocato ed esperto di diritto internazionale, tra i fondatori della Camera arbitrale. Intervistato da Tg Veneto News, il legale respinge la definizione di tribunale islamico: “Non siamo un tribunale”. E precisa: “I giudici arbitrali possono fare applicazione di norme anche lievemente diverse da quelle dell’ordinamento italiano ma nella misura in cui ne rispettano i valori essenziali”.
Vanin insiste soprattutto sull’ambito nel quale dovrebbe operare la struttura. “Non si parla di ambiti legati alla famiglia, quelli che fanno sorgere contrasto con la nostra società”, sostiene, spiegando che l’attività riguarderebbe esclusivamente i settori commerciali e degli affari. Una versione ribadita anche in un’altra dichiarazione, nella quale assicura che la Camera non esercita alcuna forma di giustizia alternativa e opera nel rispetto della legislazione italiana.
Rimangono, tuttavia, alcuni interrogativi. Perché sul sito dell’organismo, tra i vantaggi dell’arbitrato islamico, si richiama espressamente la riservatezza “specialmente in questioni familiari o sensibili”. Un riferimento che, pur non dimostrando l’effettiva trattazione di controversie familiari, contribuisce ad alimentare i dubbi sulla portata dell’iniziativa. Anche perché l’arbitrato è uno strumento previsto dall’ordinamento italiano, ma non può essere utilizzato per decidere su diritti indisponibili.
A prendere le distanze è stata persino l’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii), che ha disconosciuto l’iniziativa, definendola autonoma e promossa da soggetti estranei alle comunità rappresentate dall’associazione. L’Ucoii ha ribadito che la giustizia in Italia viene amministrata dai tribunali della Repubblica e che non servono strutture parallele, invitando i fedeli a diffidare di servizi di questo genere.
La vicenda è arrivata intanto anche in Parlamento, con le interrogazioni presentate da esponenti di Fratelli d’Italia, Lega e Italia viva. Il senatore Ivan Scalfarotto ha sollevato il problema delle garanzie per le persone eventualmente sottoposte a pressioni familiari o comunitarie, mentre Maurizio Gasparri ha chiesto al governo di verificare la compatibilità dell’iniziativa con la Costituzione e la legislazione italiana.
Durissimo anche il vicepremier Matteo Salvini, che ha annunciato una visita a Padova per la prossima settimana: “La Lega farà tutto il possibile – denunce, segnalazioni, esposti, mobilitazioni – per fermare questa follia”. Sul caso, insomma, le verifiche sono appena cominciate. Ma mentre anche una delle principali organizzazioni islamiche italiane respinge l’idea di strutture parallele, da Avs arriva l’invito a non reprimere. Ed è proprio questa la posizione politica che rischia di alimentare ulteriormente lo scontro.
Massimo Balsamo, 9 ottobre 2026
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