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Usa, sentenza storica: la Corte Suprema cancella il diritto all’aborto

La decisione lascia liberi gli Stati di usare la loro legislazione in materia. Insorgono gli abortisti

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Da oggi, 24 giugno 2022 il diritto costituzionale all’aborto negli Stati Uniti d’America non esiste più. Da quando a maggio, il giornale americano Politico, in un atto che non ha precedenti nella storia, aveva pubblicato la bozza della sentenza che in qualche modo annunciava quello che solo oggi è certo, negli Usa di Biden si è scatenato l’inferno. Una guerra civile di cui pochissimi hanno raccontato. Non solo, infatti, le abitazioni dei giudici della Corte Suprema coinvolti nella stesura della sentenza, sono state prese d’assalto.

La rivolta abortista

Ma, in queste settimane, i violenti gruppi abortisti hanno incendiato diversi centri pro life in Wisconsin, Alaska, Washington, Oregon e New York; hanno vandalizzato più di una dozzina di chiese e centri di gravidanza; hanno incendiando con bombe molotov un altro centro di aiuto alla gravidanza in Oregon e distruggendone uno in Florida. Ci sono poi le indagini sulle cause dell’incendio che ha distrutto la chiesa cattolica di Nostra Signora del Santo Rosario di Hostyn, in Texas (l’indagine è ancora in corso e non si esclude la causa dolosa).

Il gruppo Jane’s Revenge solo il 15 giugno invitava tutti i suoi adepti ad iniziare, anzi, a proseguire la guerra contro chiese, giudici e centri pro vita del Paese. Lunedì 13 giugno gli stessi terroristi avevano bloccato le vie d’accesso alla Corte Suprema, dopo averlo ampiamente annunciato e solo per la solerzia della polizia, non sono passati all’assalto dei giudici. Per settimane il New York Times ha aizzato le folle e spinto verso l’occupazione permanente di strade e piazze per protestare sine die. Secondo il Guardian, in sintonia con la stampa liberal americana, la possibile decisione della Corte Suprema porterà ad una grande “guerra civile”. Il sindaco di Chicago, Lori Lightfoot, del Partito Democratico, ha chiesto pubblicamente sui social di “imbracciare le armi” per difendere l’aborto contro la Corte Suprema.

Il segretario al Tesoro Janet Yellen, in un’audizione al Senato, a maggio, sulla preoccupante situazione economica e la crescita dell’inflazione nel Paese, si è preoccupata di dilungarsi sulla decisione della Corte sostenendo che “avrebbe portato a una grave crisi economica”. I grandi gruppi editoriali hanno vietato ai propri giornalisti di prendere le distanze dalle manifestazioni pro aborto e introdurre opinioni pro life nei propri articoli. Il Washington Post ha addirittura chiesto ai produttori di videogame di schierarsi chiaramente contro la sentenza attesa.

Sentenza capovolta

Ma cosa è accaduto oggi e perché si parla di un capovolgimento della sentenza Roe v Wade? Sulla scrivania dei giudici della Corte Suprema c’era il caso Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization che vede contrapposto lo Stato del Mississippi alle organizzazioni abortiste. Considerato da subito, dagli addetti ai lavori il più importante fin dai tempi della Casey contro Planned Parenthood, la sentenza del 1992 che confermò il diritto di abortire introdotto dalla Roe nel ’73, è nato in Mississippi.

Il 19 marzo 2018, il governatore repubblicano dello Stato meridionale, Phil Bryant, firmò una legge che dichiarava illegali in Mississippi tutti gli aborti praticati entro le 15 settimane di gravidanza. Si è trattato di un affronto diretto alle sentenze Roe v. Wade e Planned Parenthood v. Casey, nelle quali è stato stabilito principalmente che l’aborto è legittimo in qualunque caso fino a quando il bambino non è in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno. La legge del Mississipi non è mai entrata in vigore, perché l’Organizzazione di Jackson per la salute delle donne, che gestisce l’unica clinica abortista di tutto lo Stato di 3 milioni di abitanti, presentò un esposto alla corte federale distrettuale, che bloccò la legge nel novembre del 2018. Il Mississippi non è il primo Stato ad approvare una legge simile nella speranza di riuscire a portarla davanti alla Corte Suprema. Ma nessuno c’era mai riuscito.

Stati liberi di legiferare

Il ministro della Salute del Mississippi, Thomas Dobbs, che ha dato il nome alla causa, ha chiesto che agli Stati, cioè ai cittadini, sia restituito il diritto di legiferare a piacimento in materia. La clinica, invece, voleva porre la parola fine alla possibilità da parte dei Parlamenti locali di intralciare la libertà delle donne. Ora che la Corte Suprema si è pronunciata a favore della norma del Mississippi le opzioni saranno diverse diverse: ci sarà una revisione della Roe v. Wade che renderebbe liberi gli Stati di vietare l’aborto al primo e secondo trimestre di gestazione, oppure di vietare a tutti gli Stati gli aborti oltre la 15esima settimana. Un passo ulteriore sarebbe invece quello di permettere ai parlamenti locali non solo di limitare l’aborto ma di proibirlo del tutto, con sanzioni e pene per chi vi partecipasse.

I giudici della sentenza Roe legalizzarono l’aborto puntellandosi al principio della privacy che discendeva implicitamente da un altro principio contenuto nel XIV emendamento: il principio di libertà. Con quella sentenza, nel 1973, venne stabilito che il bambino nel grembo materno non fosse, come dicono gli americani, una “persona costituzionale” e che l’aborto potesse rientrare nei diritti costituzionali statunitensi.

La sentenza pubblicata oggi stabilisce, invece, che Roe e Casey debbano essere annullate perché la Costituzione Usa non fa alcun riferimento all’aborto, e nessun diritto del genere è implicitamente tutelato da alcuna disposizione costituzionale. E che la decisione non si basa su alcun giudizio in merito a quando uno Stato dovrebbe considerare la vita prenatale come avente dei diritti o interessi legalmente riconoscibili. La Corte quindi demanda ai singoli Stati tale questione legata all’eventuale soggettività giuridica del nascituro e, a monte, allo status personale dello stesso. Le due sentenze di cui sopra sono illegittime. Ritengono che il Quattordicesimo Emendamento non tuteli il diritto all’aborto, e, soprattutto, hanno confermato quando per decenni, fior fiori di giuristi hanno dimostrato: la struttura della decisione Roe nel 1973 somigliò più che a una sentenza, a un testo di legge, cosa che creò un’anomalia giurisprudenziale enorme.

“Non possiamo permettere che le nostre decisioni siano influenzate da condizionamenti esterni come la preoccupazione per la reazione del pubblico al nostro lavoro. […] Non pretendiamo di sapere come reagirà il nostro sistema politico o la nostra società alla decisione odierna di annullare Roe e Casey. E anche se potessimo prevedere cosa accadrà, non ci potremmo permettere che questa conoscenza influenzi la nostra decisione”, c’era scritto a pagina 63 e 65 della bozza della sentenza trapelata a maggio. I giudici sono stati di parola, ma tutto lascia intende che davvero ci sarà una guerra civile dopo questa sentenza.

Lorenza Formicola, 24 giugno 2022