Da Bruxelles a Parigi, passando per Berlino e Roma, si ripete un mantra sempre uguale: l’Europa deve dotarsi di una nuova politica industriale. Si invoca lo “Stato imprenditore”, pronto a investire in settori ritenuti strategici, a pianificare la transizione verde, a regolare la concorrenza delle Big Tech e a “garantire prosperità condivisa”. Ma dietro la retorica del rinnovamento c’è la vecchia tentazione dirigista: sostituire la creatività degli individui con la volontà pianificatrice dei governi.
Gli economisti che oggi invocano più Stato sembrano dimenticare una lezione elementare: nessun burocrate possiede le informazioni disperse nella società, quelle che solo il libero processo competitivo riesce a raccogliere e utilizzare. Quando i governi “scelgono i vincitori”, quasi sempre producono sconfitti certi: i contribuenti che finanziano con le loro tasse tentativi costosi e fallimentari.
Non è un caso che il cosiddetto “Stato imprenditore” celebri i propri successi citando episodi lontani nel tempo, come il Dopoguerra, ignorando il conto salato di inefficienze, ritardi e sprechi che da allora fino a oggi hanno accompagnato ogni esperienza di industrializzazione guidata dall’alto.
Una storia di fallimenti
La storia europea è ricca di esempi. L’Airbus, spesso presentato come modello di politica industriale vincente, è stato in realtà il frutto di decenni di sussidi miliardari e di una protezione normativa che ha distorto la concorrenza. Alitalia, simbolo nazionale sostenuto a colpi di denaro pubblico, è finita più volte sull’orlo del fallimento, costringendo i contribuenti a coprire perdite cicliche senza mai ottenere una compagnia davvero competitiva. L’Ilva di Taranto, nazionalizzata e rinazionalizzata, è diventata un buco nero di fondi pubblici, dimostrando come lo Stato, anziché “imprenditore”, si trasformi in dissipatore seriale di ricchezza.
L’elenco potrebbe continuare con il Concorde, aereo supersonico celebrato come capolavoro della cooperazione industriale franco-britannica, ma che non ha mai trovato sostenibilità economica e si è trasformato in un monumento ai sussidi perduti. Oppure con i piani siderurgici italiani e francesi, che negli anni Settanta e Ottanta hanno drogato la produzione d’acciaio con incentivi pubblici, generando sovraccapacità, distorsioni e infine chiusure dolorose.
Ogni volta che lo Stato si è illuso di guidare la modernizzazione industriale, ha lasciato dietro di sé sprechi, debito e settori improduttivi.
Non è un caso che i Paesi che hanno maggiormente prosperato non abbiano affidato il loro futuro alla pianificazione pubblica, ma alla vitalità del tessuto imprenditoriale. Negli Stati Uniti, i colossi della Silicon Valley non sono nati da programmi governativi, ma da garage e startup finanziate da capitale privato, disposte a rischiare su idee nuove. In Asia, la crescita non si spiega con un “Stato imprenditore” onnisciente, ma con l’apertura progressiva di mercati, l’attrazione di investimenti esteri e la capacità di milioni di individui di cogliere opportunità. È il dinamismo del mercato, e non la pazienza artificiale dei governi, ad aver generato sviluppo.
Eppure, c’è chi sostiene il contrario. In un recente articolo di Floriana Cerniglia e Francesco Saraceno apparso su Il Sole 24 Ore si arriva persino ad affermare che lo Stato, “non morendo mai”, possa permettersi investimenti di lungo periodo che il privato non oserebbe. Ma proprio questa presunta immortalità è il suo limite: un’impresa privata che sbaglia è costretta a chiudere e lasciare spazio ad altri; lo Stato, invece, perpetua l’errore, lo difende con nuove tasse e lo tramanda come dogma. Quello che viene descritto come un punto di forza si trasforma così in un vincolo che rallenta il progresso e accumula debito sulle generazioni future.
Non basta. Gli stessi fautori dello “Stato imprenditore” denunciano il rischio che i benefici vengano “privatizzati” da pochi colossi tecnologici. Ma qui il paradosso è lampante: sono proprio le politiche pubbliche a generare concentrazione, attraverso regolamenti cuciti su misura, contratti miliardari e barriere d’ingresso che scoraggiano i nuovi entranti. Lo Stato, proclamandosi correttore delle distorsioni, finisce in realtà per consolidare i monopoli che dichiara di voler contrastare.
Passo indietro dell’Europa
Il nuovo verbo della politica industriale europea non promette innovazione, ma solo nuovi apparati, nuovi vincoli, nuove spese. Si parla di riaprire il Patto di Stabilità perché – si dice – “legando le mani agli Stati” non si consente loro di correre nella competizione globale. Ma la verità è che mani libere per gli Stati significano mani legate per i cittadini: più debito, più tasse, più arbitri politici delle scelte economiche.
La sfida tecnologica e produttiva non si vince con l’ennesimo piano comunitario, ma liberando l’energia creativa che milioni di individui sanno esprimere quando non sono imbrigliati da regole e commissari. Ogni passo verso lo “Stato imprenditore” è un passo indietro per l’Europa: più vicino alla stagnazione, più lontano dalla libertà. È questa la vera posta in gioco: non solo la competitività industriale, ma il rispetto della libertà economica e politica dei cittadini, che rischiano di essere ridotti a ingranaggi di un grande meccanismo pianificato dall’alto.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


