Economia

Giù le mani dalla casa: occhio all’assalto delle Assicurazioni

La proposta dell'ANIA mira a trasformare il rischio in obbligo e la casa in un nuovo mercato garantito. La prevenzione nasce da meno tasse, meno vincoli e più libertà per i proprietari

Piano casa Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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L’idea avanzata dal presidente dall’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici (ANIA) con la relazione introduttiva in occasione della recente Assemblea 2026, di estendere l’assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali alle abitazioni private merita una risposta netta.

Non perché il pericolo non esista. L’Italia è difatti uno dei Paesi europei più esposti a terremoti, frane, alluvioni e dissesto idrogeologico. Proprio per questo il tema dovrebbe essere affrontato con serietà, senza trasformarlo nell’ennesima occasione per gravare la proprietà immobiliare di nuovi oneri.

La proposta

In detta relazione, sostiene in particolare, da un lato, che occorra “estendere al più presto l’obbligatorietà di copertura alle residenze private”, almeno a quelle che negli ultimi anni hanno beneficiato di incentivi fiscali o contributi per interventi edilizi; dall’altro di collegare gradualmente la polizza a un meccanismo analogo a quello dell’attestazione di prestazione energetica, prevedendone l’esibizione negli atti relativi agli immobili.

Qui emerge il vero nodo della questione. Non si tratta soltanto di promuovere la prevenzione, bensì di affermare una precisa concezione del rapporto tra istituzioni e proprietà privata: l’emergenza diventa il presupposto per introdurre nuovi adempimenti, il rischio viene usato per giustificare ulteriori vincoli, la casa finisce ancora una volta dentro una rete più fitta di controlli e di obblighi.

Il settore assicurativo, com’è evidente, fa il proprio mestiere. Difende i propri interessi ed è naturale che auspichi una maggiore diffusione delle polizze. Molto meno naturale è che un interesse di bottega venga presentato come una missione nazionale, quasi che milioni di proprietari debbano essere educati dall’alto a comprendere il valore dell’assicurazione.

Il punto non è l’ignoranza dei cittadini; è piuttosto che essi fanno già i conti con una pressione fiscale elevatissima, con l’Imu, con manutenzioni sempre più costose, con spese condominiali crescenti, con una burocrazia soffocante e con un quadro normativo che cambia di continuo.

Assalto alla casa

La proposta dell’ANIA si inserisce perfettamente in questa cultura dell’interventismo. La casa continua a essere trattata come uno spazio da regolare, presidiare e mettere a reddito attraverso nuove mediazioni obbligate.

È, a ben vedere, la stessa logica che ha prodotto la proliferazione di certificazioni, attestazioni, fascicoli, vincoli e procedure: ogni categoria individua nella proprietà privata il terreno sul quale espandere il proprio ruolo e il proprio mercato. I Comuni difendono aliquote Imu ai massimi livelli, lo Stato continua a considerare l’immobile una riserva fiscale permanente, altri chiedono nuovi certificati o nuovi adempimenti, oggi il settore assicurativo propone una polizza obbligatoria.

Cambiano i protagonisti, ma il copione è sempre identico: ciascuno rivendica una quota della proprietà altrui, ciascuno invoca un interesse pubblico, ciascuno aggiunge un costo. Alla fine, però, il risultato è sempre lo stesso: una casa sempre meno libera e un proprietario sempre più gravato di obblighi, spese e controlli.

Invero, è indiscutibile che l’assicurazione è utile quando è scelta liberamente. Al contrario, diventa un vero e proprio abuso quando viene imposta per legge. Se una famiglia vuole assicurare la propria abitazione, deve poterlo fare sul mercato, scegliendo compagnia, condizioni e premio. Ma trasformare siffatta scelta in obbligo significa creare un mercato garantito per decreto. Non è prevenzione. È trasferimento coatto di ricchezza.

Libertà sorvegliata

Ancora più insidiosa è l’idea di cominciare dagli immobili che hanno beneficiato di incentivi pubblici. Qui si vede il meccanismo più perverso del dirigismo italiano: ciò che nasce come agevolazione finisce per diventare il presupposto di un nuovo vincolo. Il bonus, presentato ieri come aiuto alla ristrutturazione, viene trasformato oggi nel motivo per imporre la polizza.

Così la proprietà privata scivola in una condizione di libertà sorvegliata: puoi intervenire sulla tua casa, ma solo dentro un percorso che prima ti attrae con l’incentivo e poi ti trattiene con l’obbligo.

Il riferimento all’APE è del resto rivelatore. La certificazione energetica è già diventata uno degli emblemi della burocrazia immobiliare: un documento spesso formalistico, costoso, ripetitivo, utile più ad alimentare un mercato obbligatorio di adempimenti che a migliorare davvero gli edifici. Ora si vorrebbe replicare lo stesso modello con il rischio catastrofale. Ogni atto sulla casa diventerebbe l’occasione per esibire un’altra carta, pagare un altro tecnico, sostenere un altro costo, subire un altro controllo.

Il fallimento dell’intervento statale

Né basta dire che il problema vero è la prevenzione e non il risarcimento. Se la prevenzione viene affidata a nuovi obblighi o all’ennesima stagione di bonus, il problema resta intatto. Una casa si mette in sicurezza quando il proprietario ha risorse, libertà e certezza per intervenire: quando il fisco non gli sottrae capitale, la burocrazia non lo scoraggia e le regole non cambiano a ogni legge di bilancio. Consolidare, migliorare, proteggere non devono diventare il risultato di una concessione pubblica, ma l’esercizio normale della proprietà.

L’esperienza italiana dovrebbe comunque bastare. La ricostruzione post terremoto del Belice del 1968 si è trascinata per decenni. Dopo l’Irpinia del 1980, enormi risorse pubbliche sono state accompagnate da sprechi, ritardi, clientele e distorsioni. Ogni grande emergenza ha mostrato lo stesso fallimento: lo Stato arriva tardi, spende male, centralizza troppo e poi pretende di correggere il disastro con nuovi apparati.

La lezione Superbonus

Anche il Superbonus ha confermato la lezione. Doveva riqualificare il patrimonio edilizio. Ha prodotto costi enormi, regole instabili, crediti bloccati, contenziosi, distorsioni nei prezzi e dipendenza dalla decisione politica. Non ha creato una cultura ordinata della manutenzione, ma unicamente l’illusione che la casa debba essere curata solo quando lo Stato apre il rubinetto.

Tutto questo fermo restando che non si tratta di negare ogni ruolo pubblico, ma di rimetterlo al posto giusto. Lo Stato non deve trasformarsi nel promotore indiretto di polizze obbligatorie né nel regista di nuovi mercati protetti.

Deve curare il territorio, mettere in sicurezza le infrastrutture, semplificare le regole edilizie, garantire tempi certi, ridurre il prelievo sulla casa e lasciare ai proprietari la possibilità concreta di intervenire. La prevenzione pubblica riguarda ciò che è pubblico; la proprietà privata va rispettata, non amministrata dall’alto.

La sicurezza nasce dalla libertà

In conclusione, la strada è, e rimane indiscutibilmente, una e una sola: lasciare ai proprietari le risorse e la libertà per mettere in sicurezza i propri immobili. Polizze imposte, certificati, fascicoli e nuovi adempimenti servono solo ad allargare il perimetro di chi vive attorno alla casa senza possederla.

La casa italiana è già stata tassata, vincolata, classificata, certificata e usata come garanzia silenziosa di ogni politica pubblica. Ora si vorrebbe anche assicurarla per obbligo, chiamando civiltà ciò che è soltanto un nuovo (ennesimo) prelievo mascherato.

La prevenzione non nasce da un’altra imposizione. Nasce dal rispetto della proprietà: meno tasse, regole certe, procedure rapide, piena deducibilità degli interventi di messa in sicurezza. Finché la casa sarà trattata come una riserva fiscale e regolatoria, il proprietario resterà il solito pagatore finale. Pertanto: giù le mani dalla casa!

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