Economia

Tragedia in Spagna, ecco il conto dell’elettoralismo ferroviario

Non un fulmine a ciel sereno ma il risultato di anni in cui si sono privilegiati sussidi, abbonamenti gratuiti, misure ad alto impatto "elettorale" a scapito di manutenzione e ammodernamento della rete

Il grave disastro ferroviario avvenuto in Spagna alla fine di ottobre 2026 non è un fulmine a ciel sereno né un semplice “errore umano”. È il risultato di anni di politiche ferroviarie in cui la visibilità politica ha prevalso sulla sicurezza: si sono privilegiati sussidi, abbonamenti gratuiti e misure ad alto impatto mediatico, mentre la manutenzione e l’ammodernamento della rete sono rimasti sistematicamente indietro.

Tutto questo è accaduto in un contesto di massima pressione fiscale e di abbondanti fondi europei. Il problema, quindi, non è la mancanza di risorse, ma come sono state utilizzate. Se si guarda ai dati di spesa per chilometro di rete, per passeggero‑chilometro e per passeggero, emerge un quadro chiaro: si spinge ad usare di più il treno e lo si rende più economico per l’utente, ma si investe relativamente meno per mantenerlo sicuro.

Mezzi chilometri, mezza manutenzione

Sul piano europeo, la posizione della Spagna è eloquente. La spesa per manutenzione si attesta intorno ai 45,5 milioni di euro per 1.000 chilometri di rete, equivalenti a circa 95.860 euro per chilometro. La media dell’Unione europea è quasi il doppio, circa 80,6 milioni per 1.000 chilometri, ovvero 191.090 euro per chilometro.

In pratica, la Spagna investe circa la metà della media europea per mantenere le proprie linee. Una differenza che pesa, soprattutto se si considera che il Paese vanta una delle reti ad alta velocità più estese al mondo. Ci si è concentrati sui chilometri costruiti e sull’immagine del treno veloce, senza adeguare la spesa di manutenzione al livello di utilizzo e di complessità della rete.

Gli studi di settore indicano inoltre una riduzione della spesa reale dedicata alla conservazione – corretta per inflazione e per l’espansione della rete – di circa il 25 per cento dal 2018, con un deficit accumulato stimato in circa 3,6 miliardi di euro. È una rete sempre più sollecitata, sostenuta da una spesa di manutenzione che, in termini reali, arretra.

Meno manutenzione per passeggero

Sui documenti di bilancio, il messaggio è rassicurante: le voci dedicate alla manutenzione di Adif e Adif Alta Velocità passano da circa 726 milioni di euro nel 2018 a oltre 1,1 miliardi nel 2025. Numeri che permettono di rivendicare un impegno crescente. Ma la realtà operativa racconta altro. Nello stesso periodo la rete AV si avvicina ai 4.000 chilometri, con un aumento del 58 per cento rispetto al 2013; il traffico di passeggeri ad alta velocità raddoppia; e l’inflazione corrode il valore reale di ogni euro speso.

Se si passa dalla cifra complessiva al costo unitario, il quadro cambia radicalmente. La spesa di manutenzione per passeggero‑chilometro in alta velocità scende da circa 2,84 centesimi di euro nel 2018 a circa 2,21 centesimi nel 2025: una riduzione intorno al 22 per cento in una fase di forte aumento dei volumi di traffico e un calo di oltre il 40 per cento rispetto al picco del 2013 (circa 3,72 centesimi).

La spesa di conservazione per singolo passeggero AV segue la stessa traiettoria: si passa da circa 11,70 euro nel 2015 a 9,80 euro nel 2018 e a circa 8,50 euro nel 2025. In poco più di dieci anni, l’impegno per mantenere ogni viaggio sicuro si riduce di quasi un terzo. La conseguenza è evidente: i bilanci mostrano “più milioni”, ma ogni chilometro e ogni passeggero ricevono meno manutenzione effettiva. È il classico scenario in cui la politica può vantare cifre globali in crescita, mentre sul terreno le risorse per unità di servizio diminuiscono.

Un altro indicatore chiave è il peso della manutenzione sull’intero budget ferroviario. In Spagna, la conservazione e la manutenzione assorbono soltanto tra il 15,8 e il 16 per cento del totale. In paesi come Francia o Germania queste voci superano il 30 per cento.

La manutenzione, in altre parole, è trattata come una componente quasi residuale della spesa ferroviaria, non come il pilastro imprescindibile di un sistema sicuro.

Ferrovia da “campagna elettorale”

La priorità è altrove: su misure di forte impatto politico e mediatico. Il caso dei sussidi lo dimostra. Negli ultimi anni, la Spagna ha stanziato tra 1,37 e 1,55 miliardi di euro per:

  • abbonamenti gratuiti o pesantemente sovvenzionati (soprattutto per Cercanías e Media Distancia),
  • sconti diretti sui biglietti. Questa cifra supera di circa il 40 per cento quanto viene destinato al mantenimento fisico di binari, impianti di segnalamento e sistemi di sicurezza.

La logica è chiara: è più utile, dal punto di vista elettorale, offrire biglietti gratis e promuovere l’idea di un “treno per tutti”, che investire in lavori sui binari o nell’aggiornamento di sistemi che non si vedono e non fanno campagna. Il risultato è un ferrovia orientata ai voti: un sistema in cui si incentiva l’uso con sussidi e si risparmia su quella manutenzione che non appare nei messaggi politici, ma che fa la differenza fra un viaggio sicuro e una tragedia.

Obsolescenza tecnica e tragedia annunciata

Il disastro del 2026 avviene su una delle linee simbolo dell’alta velocità spagnola, il collegamento Madrid–Siviglia. Per anni, questa linea ha continuato a funzionare con un sistema di segnalamento LZB installato nei primi anni Novanta. Il passaggio al più moderno standard ERTMS‑2 era stato appaltato nel 2021 con l’obiettivo di completarlo entro inizio 2026. Alla data del disastro, però, l’aggiornamento non era ancora pienamente operativo.

La dinamica preliminare del sinistro è legata alla caduta informatica del sistema LZB. Un treno si arresta a causa del problema; il Centro di Regolazione della Circolazione autorizza un convoglio AVE a procedere in condizioni di esercizio degradato; l’impatto avviene a una velocità stimata fra 160 e 200 km/h, ben superiore a ciò che ci si aspetterebbe in uno scenario di sicurezza ridotta.

Qui il “fattore umano” esiste, certo, ma dentro un contesto che è stato costruito a monte: tecnologie anziane che non sono state sostituite nei tempi previsti, protocolli di esercizio in modalità degradata che devono compensare una rete sempre più satura, e una politica degli investimenti che ha scelto di rimandare lavori su sistemi critici per destinare risorse a misure più spendibili sul piano elettorale.

Segnale ignorato: incidenti in aumento

Le statistiche ufficiali sugli incidenti ferroviari mostrano un trend difficile da ignorare. I casi notificati crescono da 52 nel 2018 a 128 nel 2025, quasi il triplo. I deragliamenti, nello stesso periodo, passano da 7 a 22 all’anno.

Non ogni incidente ha la stessa gravità né la stessa origine, ma è difficile sostenere che questi numeri siano del tutto scollegati da una rete dove la spesa di manutenzione per chilometro e per passeggero‑chilometro si riduce, mentre i volumi di traffico e la complessità aumentano. Ancora una volta, la combinazione è la stessa: più utilizzo, meno manutenzione per unità di utilizzo.

“Errore umano” come narrativa di comodo

Dopo tragedie di questo tipo, la reazione istituzionale tende a concentrarsi sulla responsabilità individuale: il macchinista, l’operatore in sala controllo, la decisione del momento. È una narrativa che offre una spiegazione immediata e rassicurante, ma che rischia di diventare una scappatoia.

Quando per anni si è speso meno per mantenere ogni chilometro di linea e ogni passeggero, si è rimandata la sostituzione di sistemi di sicurezza vecchi di decenni, e si è trattato il capitolo “manutenzione” come un margine comprimibile per finanziare sussidi, non basta invocare l’errore umano per chiudere il caso. L’errore sta anche nelle scelte di bilancio e di strategia: nella decisione di costruire un ferrovia “da campagna elettorale” piuttosto che una ferrovia robusta, moderna e sicura.

La politica ferroviaria presenta il conto

La tragedia del 2026 mostra il prezzo di questo approccio. Un Paese che investe la metà della media europea per chilometro di rete, che riduce la spesa di manutenzione per passeggero‑chilometro di oltre il 20 per cento rispetto al 2018, che taglia di quasi un terzo la spesa per passeggero AV in poco più di un decennio, e che destina alla manutenzione una quota del bilancio nettamente inferiore a quella di altri grandi Paesi, sta assumendo consapevolmente un maggiore livello di rischio.

Il nodo non è solo tecnico, ma politico: si è privilegiato il consenso a breve termine, con la retorica del “treno per tutti” sostenuta da sussidi, e si è rinviato il lavoro meno visibile ma essenziale sulla rete. Il disastro ferroviario non è un incidente isolato, ma la manifestazione estrema di una linea di condotta.

Se questa tragedia avrà un seguito nella politica dei trasporti, la vera prova non sarà un cambio di nomi nei ministeri o una revisione di procedure in sala controllo, ma la ricomposizione del bilancio: riportare la manutenzione al centro, adeguare l’investimento per chilometro e per passeggero ai livelli richiesti dalla sicurezza, e interrompere la logica di usare il ferrovia come strumento elettorale senza sostenerlo con la stessa serietà sul piano tecnico.

Finché la manutenzione rimarrà il capitolo comprimibile per finanziarie misure più popolari, ogni slogan sul “treno sicuro, moderno e verde” resterà fragile. E il rischio che la realtà presenti ancora il conto, come ha già fatto, resterà elevato.

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