Esteri

Altro che interesse nazionale: una rottura per logiche di politica interna

Ma davvero si può spiegare tutto con "Trump coglione"? Non un attacco senza senso, dietro lo scontro Meloni-Trump una tensione politica che si accumulava da mesi. Ma rischia di non giovare affatto alla premier italiana

giorgia meloni e donald trump dialogano al g7
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Ma davvero si possono liquidare i battibecchi di questi giorni con un “Trump coglione”, “Meloni colpita perché non sottomessa”, “siamo alleati non sudditi”? Trump sbroccato, misoginia, delirio, attacchi senza senso??

Il botta e risposta

Certo, il commento sprezzante di Trump, a prescindere dall’audio originale e da una traduzione forzata, era inaccettabile e meritava una risposta. Siamo d’accordo. Anche se, va detto, la scelta della premier di non farla filtrare attraverso la stampa ma di registrare un video in prima persona ha avuto l’effetto, non sappiamo quanto desiderato, di una escalation. Trump ha reagito con un post sui social ufficializzando i motivi della sua irritazione.

Meloni e gli esponenti del centrodestra hanno continuato ad indignarsi per il “mi ha fatto pena”, “ha supplicato per una foto”, nella telefonata con il corrispondente de La7, ma si sono guardati bene dal rispondere nel merito agli argomenti molto politici e molto concreti del post del presidente Usa, che confermano come non si tratti di un fulmine a ciel sereno per un audio mal riportato, non un attacco senza senso, ma di una tensione politica che si accumulava da mesi – e che da mesi abbiamo vivisezionato su Atlantico Quotidiano e a Red Pill – esplosa per il comportamento ritenuto ipocrita della nostra premier al G7 (“ma come, non ha voluto avere niente a che fare con l’Iran e ora pretende che siamo amici?”, questo il senso).

La questione politica

Dietro la rottura, una questione politica, originata da quando Meloni si è, o è stata convinta, di qualcosa che proprio in questi giorni, rispondendo a Trump, è finalmente uscita fuori: “Quanto alla mia popolarità, essere sua amica non l’ha certo aiutata”.

Da marzo in poi, dalla sconfitta referendaria, è iniziato un progressivo distanziamento del governo Meloni dall’amministrazione Trump per fini di consenso interno. Ogni occasione – che si trattasse del ridicolo balletto su Hormuz (non ci saremo, sì ci saremo ma dopo la tregua, no la tregua non basta etc), del diniego all’uso delle basi, della non adesione al Purl per l’Ucraina, delle furbate sulla spesa per la difesa, fino al dito puntato a favore di telecamere al G7) è stata deliberatamente sfruttata e mediatizzata per marcare una distanza.

Ai giornali, o in questo caso alla tv di sinistra, è bastato sollecitare Trump via telefono per provocare l’incidente. Prima il Corriere, ora La7. Ci sta.

Si cita l’interesse nazionale, la nostra sovranità, quando i temi sono altri. L’accusa che ci viene mossa, in compagnia con altri membri della Nato, è di proclamarci alleati ma di non comportarci da alleati, di pretendere protezione ma non esserci nel momento del bisogno, nemmeno mettendo a disposizione una pista di atterraggio. Tutti i discorsi sull’unità dell’Occidente e, al dunque, non riusciamo a mandare quattro navi a pattugliare uno Stretto per noi di vitale importanza. L’interesse nazionale richiede di non gigioneggiare.

Non si citi “l’interesse nazionale” per spiegare una rottura che ha come primo motore la gestione del consenso interno post sconfitta referendaria. In gioco ci sono interessi economici e di sicurezza profondissimi, non possono essere sacrificati per l’incapacità del governo Meloni di spiegare all’interno del Paese che sì, l’interesse nazionale oggi è a Hormuz come ieri era nel Mar Rosso, l’interesse nazionale sta nell’impedire al regime iraniano di dotarsi dell’atomica e sì, richiede un contributo maggiore all’Alleanza, maggiori capacità militari e spese per la difesa.

Come ha osservato Alex Gray, ex capo dello staff del Consiglio di sicurezza nazionale nel primo mandato di Trump, riportato da Michele Arnese:

L’Europa vuole gli Usa coinvolti in interessi di sicurezza non centrali per noi come l’Ucraina, ma se chiediamo all’Europa di essere coinvolta nei nostri interessi prioritari, si oppone pubblicamente. Ai nostri alleati europei direi: se siete tanto preoccupati per la riduzione di truppe Usa in Europa… cosa pensate succederà se ci togliete nel corso di una crisi l’abilità di proiettare potere in Medio Oriente? Qual è il punto di avere quelle basi? Avvalorate semplicemente la tesi di chi vuole ritirare altri assetti americani.

Colpo alla leadership

Anche sul piano interno, è tutto da vedere che la rottura con Trump gioverà a Giorgia Meloni in termini di consensi. Può sembrare controintuitivo, ma sebbene il presidente Usa sia effettivamente molto impopolare in Italia, anche nel centrodestra, e in Europa, noi pensiamo di no.

Perché? Che si ritenga sia stato Trump a tradire la Meloni, o viceversa la Meloni a tradire Trump, la rottura con il trumpismo è comunque un colpo alla leadership della premier, anzi apre una vera e propria crisi di identità politica che gli elettori, anche solo istintivamente, percepiranno, offre uno straordinario boost alla narrazione della sinistra e consegna il governo Meloni all’abbraccio franco-tedesco.

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