Esteri

Come non è finita la guerra tra Rwanda e Repubblica democratica del Congo

Prima la firma dell'accordo di pace, davanti al presidente Trump, poi la nuova offensiva e i civili in fuga. Dietro lo storico conflitto tra Tutsi e Hutu

Trump Rwanda Congo (White House)

Il 4 dicembre il presidente del Rwanda, Paul Kagame, e quello della Repubblica Democratica del Congo (RDC), Félix Tshisekedi, hanno firmato a Washington, con la mediazione del presidente Usa Donald Trump, un accordo di pace, impegnandosi a mettere fine a un conflitto che, intervallato da tregue e sospensioni, si combatte da 30 anni, ha coinvolto in tempi diversi almeno altri sette Stati africani e ha causato quasi sei milioni di morti.

La pace, che include la ratifica di un accordo preliminare accettato dai due Paesi a giugno e del Quadro di Integrazione Economica e regionale definito all’inizio di novembre, è stata celebrata come un magistrale saggio di diplomazia internazionale, un successo dell’amministrazione Trump, capace di riuscire là dove tutti hanno fallito.

L’accordo con le milizie M23

A far apparire solido, conclusivo l’impegno sottoscritto ha contribuito il fatto che a metà novembre, a conclusione di una serie di incontri svoltisi parallelamente nei mesi precedenti in Qatar, il governo dell’RDC e il gruppo armato antigovernativo M23 avevano raggiunto a loro volta un accordo di pace, sebbene ancora da definire nei dettagli.

Il Rwanda infatti, oltre a combattere direttamente contro il l’RDC con le proprie truppe, lo ha fatto sostenendo l’M23, che è composto prevalentemente da truppe di etnia Tutsi, la stessa al potere dal 1994 in Rwanda, e che dal 2012 è attivo nelle provincie orientali del Nord e Sud Kivu, confinanti con  il Rwanda. L’accordo tra RDC e M23 è tanto più essenziale in quanto il gruppo dal 2023 ha aderito alla Alleanza del fiume Congo, una coalizione antigovernativa della quale costituisce il braccio armato.

Forte del sostegno militare rwandese e di quello politico dell’Alleanza, nel 2024 l’M23 si è impadronito in pochi mesi di territori sempre più vasti. Poi lo scorso gennaio, affiancato da truppe rwandesi entrate in territorio congolese, ha conquistato prima Goma, capoluogo del Nord Kivu, poi Bukavu, capoluogo del Sud Kivu.

Da allora gli M23 hanno triplicato forze e combattenti, controllano stabilmente i territori conquistati, inclusi i due capoluoghi, hanno creato un loro apparato amministrativo in sostituzione di quello governativo e non hanno mai dato a intendere di essere disposti a deporre le armi, ritirarsi e sciogliersi. Presidiano le aree delle province occupate, vi hanno insediato i loro governatori, hanno nominato sindaci e funzionari, sistemato strade dissestate e altre infrastrutture.

Si sono consolidati finanziariamente, inoltre, imponendo tasse sui prodotti minerari di cui quelle regioni sono immensamente ricche e che adesso sono nelle loro mani. Inoltre hanno ristabilito un certo ordine, stanno garantendo una relativa sicurezza, un fattore di estrema importanza per popolazioni che da decenni subiscono la violenza devastante di decine di gruppi armati, lasciati liberi di agire dalle forze governative troppo corrotte e demotivate per impegnarsi e anche dai caschi blu della Monusco che, con quasi 18.000 effettivi, è una delle più grosse missioni di peacekeeping Onu mai dispiegate, attiva dal 2010.

La nuova offensiva

La Casa Bianca, nel pomeriggio del 4 dicembre, ha diffuso immagini e video dei due capi di stato africani e di Donald Trump mentre mostravano al mondo i documenti appena firmati. Trump ha parlato di momento “storico”, di “miracolo”, di “un grande giorno per l’Africa, un grande giorno per il mondo”.

Invece, poche ore dopo gli M23 hanno lanciato una nuova offensiva. Combattendo si sono aperti la via verso sud. Tra il 5 e il 6 dicembre hanno conquistato un’altra città del Sud Kivu, Luvungi, a ridosso del confine con il Burundi. Subito dopo è caduta Sange, 30 chilometri più a sud, dove i bombardamenti hanno fatto decine di vittime.

Poi gli M23 hanno proseguito la loro marcia scontrandosi con milizie locali, truppe governative e soldati burundesi, questi ultimi parte del contingente da tempo inviato dal Burundi in aiuto al governo congolese. Il 9 dicembre già 200.000 civili si erano dati alla fuga per scampare ai combattimenti. Il nuovo obiettivo degli M23 era la città di Uvira, situata sulle rive del lago Tanganyika, a pochi chilometri dal confine con il Burundi. L’hanno “liberata”, così si esprimono, il 10 dicembre mentre decine di migliaia di civili e di militari attraversavano la frontiera e si mettevano al sicuro in Burundi.

Uvira è un centro di importanza strategica perché si trova soltanto a 27 chilometri dalla capitale del Burundi, Bujumbura, ed è la porta d’accesso all’RDC, tramite la quale il Burundi fa entrare nel Paese soldati e rifornimenti.

Il conflitto tra Tutsi e Hutu

Si stima che siano circa 20.000 i militari burundesi che affiancano l’esercito governativo congolese contro l’M23 e il Rwanda. Per capire come mai sono schierati con la RDC bisogna sapere che in Burundi, come in Rwanda, vivono due etnie, i Tutsi e gli Hutu. La profonda, reciproca avversione di queste due etnie è all’origine di massacri terribili, culminati nel 1994 con il genocidio dei Tutsi in Rwanda.

Mentre da allora in Rwanda, pur essendo minoritari, governano i Tutsi, in Burundi invece il governo è in mano alla maggioranza Hutu. Per questo il Burundi è un alleato naturale dell’RDC. Il consolidamento dell’M23 nel Sud Kivu inoltre preoccupa il Burundi perché rafforza i Red Tabara, un gruppo antigovernativo composto prevalentemente da Tutsi che ha le sue basi operative nell’RDC. Il gruppo si è costituito nel 2015 all’indomani del fallito colpo di stato contro l’allora presidente Pierre Nkurunziza. I leader del Red Tabara che riuscirono a sottrarsi all’arresto hanno ottenuto asilo in Rwanda.

Schiaffo a Trump

Ad assistere alla firma dello “storico” accordo di pace Donald Trump aveva invitato i leader di diversi stati africani. Tra questi c’era anche il Burundi che però è uno dei protagonisti del conflitto più che uno spettatore. “Ho molta fiducia in entrambi i leader – aveva dichiarato Trump rivolgendosi ai capi di stato africani presenti – so che rispetteranno gli impegni, rispetteranno l’accordo e creeranno un grande, luminoso futuro per gli abitanti dei loro Paesi”.

Il ministro degli esteri del Burundi, Edouard Bizimana, due giorni dopo ha definito l’avanzata dell’M23 “uno schiaffo agli sforzi di Washington”. “Firmare un accordo e non attuarlo – ha detto – è una umiliazione per tutti e prima di tutto per il presidente Trump”.

Stati Uniti, Unione europea e otto Paesi europei hanno diffuso un comunicato congiunto in cui accusano il Rwanda di continuare a sostenere l’M23 ed esprimono profonda preoccupazione per le possibili conseguenze destabilizzanti in tutta la regione. Il Rwanda nega ogni responsabilità e accusa a sua volta RDC e Burundi di aver violato il cessate il fuoco e di bombardare sistematicamente i villaggi vicini al suo confine.

Il segretario di stato Usa, Marco Rubio ha dichiarato che gli Stati Uniti “prederanno provvedimenti per garantire che le promesse fatte al presidente Trump vengano mantenute”. Non è entrato in dettagli.

Il flop di Sant’Egidio

Spesso si ha l’impressione che anche ai vertici degli stati e degli organismi internazionali manchino le conoscenze necessarie a capire le motivazioni e gli obiettivi degli interlocutori africani e a prevederne il comportamento.

Trump non è il primo a essere stato umiliato. Uno dei casi più clamorosi fu quello della Comunità di Sant’Egidio, nel 2017, convinta di essere riuscita a mettere fine alla guerra che dal 2012 devastava la Repubblica Centrafricana. Si vantò di aver convinto i rappresentanti del governo e di 13 gruppi armati a recarsi a Roma, a firmare un cessate il fuoco con effetto immediato e a raggiungere una intesa preliminare a un accordo di pace dato per certo.

Sant’Egidio non si rese conto che attorno al tavolo dei negoziati c’erano un governo inconsistente, gli esponenti soltanto di alcune delle decine di bande armate del Paese, e neanche tutte centrafricane, e una serie di personaggi che non rappresentavano proprio nessuno.

Il cessate il fuoco non è mai entrato in vigore. Anzi, nei due giorni successivi alla firma si verificarono degli scontri violentissimi. La guerra è continuata. Tuttora decine di gruppi armati controllano gran parte del Paese. I mercenari russi garantiscono la sicurezza nella capitale Bangui e nei territori circostanti in cambio dell’accesso alle miniere di oro di cui il Paese è ricco.

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