Esteri

Dall’11 Settembre al “fenomeno” Mamdani: così l’odio diventa mainstream

Passati vent'anni dall'attacco alle Torri Gemelle, New York potrebbe eleggere un sindaco che giustifica il terrorismo islamico. E posizioni estreme oggi appartengono alle élites di sinistra

11 Settembre

A fine giugno, ha suscitato un certo scalpore la vittoria alle primarie democratiche per la carica di sindaco di New York di Zohran Mamdani, 33enne musulmano vicino alla sinistra più estrema: oltre alle sue posizioni economiche di stampo socialista, come quella di voler rendere gratuiti gli autobus, hanno fatto discutere certe sue dichiarazioni, quali ad esempio quella di voler “globalizzare l’intifada” o di voler aumentare le tasse per i quartieri abitati da bianchi, denotando un malcelato razzismo al contrario.

Le origini famigliari

Per capire com’è possibile che, quasi un quarto di secolo dopo gli attentati alle Torri Gemelle, un personaggio simile abbia delle possibilità di diventare sindaco della Grande Mela, occorre innanzitutto ricordare qual è il retroterra culturale dal quale proviene.

Suo padre, l’antropologo indo-ugandese e docente della Columbia University Mahmood Mamdani, in passato ha giustificato il terrorismo suicida: nel suo libro del 2004 “Musulmani buoni e cattivi”, Mamdani padre scrisse: “Dobbiamo riconoscere l’attentatore suicida, prima di tutto, come una categoria di soldati”. Aggiunse che “gli attentati suicidi devono essere intesi come una caratteristica della moderna violenza politica piuttosto che stigmatizzati come un atto di barbarie”. E dopo i massacri compiuti da Hamas il 7 ottobre 2023, ha scritto in un post: “Stiamo assistendo […] alla nascita della terza intifada contro il colonialismo”.

Anche la madre del candidato sindaco, la regista indiana Mira Nair, non è nuova a posizioni controverse: nel 2013, si è rifiutata di partecipare al Haifa International Film Festival, dicendo che Israele sarebbe “uno Stato di apartheid” e che “andrò in Israele quando lo Stato smetterà di favorire una religione rispetto alle altre”. Qualcuno avrebbe dovuto spiegarle che in Israele i cittadini arabi hanno da sempre il diritto di voto e di essere eletti in Parlamento, il che smentisce la bufala dell’apartheid.

Il film collettivo

Nota per i suoi film Salaam Bombay! e Monsoon Wedding, che le sono valsi rispettivamente una candidatura agli Oscar e la vittoria del Leone d’oro a Venezia, nel 2002 la Nair prese parte alla realizzazione del film collettivo 11 settembre 2001, che a un anno esatto dagli attentati di Al Qaida portò sullo schermo 11 episodi della durata di 11 minuti ciascuno, ognuno diretto da un regista diverso e proveniente da un diverso Paese.

Nel suo episodio, la Nair mise in scena la storia di una signora pakistana che dall’11 settembre non ha più notizie del figlio. In un primo momento i media diffondono il sospetto che fosse coinvolto negli attentati, mettendo alla gogna pubblica la famiglia che vive in un crescente isolamento, e solo più avanti si scopre che il figlio è morto nel tentativo di soccorrere i feriti delle Torri Gemelle. Al suo funerale, la donna denuncia il clima di ostilità verso i musulmani che si era creato negli Stati Uniti.

Oltre un decennio prima di prendere parte al boicottaggio d’Israele, nel suo cortometraggio la Nair inserì un riferimento alla Seconda Intifada che si svolgeva proprio in quegli anni, in una scena in cui la famiglia pakistana ascolta al telegiornale degli attacchi dell’esercito israeliano a Jenin, in Cisgiordania. Tutto questo, però, senza mai menzionare gli attentatori suicidi palestinesi che in quegli anni si recavano in Israele dalla Cisgiordania per farsi esplodere sui mezzi pubblici e nei locali, in molti casi partendo proprio da Jenin.

Tra polemiche e rispetto

Per quanto riguarda gli altri episodi, altri cineasti adottarono approcci ben più polemici verso la politica estera americana, quasi a voler dire che gli americani sono la causa del male che gli viene arrecato: il regista egiziano Yusuf Shahin, ad esempio, portò sullo schermo una sua riflessione per puntare il dito contro le guerre portate avanti dagli Stati Uniti in varie parti del mondo e il loro sostegno a Israele. Ad un certo punto, sembra quasi sostenere che, proprio perché gli Stati Uniti e Israele sono delle democrazie, gli elettori sarebbero colpevoli quasi quanto i leader che votano.

Intriso di una certa dose di benaltrismo è anche l’episodio diretto dal cineasta inglese Ken Loach (che in Italia ha sostenuto liste di estrema sinistra come Potere al Popolo), dove viene fatto un parallelismo tra l’11 settembre 2001 e l’11 settembre 1973, quando in Cile il presidente Salvador Allende venne rovesciato con un colpo di Stato del generale Augusto Pinochet, sostenuto proprio dagli americani.

Non tutti gli episodi presentano questi tagli: quello della regista iraniana Samira Makhmalbaf, ad esempio, mostra come possa essere difficile per i bambini di Paesi non occidentali comprendere realmente quello che stava succedendo al di là dell’Atlantico.

Altri autori hanno fatto confronti e parallelismi con le ferite aperte per le guerre nei loro Paesi: l’episodio del regista bosniaco Danis Tanović mostrava il conflitto interiore di chi, a Srebrenica, anche dopo gli attentati alle Torri Gemelle voleva ricordare le vittime dei massacri avvenuti nella guerra dei Balcani degli anni ’90, le cui cicatrici nel 2001 erano ancora freschissime. E quello del regista israeliano Amos Gitai mostrava la scena di un attentato terroristico a Tel Aviv, come ne avvenivano quotidianamente nei primi anni 2000.

Michael Moore

Questo non è l’unico film che, dopo gli attentati compiuti da Osama Bin Laden, ha ricostruito tali fatti in maniera polemica: sempre nel 2002, uscì il documentario Bowling a Columbine di Michael Moore, incentrato sulla diffusione delle armi in America. In una scena, si vedono vari filmati sul coinvolgimento americano in vari conflitti e colpi di Stato in giro per il mondo, per poi chiudere con una scena degli attentati alle Torri Gemelle, in cui il regista lascia intendere che la colpa sarebbe degli americani, che negli anni ‘80 armarono Bin Laden affinché combattesse contro i sovietici in Afghanistan.

Nell’elencare le colpe degli americani e della Nato, Moore minimizzava quelle dei loro nemici: ad esempio, criticava duramente Bill Clinton per i bombardamenti sulla Serbia del 1999, ma minimizzava i massacri compiuti dall’esercito serbo in Bosnia e Kosovo.

L’odio diventa mainstream

Anche Mira Nair ha continuato nelle sue opere successive a portare avanti la stessa narrazione del suo episodio di 11 settembre 2001: nel suo film del 2012 Il fondamentalista riluttante, il protagonista è un giovane pakistano che emigra negli Stati Uniti, ma dopo l’11 settembre non vede più la possibilità per un musulmano di vivere il sogno americano.

È curioso che, pur denunciando ripetutamente l’islamofobia della società americana, la Nair e la sua famiglia abbiano spesso prestato il fianco al pregiudizio e ad atteggiamenti discriminatori nei confronti degli israeliani. Coloro che denunciano l’odio nei confronti di certe categorie, spesso lo incoraggiano nei confronti di altre.

Tornando al presente, rivedere il film 11 settembre 2001 e gli altri sopra citati oggi può essere utile per ricostruire tutta una serie di cambiamenti avvenuti in seno alla società americana nell’ultimo quarto di secolo.

Il fatto che a New York potrebbe diventare sindaco uno come Zohran Mamdani che sostiene l’intifada, così come il fatto che nel dicembre 2023 un sondaggio del Daily Mail sosteneva che almeno il 20 per cento dei giovani americani nella fascia d’età 18-29 anni aveva un’opinione positiva di Bin Laden, dimostra che quelle posizioni che oltre un ventennio fa appartenevano solo alle frange più estreme delle élite culturali di sinistra, oggi stanno diventando il “nuovo mainstream”. Se nel 2001 dicevano “non tutti i musulmani sono terroristi”, nel 2025 sembrano voler dire “siamo tutti terroristi”.

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