Esteri

Daniel Ortega e l’essenza della democrazia

Le "ideologie forti" non vanno molto d'accordo con le elezioni. Ortega non ha "abolito" la democrazia, ne ha modificato la declinazione lasciandone inalterata la sua essenza letterale

Ortega (screenshot Ytube)
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Sono passati pochi giorni da quando, a Managua, in occasione delle celebrazioni ufficiali per il 47mo anniversario della Rivoluzione sandinista del 1979 – di fronte ad una folla plaudente – il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ha annunciato la fine delle elezioni nel Paese, aprendo a un sistema senza competizione elettorale al termine del suo mandato.

Questo proclama segna – come annotato dall’Ansa – un ulteriore rafforzamento del controllo esercitato da Ortega e dalla moglie Rosario Murillo sulle istituzioni. Elecciones, nunca más! “Qui non ci saranno più elezioni per evitare che tentino di prendere il governo e il potere”, ha affermato il co-presidente e leader del Frente Sandinista de Liberación Nacional, FSLN, aggiungendo che “i giorni in cui partiti sostenuti dagli yankee e dai somozisti sarebbero tornati al potere sono finiti”.

La rivoluzione dei poeti

Il 19 luglio 1979, i giovani guerriglieri del Frente sandinista, movimento nazionalista e socialisteggiante, entrarono trionfanti a Managua dopo avere sconfitto il regime al grido: “Libertà o morte”. A urlarlo a squarciagola anche l’allora comandante Ortega.

Era esplosa la cosiddetta “rivoluzione dei poeti”, per l’eccezionale coinvolgimento di intellettuali. In Nicaragua todos son poetas! Questa era una delle parole d’ordine dei sandinisti. I poeti hanno sparato, hanno ucciso e sono stati uccisi. Nel primo governo rivoluzionario vi erano ben cinque di questi che avevano il controllo di dicasteri: sembrava l’avvento di un socialismo intransigente, ma dal volto umano.

Ora la stessa persona che inneggiava alla libertà, meno di mezzo secolo dopo, ha deciso di formalizzare la permanenza a oltranza al potere di una nuova dinastia: la propria!

Facili e scontate le reazioni del mondo “occidentale”: “Ortega, abolendo la elezioni, ha ucciso la democrazia!”.

Questa decisione pronunciata dall’ex eroe guerrigliero, ora gonfio in volto ed incerto nei movimenti, invitano a due ambiti di riflessione, tra loro distanti, ma comunicanti.

Il primo attiene all’ hic et nunc del paese mesoamericano; il secondo, più teorico, ma più importante, riguarda il concetto stesso di democrazia.

Conservatori dopo la rivoluzione

Atto primo. È necessario ricordare quello che disse Hannah Arendt (On revolution, 1963): “Il rivoluzionario più radicale diventerà un conservatore il giorno dopo la rivoluzione”. Tragica è la parabola dei rivoluzionari. Quando essi raggiungono il potere, faticosamente conquistato, armati anche di una fede fatta di valori incrollabili, pensano che la propria persona incarni questi stessi valori. Ecco la necessità di conservare il potere, magari nella sincera idea di farlo per il bene del popolo, ma nella convinzione che sia bene non chiedergli conferma della bontà di quelle politiche che dovrebbero dare corpo ai valori.

A Manugua i sandinisti governarono ininterrottamente dal 1979 fino al 1990. Da quella data, fino al 2006 vi fu un alternarsi di coalizioni di centrodestra e da governi liberali. Con la vittoria del novembre 2006 Ortega ritornò al potere. Dopo quella data, il governo nicaraguense viene accusato di manipolare il voto.

Lo smantellamento del sistema democratico, tuttavia, si è intensificato esponenzialmente dopo le proteste nonviolente nel 2018, represse nel sangue, con un bilancio di almeno 300 vittime secondo l’Onu. Da allora, le manifestazioni sono state vietate per legge, 5.600 associazioni e 56 organi di informazione sono stati chiusi, 800mila persone sono fuggite per evitare ritorsioni, a 452 figure di spicco della società civile è stata tolta la cittadinanza in processi pilotati e le loro proprietà sono state incamerate dallo Stato. Ecco che il “sandinismo” si trasformò, lentamente, nel “danielismo”.

Il rapporto con gli Usa

Ortega, dai suoi sostenitori all’estero, venne accusato di trasformismo e di opportunismo verso gli Stati Uniti. Qualcosa di vero vi è: nonostante gli strillati proclami di antiamericanismo, Managua e Washington hanno stretto legami economici sempre più forti.

Gli affari e le relazioni commerciali tra il governo di Daniel Ortega e gli Stati Uniti sono caratterizzati da una forte dipendenza economica bilaterale, nonostante le profonde tensioni politiche e le sanzioni. Gli Stati Uniti restano il primo partner economico del Nicaragua, assorbendo oltre il 55 per cento delle esportazioni nicaraguensi tramite l’accordo di libero scambio CAFTA-DR con Stati Uniti e Repubblica Dominicana.

Questa vicinanza e dipendenza dagli Stati Uniti si percepisce in modo ancora più forte in epoca Trump. Laddove il presidente americano ha minacciato e minaccia ogni Paese della regione (amico o ostile che sia) che non si adegui alla volontà della Casa Bianca, Managua non è mai stata fatta oggetto delle attenzioni e degli strali presidenziali, almeno fino al proclama del 19 luglio.

Il ruolo della moglie

Altro macigno che pesa su Ortega è la moglie: Rosario Murillo elevata all’inedito ruolo di co-presidente insieme al marito, a seguito della riforma costituzionale del 2025 che ha trasformato la presidenza del Nicaragua da carica monocratica a diarchia. È lei il braccio forte del regime, che impone ogni decisione politica all’incerto marito.

Il diffuso soprannome a lei attribuito Chamuca (termine colloquiale per indicare il diavolo o un demone), grazie al suo ruolo nel regime e per la sua vocazione per l’occultismo e lo spiritismo, per la sua vicinanza con la corrente new age, testimonia ed è alla base dei suoi rapporti con la chiesa cattolica (importantissima nel paese).

Le ultime elezioni del 2021 vennero contestate dall’opposizione e dalla comunità internazionale, dopo l’arresto dei principali candidati presidenziali rivali di Ortega, tra tutti gli esponenti considerati competitivi nella corsa elettorale. Ve ne è a sufficienza per evitare una prossima tornata elettorale, non perché vi sia il rischio di perdere, ma per l’eventuale astensionismo, che verrebbe visto come una sconfitta del regime.

La democrazia dei moderni

Atto secondo. Dopo il proclama di Ortega, seguito da un intervento della Chamuca, da parte di tutti i mezzi di informazione “occidentali” – tanto a sinistra quanto a destra – si sono sollevati alti lai che piangevano la fine della democrazia in Nicaragua, come se il solo esercizio del confronto elettorale desse significato alla democrazia.

Ma perché? Democrazia e competizione elettorale percorrono i medesimi binari? Non vi è prova che dimostri questa proposizione. Autori fondamentali per lo studio del pensiero politico come Giovanni Sartori (Democrazia e definizioni, 1957) e, più recentemente, Dino Cofrancesco (La democrazia liberale (e le altre), 2003) hanno sottolineato come la cosiddetta “democrazia dei moderni”, si differenzia da quella degli “antichi” per la separazione tra la titolarità e l’esercizio del potere. Nello Stato moderno di grandi dimensioni il popolo è sovrano ma non governa direttamente, affidandosi a istituzioni rappresentative e meccanismi liberali di limitazione del potere. Gli stessi autori, però, ricordano che questa democrazia è una forma evoluta e moderata, ma non è l’unica. Sicuramente limita il “Leviatano”, insito in ogni regime, ma non è l’unica opzione possibile e per non pochi studiosi, neppure la più desiderabile.

La democrazia autoritaria

Luciano Canfora (La democrazia. Storia di un’ideologia, 2004)  ha consegnato alla lettura un non piccolo tomo proprio per evidenziare i limiti della democrazia rappresentativa, strumento delle élite borghesi.

Che per il popolo, quello vero, non sia preferibile una democrazia dirigista e, conseguentemente, autoritaria? Il filologo pugliese pare proprio sostenere questa tesi. Si ricorda, anzi, – che nelle molteplici accezioni della parola δῆμος la più significativa è “popolazione non abbiente”, laddove κράτος è differente dalla auctoritas latina proprio per i suoi elementi coercitivi di dominio. È un fatto che per Aristotele la democrazia pura è il potere esercitato dai “meno abbienti” a proprio vantaggio esclusivo, contrapposto all’oligarchia che fa gli interessi dei ricchi.

Quindi la democrazia non è un insieme di procedure formali del ceto politico, ma di intenzioni. Questo era alla base dell’idea platonica di seme piantato nella Grecia del IV secolo, con Platone, sopravvisse nei secoli per riemergere secoli dopo, sotto l’impulso delle rivoluzioni borghesi democratiche.

Si prenda ad esempio il personaggio principe del pensiero risorgimentale italiano, Giuseppe Mazzini. Egli, seppur non contrario alla democrazia rappresentativa in sé, criticava l’impostazione individualista e liberale classica dei sistemi rappresentativi. In altri termini la sua visione “religiosa” della politica e, conseguentemente, della democrazia, non poteva, in alcun modo conciliarsi con il compromissorio gioco “politico” insito nella logica assembleare.

Sempre per restare nella tradizione del pensiero italiano l’Altiero Spinelli del “Manifesto di Ventotene” prevedeva una fase transitoria di “dittatura del partito rivoluzionario” per fondare lo Stato federale europeo ed evitare il ritorno del fascismo, perché il popolo non sarebbe stato pronto a decidere in modo democratico maturo. Altro che elezioni!

Lo scarso amore verso lo strumento elettorale è tipico di tutti coloro che si riconoscono nelle ideologie forti cioè in quei grandi sistemi di pensiero, come – ad esempio – il marxismo ed il fascismo, che hanno l’ambizione di spiegare tutta la realtà e di pretendere di cambiare radicalmente la società.

Per ripercorrere la logica di Hannah Arendt (The Origins of Totalitarianism, 1951) queste ideologie pretendono di conoscere i misteri dell’intero processo storico – i segreti del passato, l’intrico del presente, le incertezze del futuro – in virtù della logica inerente alla sua “idea”. Va da sé che questo approccio “religioso” poco si concilia con l’essenza del confronto elettorale, dove – seppur con aspro confronto – gli antagonisti, solo per essere tali, riconoscono e legittimano l’avversario.

Tirando le somme, con “democrazia” si intende determinare un ben specifico principio di “legittimità” e di “sovranità” del potere, le declinazioni istituzionali che ne discendono sono un’altra cosa.

Ecco, quindi, che Ortega non ha “abolito” la democrazia, solamente ne ha modificato la declinazione, lasciandone inalterata l’essenza letterale del lemma. Che questa scelta cadrà, inevitabilmente, sulle già provate spalle del popolo nicaraguense è un fatto, ma – come ripeteva Churchill – “in un regime democratico i cittadini hanno il governo che si meritano”.

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