Le elezioni suppletive difficilmente riescono a cambiare il corso della politica nazionale ma sono sempre utili per valutare lo stato d’animo dell’elettorato. Quando, a notte fonda, si è saputo il risultato delle by-elections nel collegio di Gorton and Denton, roccaforte rossa nell’hinterland di Manchester, la Bologna inglese, l’intera bolla che circonda Westminster è andata in crisi.
Dopo una serie infinita di scandali e passi falsi, il governo di Kier Starmer, primo ministro più impopolare della storia politica britannica, è riuscito a perdere il sesto seggio più sicuro del Paese, scialacquando un vantaggio di ben 13.000 voti.
A trionfare una candidata che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata considerata folcloristica, una donna senza esperienza in politica che ha fatto spot in urdu e bangla, scagliandosi contro i “miliardari” mentre vive degli affitti delle case che gli ha regalato il papi. Se il voto di protesta per le politiche scellerate del governo laburista ha avuto un grosso peso nel risultato, la vittoria di un partito come i Verdi che ha abbandonato l’ambientalismo a forza di slogan antisemiti, bandiere palestinesi e spalancare le porte a sempre più immigrati e benefit mina alle fondamenta la stessa democrazia britannica.
Vediamo, quindi, cosa è successo e perché questo voto è molto rilevante anche nel panorama politico italiano.
Mariti nelle urne, bandiere palestinesi ai seggi
Le prime reazioni alla vittoria a sorpresa dei Verdi sono state precedute da una serie di preoccupanti comunicati arrivati dalle varie sezioni elettorali. In molti seggi gli osservatori indipendenti avevano notato serie violazioni dei regolamenti elettorali in vigore nel Regno Unito.
Le accuse sono talmente numerose e ben circostanziate da aver fatto dichiarare al leader di Reform UK, Nigel Farage, che i Verdi avevano vinto principalmente grazie alle politiche settarie e a veri e propri brogli.
Di cosa stiamo parlando? Del fatto che molti musulmani si siano presentati ai seggi con moglie e figlie, entrando con loro nella cabina elettorale per indicargli in maniera inequivocabile come votare. Se questo comportamento è palesemente contrario alle leggi in vigore, altri incidenti molto discutibili sono da sempre parte del panorama politico di uno dei collegi più a sinistra di tutto il Regno Unito.
Nonostante le leggi prevedano chiaramente il divieto di propaganda elettorale in un raggio di qualche centinaio di metri dai seggi, la presenza di rappresentanti dei partiti, con tanto di tradizionale “rosetta” al petto è tollerato da anni. Stavolta, però, i Verdi sono andati ben oltre, schierando davanti ad ogni seggio persone appartenenti alla minoranza musulmana con bandiere palestinesi, talvolta sparando a volume importante musica in urdu o bangla con chiari messaggi elettorali.
Il messaggio è fin troppo chiaro: se non vuoi essere considerato un “traditore” della tua comunità, segui l’ordine del mullah e vota per i Verdi.
Zero green, solo woke e islamismo
L’involuzione del movimento ambientalista europeo è sotto agli occhi di tutti, tanto da aver fatto scomparire le istanze green in molti Paesi, Italia inclusa. La traiettoria che hanno percorso i Green britannici, invece, è davvero singolare, un misto di opportunismo, cinismo e puro calcolo elettorale.
Il nuovo leader Zack Polanski, ex ipnotista e personaggio in generale piuttosto discutibile, ha impresso una svolta netta al partito, che sembra aver abbandonato le tematiche tipiche dell’ambientalismo. I nuovi Verdi sono molto meno “sole che ride” e molto più “dal fiume al mare”: al posto delle politiche gretine, una virata secca verso la sinistra estrema in salsa woke, fatta apposta per attrarre le giovani donne radicalizzate dal sistema educativo.
L’ingresso di molti ex laburisti delusi dalla cacciata di Jeremy Corbyn e dell’ala massimalista ha visto i Verdi appiattirsi sempre di più sul cavallo di battaglia numero uno della sinistra estrema: la questione palestinese. Il percorso, però, non si è fermato qui: negli ultimi anni c’è stato un corteggiamento insistito e strategico delle fasce più estreme della comunità musulmana, con aperture chiare verso l’islamismo vero e proprio.
Il fatto che a fare il porta a porta a Gorton & Denton ci fosse il vice-leader del partito, un islamista dichiarato più volte accusato dalla comunità ebraica di antisemitismo, con una moglie coperta dal niqab, accanto ad una candidata tutta “peace and love” e frasi fatte è una dissonanza cognitiva davvero allucinante.
Il miraggio del voto “etnico”
Il piano è sempre lo stesso visto a suo tempo in Libano: sfruttare il sistema fino a quando non si raggiunge la massa critica per poi mettersi da soli e prendere il potere. Il borough londinese di Tower Hamlets, ad ampia maggioranza islamica, è stato per anni una roccaforte dei Labour, che hanno pensato di comprare il voto degli islamisti con concessioni sempre più generose. Tutto bene fino a quando, qualche anno fa, si è presentato un partito a rappresentare la comunità del Bangladesh che ha fatto cappotto, occupando tutte le cariche.
A Gorton & Denton la strategia prevede uno step in più, ovvero votare per i Verdi per mandare un messaggio netto ai vari partiti: senza di noi non si vince. Un calcolo niente affatto casuale, atto a scatenare una corsa al ribasso tra laburisti, conservatori, verdi e perfino Reform UK per conquistare il favore dei leader delle comunità musulmane a forza di elargizioni sempre più generose.
La logica è quella della jizya, il tributo che i non musulmani devono pagare agli imam quando vivono nel Dar-al-Islam, un territorio conquistato dalla “religione della pace”. Il messaggio è lo stesso lanciato dalle preghiere pubbliche, vietate severamente nei Paesi musulmani e ogni volta che squadracce di islamisti vestiti di nero sfilano in centro: qui comandiamo noi, l’Inghilterra è roba nostra.
I Verdi sono stati pronti a svendere i valori fondanti del proprio partito, ovvero l’ambientalismo militante, abbracciando politiche che non hanno niente a che vedere con la propria tradizione solo per battere gli altri partiti ed incassare il mitologico “voto etnico”.
Non c’entrano niente le politiche di Starmer, il fatto di non aver “condannato abbastanza Israele” o non aver spalancato abbastanza le porte agli illegali. Non è servito a niente il corteggiamento da parte di Farage e Zia Yusuf dei cosiddetti “musulmani moderati”. Le comunità tribali, pre-politiche, non hanno ideologia che non vada oltre al guadagno personale o alla conquista: pagargli tributo in cambio di voti è un pessimo affare, come si accorgeranno presto gli stessi Verdi.
Utili idioti dell’estrema sinistra
Vedere maschilisti islamisti, che intabarrano le mogli lasciando liberi solo gli occhi, fare campagna per un partito guidato da un omosessuale ebreo, votare per una donna inglese con levrieri e casa in campagna e sostenere un movimento che ha nel proprio programma la legalizzazione delle droghe pesanti ha dell’incredibile. In realtà, la preferenza per i Verdi non è solo dovuta alla netta sterzata a sinistra del partito ma ad una decisione tattica da parte dei leader islamisti.
Come successe nel 1979 in Iran, fino a quando non si è in posizione di prendere il potere e schiavizzare il resto della popolazione, gli “utili idioti” dell’estrema sinistra sono i migliori alleati del mondo. Nel loro delirio anti-occidentale e anti-capitalista, vedono nei jihadisti delle anime gemelle, mossi come sono dall’odio viscerale contro la civiltà occidentale e qualsiasi religione che non sia l’islam.
I Verdi sono gli unici a fare campagna senza se e senza ma per un’apertura generalizzata dei confini, un’immigrazione ancora più massiccia nonché l’espansione infinita dei sussidi. Perché mai non dovrebbero votare per loro? Già dominano le classifiche per l’assegnazione delle council houses, le case popolari inglesi, sono proprio loro a beneficiare dalla rimozione del massimo di due figli per gli assegni familiari e molte famiglie islamiste incassano da 60 a 75.000 sterline all’anno combinando i vari benefit concessi da un sistema sociale sull’orlo della bancarotta.
Populisti al 70 per cento
Ci vorrà ancora tempo prima di capire i flussi elettorali, le dinamiche del voto e le tematiche vincenti per questo o quel candidato ma un’indicazione è già chiarissima: il two-party system è morto e sepolto. La politica britannica, fin dai tempi di Gladstone e Pitt, ha vissuto dentro i limiti del bipartitismo, paradigma legato intrinsecamente al first-past-the-post, il sistema uninominale maggioritario nel quale l’unica cosa che conta è raccogliere un voto in più del rivale nel proprio collegio.
La stessa logica che ha mantenuto in vita per secoli i Tories nello scontro eterno con la sinistra, ieri liberale oggi laburista, favoriva fortemente i partiti di massa, quelli dalla piattaforma abbastanza ampia da raccogliere quante più sfaccettature dello spettro politico al proprio interno.
Se il sistema statunitense ha messo in piedi una serie infinita di ostacoli per impedire la nascita di un third party competitivo, in Inghilterra non è stato necessario: fino a pochi anni fa, conservatori e laburisti si dividevano quasi l’80 per cento dei voti, lasciando agli altri le briciole. Il risultato di questa by-election è un terremoto epocale: i due partiti tradizionali hanno raccolto assieme meno del 30 per cento dei voti, con i laburisti che hanno più che dimezzato i voti raccolti nel 2024 ed i Tories addirittura umiliati, al limite dell’irrilevanza.
La parabola discendente dei Conservatori è dovuta ai 14 anni di politiche disastrose dei vari governi Tory ma si è accelerata di colpo una volta che l’elettorato di non sinistra ha capito che il partito guidato da Kemi Badenoch non sarebbe stato in grado di fermare l’odiato Starmer. I voti sono andati quasi completamente a Reform UK, ormai chiaramente il principale partito di opposizione, l’unico con qualche possibilità di andare al governo.
Il partito di Farage aveva schierato un candidato molto conosciuto, il professore universitario e conduttore di GB News Matt Goodwin, nato e cresciuto a Manchester. Se c’è chi dice che le sue posizioni sull’identità nazionale e sull’immigrazione, censurate dalla stessa dirigenza del partito, hanno scoraggiato alcuni elettori moderati, il collegio nel quale si presentava è bassissimo nella lista di priorità di Reform, attorno al 450° posto. Le proiezioni dicono che, se si riportasse su scala nazionale il risultato di giovedì, il partito di Farage raccoglierebbe più di 410 seggi nelle prossime elezioni, una super-maggioranza a prova di defezioni.
Labour nei guai, Tories morti e sepolti
Il voto delle suppletive è il peggior risultato possibile per il governo di Kier Starmer, già indebolito da un’economia anemica, una serie di errori, inversioni ad U e scandali che hanno ridotto la sua popolarità ai minimi storici.
Si era arrivati a questa by-election con l’obiettivo non dichiarato da parte dei backbenchers, i deputati non coinvolti nel governo, di portare a Westminster il sindaco di Manchester Andy Burnham, personaggio molto benvoluto localmente che avrebbe messo da tempo il mirino sul dieci di Downing Street.
Starmer, ovviamente, ha fatto in modo e maniera che i rappresentanti del Partito Laburista locale non scegliessero il suo potenziale rivale, preferendo un personaggio di piccolo cabotaggio come Angeliki Stogia, immigrata greca che non si è mai liberata del suo pesante accento. Il risultato è stato catastrofico: voti dimezzati, affluenza in calo ed emorragia di consensi sia a sinistra che al centro, con Verdi e Reform UK ben lieti di raccoglierli.
Starmer ed i laburisti raccolgono i frutti di politiche dissennate che li hanno visti insistere nella follia di Net Zero, guidati dallo zelota Milliband, ignorare l’esplosione dell’inflazione reale per le famiglie medie, trascinata dai costi pazzeschi di gas e luce ma anche un’economia che non è più in grado di creare posti di lavoro per i neolaureati, che, infatti, stanno scappando a gambe levate.
Paradossalmente, questa manovra a tenaglia è la stessa che ha causato il disfacimento dei Tories, che hanno perso quasi tutti gli elettori di destra a favore di Reform UK mentre si sono visti attaccare al centro sia dai liberal democratici che dagli stessi laburisti.
Questo collegio tradizionalmente working class votava laburista da più di cent’anni ma vedere i conservatori precipitare dall’8 all’1,9 per cento è l’ennesimo segnale della crisi terminale che sta attraversando il partito. Nonostante il buon lavoro che sta facendo Kemi Badenoch nel pungolare Starmer durante il question time, il verdetto dell’elettorato sembra chiaro: i Tories sono morti e sepolti.
L’ora più buia
Il problema vero, però, è un altro: cosa prenderà il posto del duopolio tradizionale nella politica britannica? Continuerà la balcanizzazione dell’elettorato, la divisione per linee religiose ed etniche che fa temere una degenerazione in stile Irlanda del Nord o Libano?
Al momento è davvero difficile dare risposte ma sembra chiaro che le regole che hanno dominato per secoli la politica inglese non valgono più. Se dovessero avere la meglio logiche settarie, l’antica democrazia britannica starebbe davvero per vivere l’ora più buia.
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