Mentre le intelligence di tutto il mondo ancora si interrogano sui danni fatti dalle bombe MOAB GBU-43 che hanno colpito i siti iraniani di Fordow, Isfahan e Natanz, e mentre gli israeliani sembrano aver messo fine all’operazione “Leone nascente”, diventa sempre più urgente ridefinire i parametri dell’azione militare preventiva, sia sul piano operativo, sia a livello tattico, sia a livello strategico.
Ambiguità dei termini
Si assiste troppe volte ad un uso improprio ed ambiguo del termine preventivo. Questa ambiguità risiede nel fatto che in lingua italiana, spesso, si traduce come “preventivo/a” due termini del linguaggio della programmazione strategica, quindi in inglese, differenti tra di loro: preemptive e preventive.
Si inizi con il termine “preemptive”, così come viene usato nell’espressione preemptive war/strike. Una preemptive war/strike è un attacco militare giustificato dalla certezza (al di là di ogni ragionevole dubbio) che l’obiettivo colpito è sul punto di iniziare a sua volta un attacco. Per preventive war si intende un attacco militare che viene iniziato nella convinzione che un attacco da parte dell’obiettivo, pur non essendo imminente, è però inevitabile, e che il temporeggiare comporterà, nel lungo periodo, un danno maggiore.
La logica, qui, è: “Io colpisco te perché so che, se non lo faccio adesso, tu colpirai me tra qualche anno”. Proprio perché manca del carattere dell’imminenza, sarebbe forse meglio tradurre l’espressione preventive war con “guerra precauzionale”.
Le guerre precauzionali (preventive) e gli attacchi preventivi (preemptive) sono entrambi attività rischiose, dove l’istituzione politica, lo Stato, che ne fa uso ritiene impossibile una soluzione diplomatica. Ma le decisioni prese a riguardo sono discutibili e le guerre “precauzionali” spesso suscitano controversie.
Gli attacchi preventivi corrono il rischio di risvegliare un nemico addormentato che, ora ferito, combatterà con maggiore intensità. Eppure, sia le guerre precauzionali sia gli attacchi preventivi possono avere successo, in determinate circostanze limitate. Per quanto gli sviluppi tecnologici contemporanei abbiano reso evidente che questa tipologia di conflitto è, ormai, il paradigma della modernità strategica, le guerre precauzionali sia gli attacchi preventivi hanno costellato le principali tappe della storia militare in tutte le epoche.
Precedenti storici
Consideriamo alcuni esempi. La Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) è la progenitrice di tutte le guerre precauzionali. I peloponnesiaci, guidati da Sparta, decisero di muovere guerra ad Atene non tanto per una serie di controversie che dividevano i due blocchi, quanto per il futuro che temevano, un futuro in cui la crescente potenza di Atene avrebbe frantumato il sistema di alleanze spartano.
Gli Ateniesi volevano risolvere la controversia tra le due parti tramite arbitrato, ma gli Spartani rifiutarono, il che costò a Sparta un vantaggio morale. Prima che Atene e Sparta potessero combattere una vera e propria battaglia, la guerra iniziò. Tebe, alleata di Sparta, lanciò un attacco preventivo contro la vicina città e alleata ateniese, Platea. Sia l’attacco preventivo che la guerra precauzionale ebbero successo, ma a un costo non indifferente.
Ci vollero quattro anni di duri combattimenti e una considerevole escalation prima che Platea si arrendesse. Sparta uscì vittoriosa da Atene, ma solo dopo 27 anni di guerra intermittente e in crescendo. Il prezzo della vittoria fu altissimo, e portò ad un dissidio con gli ex alleati di Sparta e, infine, al crollo del regime spartano dopo secoli di stabilità. Atene perse la Guerra del Peloponneso, ma riuscì a preservare e persino a rafforzare il suo regime in patria; non riuscì, però, a ripristinare il suo antico potere oltremare.
Per tornare a un altro caso antico, Roma si impegnò spesso in guerre precauzionali. L’esempio più eclatante fu la Terza Guerra Punica (149-146 a.C.), quando Roma dichiarò guerra a Cartagine. Cartagine non rappresentava una seria minaccia per il prossimo futuro, se non addirittura mai, perché Roma l’aveva sconfitta nettamente due volte in passato.
Eppure, alcuni Romani temevano la crescente prosperità della sua rivale di lunga data. La guerra fu duramente combattuta, ma portò a una completa vittoria romana. Dopo un lungo assedio, Cartagine fu distrutta. Cessava di esistere come entità politica. Per un secolo non fu nemmeno una città, ma poi fu rifondata come città romana.
Tornando ai tempi moderni, il Giappone combatté una guerra precauzionale contro la Russia nel 1904-1905 per impedire ai russi di rafforzare la propria forza in Estremo Oriente, in particolare attraverso una ferrovia nella Manciuria occupata dai russi.
I giapponesi lanciarono la guerra con un attacco preventivo, un attacco a sorpresa alla base navale russa di Port Arthur. L’attacco indebolì la flotta russa ma non la distrusse. Alla fine, il Giappone ottenne successo in mare, ma fu costretto ad accettare una situazione di stallo sulla terraferma. Lo scoppio della rivoluzione in Russia costrinse i russi al tavolo della pace e consegnò la vittoria al Giappone, ma sebbene il Giappone avesse duramente danneggiato la Russia, non vinse la guerra sul campo di battaglia.
A dar credito agli studi di Viktor Suvorov – generalmente contestati dalla storiografia mainstream, ma ricchi di documentazione – l’”operazione Barbarossa” altro non fu che una guerra precauzionale tedesca contro Stalin, che avrebbe fornito indirettamente materiale e supporto a Berlino, mentre per lunghi anni in realtà preparava l’Armata Rossa a invadere lì Europa. La disposizione chiaramente offensiva delle armate sovietiche al confine avrebbe lasciato al Führer un’unica possibilità: lanciare attacchi preventivi, in un ambito di guerra precauzionale.
Gli Stati Uniti combatterono una guerra precauzionale in Iraq nel 2003 contro la minaccia del programma di armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Quando si scoprì che esse non esistevano, il sostegno pubblico alla guerra negli Stati Uniti vacillò, soprattutto dopo l’emergere di un’insurrezione irachena.
Nonostante la vittoria americana l’area venne caratterizzata da una grande instabilità interna, per l’ottusa volontà di Washington di non fare accordi con le seconde file del regime Baʿth. Questo esempio è particolarmente calzato per dimostrare che tutte le guerre offensive, soprattutto quella precauzionale, devono avere ben chiare le strategie politiche da adottare alla fine dei combattimenti.
Un caso a parte: il Medio Oriente
Una categoria a parte sono le guerre in Medio Oriente combattute tra Israele e gli stati o le organizzazioni politiche arabe. Un caso a parte perché gli elementi preventivi e precauzionali sono indissolubilmente legati.
Le esternazioni fatte da Nuri al-Said, primo ministro iracheno il 9 gennaio 1956, dal presidente egiziano Nasser il 28 maggio e da Abd al-Latif Baghdadi, ministro della guerra egiziano l’11 settembre, lasciavano ben poco spazio all’interpretazione della volontà di queste potenze di attaccare Tel Aviv. L’attacco israeliano del 29 ottobre può essere visto come qualcosa di più e di più serio della guerra precauzionale: una necessaria guerra preventiva.
Più schiettamente preventiva fu l’azione militare israeliana del 4 giugno 1967, visto che avvenne dopo che le forze arabe si erano già schierate in assetto di battaglia dal 1° giugno. Altri conflitti regionali come quello del 1973 e del 1982 non rientrano nell’ambito delle guerre preventive e precauzionali, ma restano solo in quello degli attacchi a sorpresa, come lo sono tutti quelli dove l’aggressore vuole sfruttare al massimo il fattore tempo.
Il consenso interno
Chiuso questo breve excursus è necessario sottolineare come ogni guerra precauzionale – proprio perché si basa su presupposti non sempre autenticamente verificabili – abbia bisogno, più di ogni altro conflitto, di un generalizzato e consapevole consenso del “fronte interno”, pena la potenziale delegittimazione dell’esecutivo, nel momento in cui i presupposti della guerra precauzionale si fossero rivelati falsi.
L’azione americana in Iraq nel 2003 ebbe un momentaneo sostegno da parte della popolazione statunitense che riteneva giusta l’operazione, ma non esiziale. Nel momento in cui si scoprì il bluff delle inesistenti “armi di distruzione di massa” di Saddam, il sostegno popolare all’occupazione di Baghdad venne meno, così come venne meno il favore verso l’amministrazione Bush. I disastrosi risultati del GOP nelle elezioni di mid term del 2006 e l’elezione di Obama nel 2008 ne sono la dimostrazione.
Differente è il caso di Rising Lion, l’operazione israeliana contro l’Iran. Nonostante il futuro politico di Netanyahu appaia a fosche tinte, offuscato da una sempre più ampia critica interna sia verso la gestione degli ostaggi nelle mani di Hamas, sia verso il conflitto a Gaza, sia – non da poco – per i procedimenti penali a carico del primo ministro.
L’azione “precauzionale” contro Teheran ha trovato concorde tutta l’opposizione politica presente alla Knesset perché è, generalmente, condiviso da tutta la popolazione il timore di una possibile escalation militare iraniana e della esiziale minaccia all’esistenza stessa dello Stato. Che la minaccia degli ayatollah sia reale o un bluff, nessuno – sotto il Muro del Pianto – alzerà alti contro il Leone “Nascente”.
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