Parole invecchiate male:
Non voglio parlare delle conversazioni personali, ma consideriamo molto saggio quello che (Donald Trump, ndr) ha fatto: prendersi un paio di settimane per valutare le alternative e vedere se c’è la possibilità di un accordo che gli ayatollah rispettino, lasciando che lo faccia Steve Witkoff, e puntando a cercare una soluzione pacifica con la diplomazia, anche se è diplomazia coercitiva. E un’altra cosa che non dove sfuggire è che sta valutando tutte le alternative per assicurarsi che, se l’opzione militare sarà necessaria per evitare che gli iraniani arrivino alla Bomba, sia efficace, e una volta sola. Non si farà coinvolgere in un cambio di regime. Ha già detto che non ci sarà un assassinio o l’eliminazione dell’ayatollah. E il punto è che Netanyahu ha cercato di forzare la situazione.
Così Steve Bannon, ex stratega della primissima ora di Trump, dichiarava al Corriere della Sera, meno di un giorno prima del bombardamento americano, ordinato da Trump, sui siti nucleari iraniani. Si era salvato in corner con la frase “se l’opzione militare sarà necessaria”, ma per il resto, il primo stratega del movimento MAGA, appare veramente poco in sintonia con le decisioni dell’amministrazione Trump.
I primi sconfitti
I bombardieri strategici B-2 Spirit hanno infatti colpito il centro iraniano di Fordow, finora ritenuto indistruttibile, oltre ad altri obiettivi legati al programma nucleare del regime degli ayatollah. Troppo presto per fare bilanci sull’azione militare, ma siamo già in presenza di uno sconfitto: l’ala isolazionista del Partito Repubblicano, quella parte attiva del movimento MAGA che, non solo, si opponeva a un intervento, ma fondava la sua filosofia politica proprio sulla “fine delle guerre americane”.
La delegittimazione degli alleati
L’isolazionismo è come sempre un’arma a due lame. Da un lato mira a star fuori (legittimamente) dai conflitti all’estero, dall’altro però tenta di delegittimare gli alleati degli Usa, Israele incluso, ritenendoli responsabili dei conflitti e colpevoli di “voler trascinare” gli americani in guerre non loro.
Bannon non fa eccezione, quando, nella sua intervista al Corriere dice:
Quello che Netanyahu ha fatto è trasmettere un falso senso di urgenza, è il vecchio trucco del venditore che cerca di venderti qualcosa in più: vuole vendere un cambio di regime, cosa che il presidente ha rifiutato. Quello che continuo a dire, il mio mantra, è: gli israeliani finiscano ciò che hanno iniziato. È scandaloso che abbiano iniziato dipendendo dagli americani per il colpo di grazia finale.
Dove abbiamo già sentito l’espressione “trucco del venditore”? Con Zelensky. Altro caso in cui l’ala isolazionista della destra americana ha fatto di tutto, non solo per interrompere gli aiuti, ma anche per delegittimare la causa della guerra di autodifesa dell’Ucraina.
Bannon è fra i più moderati, soprattutto quando parla in pubblico. Ma ce n’è di più scatenati, sicuramente meno influenti nel governo e al Congresso, ma molto presenti sul web. Uno di questi è l’immancabile ex anchorman di Fox Tucker Carlson, protagonista di una vivace diatriba con il senatore repubblicano Ted Cruz, nelle sue ultime interviste su X.
Tucker Carlson, ormai celebre per la sua “intervista in ginocchio” a Putin (sul modello di quelle che Gianni Minà faceva a Castro), non solo calca la mano sull’isolazionismo, non solo continua a fare terrorismo informativo parlando e straparlando di guerra nucleare mondiale imminente, ma soprattutto delegittima Israele.
Quando è iniziata l’operazione Rising Lion, nella sua newsletter, scriveva testualmente a Trump: “Scarica Israele, lascia che combatta da solo la sua guerra (…) questa non è una guerra americana”. Per calcare la mano, la newsletter veniva presentata come “probabilmente l’ultima prima che scoppi una guerra globale”.
Ma il messaggio di Carlson è chiaro: la colpa è di Israele. E lo sta ripetendo da anni. Anche ricorrendo a personaggi, che intervista e fa conoscere al grande pubblico, fra cui un pastore protestante palestinese (che dice che a perseguitare i cristiani sono gli ebrei e non i musulmani) e uno storico negazionista dell’Olocausto (che approfitta della celebrità per ribaltare le colpe della Seconda Guerra Mondiale su Churchill). Lo stesso storico, Darryl Cooper, all’inizio della campagna aerea israeliana contro il programma nucleare iraniana, ha dichiarato che gli Usa avrebbero dovuto subito bombardare Tel Aviv.
Gli anti-interventisti
Gli isolazionisti, in questi giorni, si erano scatenati anche in Congresso. Progressisti, MAGA e libertari hanno formato un fronte anti-intervento nella guerra in Iran. Mentre Trump tornava dal G7 del Canada, il deputato repubblicano (libertario) Thomas Massie e il suo collega democratico Ro Khanna, firmavano un progetto di legge per obbligare il presidente a chiedere l’autorizzazione del Congresso prima di qualsiasi azione armata contro l’Iran.
Per motivi di fedeltà al presidente, Marjorie Taylor Greene, una delle donne più in vista del movimento MAGA, non lo ha firmato, ma ha espresso tutta la sua opposizione alla politica di Trump sull’Iran. Fra due fuochi anche il vice presidente J.D. Vance: ha fatto rapidamente carriera come isolazionista, contrario a tutte le “guerre americane” ed era soprattutto per questo che era stato scelto (su suggerimento del figlio Donald Trump jr e di Tucker Carlson) come vice nel ticket presidenziale. Ora lo si vede, silente e assorto, al fianco del presidente mentre questo annuncia il successo dei primi raid americani sull’Iran.
Il caso Tulsi Gabbard
All’interno dell’amministrazione Trump non sono tutti d’accordo sull’Iran. Non lo è di sicuro Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence Nazionale, ex democratica, voluta a tutti i costi da Trump (nonostante i dubbi degli stessi Repubblicani). La Gabbard è relatrice di un rapporto di intelligence, risalente allo scorso marzo, in cui afferma chiaramente che l’Iran non intende farsi la sua bomba atomica e che il programma militare nucleare sia concluso dal 2003.
Una vera “bomba ad orologeria” confezionata apposta per bloccare le azioni dell’amministrazione, per delegittimare ogni futura decisione interventista. Trump l’ha però semplicemente ignorata e a domanda dei giornalisti (sul volo di ritorno dal G7 in Canada), aveva risposto: “Non mi importa cosa abbia detto lei”.
Secondo fonti del quotidiano Politico, il rapporto fra la Gabbard e Trump si starebbe incrinando rapidamente. Al punto da ipotizzare, non solo il licenziamento della Gabbard, ma anche la soppressione del suo ufficio, che verrebbe inglobato dalla Cia. Forse anche per questo, la Gabbard ha improvvisamente cambiato idea e dichiara che l’Iran era vicino alla costruzione delle sue bombe atomiche.
Dalla parte di Israele
Insomma, chi non è d’accordo si riallinea in fretta. Ma la linea non è quella che speravano gli isolazionisti MAGA. Non lo è perché, come dimostra tutta l’esperienza della prima amministrazione del presidente repubblicano, Trump sta dalla parte di Israele, lo considera un alleato irrinunciabile e, con la pace o con la guerra, con le trattative o con le bombe, il suo obiettivo è quello di difendere l’esistenza dello Stato ebraico.
“L’Iran non può avere la bomba atomica”, punto. Questo è il mantra ripetuto più e più volte da Trump in queste settimane. Anche nella conferenza stampa seguita al primo raid americano sull’Iran, il presidente Usa ha dichiarato di aver lavorato “in squadra” con il premier israeliano Netanyahu, con il quale coltiva anche un rapporto d’amicizia da anni.
Per quanto possano essere influenti nell’amministrazione o presenti nei media, gli isolazionisti non sono riusciti a separare Israele dagli Usa. E l’opinione pubblica sta con Trump, questo è chiaro anche secondo gli ultimi sondaggi. Con buona pace di Tucker Carlson (e delle prediche anti-Israele di Candace Owen, Joe Rogan, Jackson “comunista Maga” Hinkle), secondo un sondaggio di Fox News, il 73 per cento degli americani ritiene che l’Iran costituisca una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti.
© Khwanchai Phanthong's Images tramite Canva.com


