Esteri

Il caso Spagna: la deriva autoritaria di Sanchez che non preoccupa l’Ue

Verso un'autocrazia soft. Non solo gli scandali e le pressioni sui magistrati, anche l'occupazione sistematica delle istituzioni e degli organismi indipendenti, il controllo dell'informazione

Il premier spagnolo Pedro Sanchez annuncia le elezioni anticipate

Negli ultimi anni la Spagna ha smesso di essere uno dei Paesi più stabili d’Europa e si è trasformata in un caso politico che inquieta analisti, osservatori e la stampa indipendente. Non si tratta più di qualche scandalo isolato o di un normale conflitto istituzionale: ciò che si delinea è un clima di crescente sospetto verso un governo che, secondo molte ricostruzioni, starebbe tentando di plasmare la magistratura, neutralizzare i controlli democratici e proteggere un intero cerchio di potere sotto pressione giudiziaria.

Il terremoto del caso Santos Cerdán

Il punto di rottura è arrivato con la vicenda di Santos Cerdán, personaggio chiave del Partito Socialista (PSOE): per anni braccio destro di Pedro Sánchez, coordinatore elettorale e stratega politico del governo.

Il suo arresto e la sua permanenza in carcere preventivo – nell’ambito di accuse legate a una fitta rete di corruzione – sono stati un terremoto politico senza precedenti. Vedere uno degli uomini più potenti del partito di governo varcare la porta di un penitenziario non ha significato solo la caduta di un leader: ha rappresentato la rivelazione di un sistema più ampio, forse persino strutturato, che coinvolgerebbe appalti pubblici, tangenti e dinamiche opache tra politici socialisti al massimo livello e imprenditori.

Ma il caso Cerdán è solo una parte del quadro. A completarlo ci sono altre figure di primo piano che i lettori italiani potrebbero non conoscere, ma che rappresentano il cuore pulsante dell’attuale crisi politica.
C’è José Luis Ábalos, ex ministro dei trasporti e mano destra di Sánchez nonché uno dei protagonisti del cosiddetto “Caso Koldo”, un’indagine che scuote le strutture del PSOE e che riguarda presunte tangenti in cambio di contratti pubblici.

C’è Koldo García, ex collaboratore di Ábalos, considerato un intermediario essenziale del sistema di favori contestato dagli inquirenti, e c’è Leire Díez, anonima figura del partito che avrebbe svolto il ruolo di manovalanza politica incaricata di esercitare pressioni informali, quando non vere e proprie intimidazioni, sui magistrati più scomodi.

Le indagini sulla famiglia Sánchez

Il cerchio della pressione giudiziaria sembra però stringersi ancora di più attorno alla figura del premier. La moglie di Sánchez, Begoña Gómez, è al centro di un’inchiesta legata a favoritismi e rapporti privilegiati con specifiche aziende beneficiarie di fondi pubblici.

Allo stesso modo, anche il fratello del presidente del governo, David Sánchez, è finito nel radar di indagini giudiziarie legate alla gestione di istituzioni culturali e finanziamenti pubblici. Il solido quadro accusatorio nei confronti della famiglia del premier sta generando un clima di sfiducia che va ben oltre il campo giudiziario: incide sulla percezione stessa della moralità e decenza del potere socialista.

Rapporti opachi con il Venezuela

A rendere il quadro ancora più fosco interviene una parte della stampa indipendente che denuncia da anni i legami – politici, diplomatici e, secondo alcuni, anche economici – tra il socialismo spagnolo e la tirannia venezuelana di Nicolás Maduro, spesso definita un “narcostato” per il coinvolgimento di settori militari nel traffico internazionale di droga.

In Italia il nome potrebbe dire poco, ma in Spagna questa relazione ha un peso enorme. L’ex premier José Luis Rodríguez Zapatero, figura storica del PSOE, è considerato da molti il principale ponte tra Madrid e Caracas, protagonista di mediazioni opache e di una vicinanza diplomatica che solleva interrogativi imbarazzanti.

Secondo alcune ricostruzioni, l’influenza di Zapatero avrebbe continuato a pesare sulle scelte internazionali del partito, delineando un asse politico che, per molti osservatori critici, assomiglia più a un sodalizio ideologico e crematistico con un regime autoritario che a una normale relazione bilaterale.

L’autonomia della magistratura

E tutto questo accade mentre il governo Sánchez procede spedito verso riforme giudiziarie che sembrano ritagliate su misura per soffocare l’autonomia dei magistrati. Le proposte che circolano negli ultimi mesi – dal rafforzamento del potere dei procuratori, più sensibili all’indirizzo politico dell’esecutivo, alla ridefinizione delle funzioni dei giudici investigatori – rappresentano un chiaro tentativo di imbrigliare l’unico potere rimasto realmente indipendente.

Erosione degli spazi democratici

Il risultato è un movimento tettonico, ben visibile a chi osserva le vicende spagnole: non un golpe, non una svolta autoritaria dichiarata, bensì una lenta ma costante riduzione degli spazi democratici. È la democrazia che arretra un centimetro alla volta, mentre il potere esecutivo avanza con decisione, spesso giustificandosi con il linguaggio delle riforme, della modernizzazione, della stabilità politica. Neolingua di orwelliana memoria.

La Spagna di oggi sta inviando segnali chiari: una democrazia può cedere dall’interno senza bisogno di colpi di stato, semplicemente quando un governo troppo impunito e totalmente estraneo ai dettami della benché minima decenza morale decida di sottomettere tutte le istituzioni indipendenti al proprio capriccio.

Organismi indipendenti sotto controllo

È, difatti, in atto, un processo parallelo meno visibile, ma molto profondo e insidioso, che accompagna la crisi democratica spagnola: la colonizzazione sistematica degli organismi indipendenti. Non si parla più soltanto di scandali giudiziari o di interferenze politiche nella magistratura. Il fenomeno è più ampio, più strutturato e più rischioso.

Si tratta della progressiva occupazione degli organi che, in una democrazia sana, dovrebbero garantire pluralismo, neutralità tecnica e controllo del potere politico. In Spagna, invece, questi pilastri sono stati progressivamente assorbiti dall’esecutivo, trasformandosi in strumenti funzionali agli interessi del governo.

Questo capitolo affronta tre settori chiave – sondaggi pubblici, informazione statale e organismi di garanzia – che oggi non operano più come contrappesi, ma come estensioni dirette del potere politico.

Il Centro de Investigaciones Sociológicas (CIS)

L’istituto che dovrebbe produrre analisi neutrali sulla società spagnola, è stato trasformato in una macchina di propaganda governativa.
La direzione dell’istituto risponde ormai alle esigenze del governo, e la produzione dei sondaggi segue una logica che non è quella della misurazione scientifica, ma della costruzione di una narrativa utile al potere.

Il rigore metodologico ha lasciato spazio alla manipolazione: i questionari vengono modellati per orientare la percezione pubblica, e le analisi statistiche non riflettono più la realtà, ma la versione dei fatti che l’esecutivo intende far passare. Il CIS non fotografa più lo stato d’animo del Paese; cerca di plasmarlo.

Televisione pubblica

La televisione pubblica spagnola (TVE), a sua volta, è stata sottoposta a un processo di occupazione politica che ne ha cancellato gran parte dell’indipendenza editoriale.
Le riforme del governo hanno ampliato i posti nei vertici dell’azienda, permettendo l’ingresso sistematico di figure politicamente allineate. Il risultato è una struttura direzionale completamente controllata, capace di colonizzare la linea editoriale, gli spazi informativi e il trattamento delle notizie secondo le esigenze dell’esecutivo.
TVE, nata come servizio pubblico, ha finito per trasformarsi in un organo di comunicazione del governo, in cui il pluralismo è stato completamente sacrificato e il racconto della realtà viene filtrato attraverso la lente degli interessi politici.

Organismi tecnici e di garanzia

Il processo di colonizzazione si estende inoltre a una serie di organismi tecnici fondamentali per la stabilità democratica. Enti come l’Istituto Nazionale di Statistica, le autorità di regolazione economica e i centri di controllo amministrativo sono stati occupati da profili nominati per fedeltà politica più che per competenza.
In teoria dovrebbero essere baluardi di neutralità e tutela istituzionale; in pratica sono stati inglobati nel raggio d’azione del governo, perdendo autonomia e diventando ingranaggi di una macchina politica centralizzata. Gli organismi di garanzia non controllano più l’esecutivo: gli appartengono.

Questa occupazione delle istituzioni non è un fenomeno marginale né casuale: è parte di un progetto di accentramento del potere, che procede parallelamente allo scontro con la magistratura, allo smantellamento dei contrappesi democratici e alla pressione sistematica sui media.
La colonizzazione del CIS, la subordinazione di TVE e l’occupazione degli organismi tecnici rappresentano i tre pilastri di un nuovo modello politico, in cui lo Stato diventa strumento del governo invece che presidio della democrazia. Non servono colpi di Stato quando i contrappesi crollano dall’interno.

Il silenzio dell’Europa

E l’Europa? Silenzio. O, peggio, distrazione. Se la Spagna sta scivolando verso un’autocrazia morbida, allora non è solo un problema per Madrid: è un monito per tutto il Continente. In Italia ci tocca ascoltare Soloni che si stracciano le vesti per moltissimo meno. Eppure, sulla Spagna le bocche restano chiuse e le penne nel calamaio.

La stampa di sinistra fa finta di non vedere e osservatori che si vorrebbero indipendenti – come, per esempio, il Sergio Fabbrini sempre preoccupato quando si parla di Ungheria e Polonia – sono colpevolmente silenti quanto si parla dei cugini iberici.

Conclusioni

La crisi spagnola non è solo un caso nazionale, ma un segnale che si riflette sull’intera tenuta democratica europea. L’erosione dei contrappesi, la colonizzazione degli organi indipendenti e il silenzio delle istituzioni comunitarie ci ricordano quanto sia fragile la democrazia, anche dove sembrava più solida.

È dovere di tutti, osservatori, cittadini e governi, non voltarsi dall’altra parte: la difesa dei valori democratici non è mai una questione locale, ma una responsabilità collettiva. La Spagna oggi ci chiede di alzare lo sguardo e interrogarci su cosa davvero significa garantire libertà, pluralismo e indipendenza nelle democrazie occidentali.

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