Esteri

Israele può vincere l’assedio di Gaza: ma a tre condizioni

E oggi sembra determinato ad affrontarle tutte e tre. Una Striscia liberata da Hamas e affidata ai Paesi arabi "amici", con Onu e Anp (ed europei) fuori gioco

Netanyahu Rafah © narvikk tramite Canva.com

Israele può vincere l’assedio di Gaza a tre condizioni: militare, umanitaria, politica. La prima non è di nostra competenza, della seconda e della terza abbiamo già scritto fin dall’ottobre 2023. La novità, è che oggi ne parla pure il premier Benjamin Netanyahu. E ciò, se inverato, cambierebbe tutto.

La mossa arabo-franco-onusiana

Questa storia comincia da una richiesta di resa apparente indirizzata ad Hamas, da una conferenza Onu a guida francese, con i Paesi arabi-amici di Israele (e gli altri europei a servire da contorno). Scriviamo richiesta di resa apparente, in quanto accompagnata da due esiziali qualificazioni:

  • che Hamas si arrenda nelle mani della Anp (cioè, di Abu Mazen o ciò che resta di lui); e
  • che poi sia su invito dell’ANP accompagnato da un mandato ONU, che gli arabi-amici parteciperebbero ad una “missione temporanea di stabilizzazione”. Oltretutto “internazionale” e non araba: cioè, col coinvolgimento di gente tipo i francesi (e, temiamo, pure noi italiani, visto che al ministro Antonio Tajani non è bastato ciò che è accaduto con l’Unifil ed Hezbollah).

Putroppissimo, la terna Anp-Onu-Francia ha già ampiamente dimostrato di non sapere o volere affatto contenere Hamas: l’Anp, per aver perso Gaza nel 2007; l’Onu, per aver sostenuto il regime gaziota sin da allora (e persino partecipato al macello di ebrei, il 7 Ottobre); la Francia, per aver colto ogni occasione di ringalluzzire Hamas al combattimento (ciò che osserva, con sconforto, il buon segretario di Stato Marco Rubio).

In breve, la resa di Hamas nelle mani di Anp-Onu-Francia equivarrebbe ad una non-resa: ad una mera presa per i fondelli. Tempo pochi mesi, e dalla Striscia ripartirebbero i lanci di missili ed i pogrom di ebrei. Come non ci sia un domani.

Sì, magari Hamas restituirebbe ancora qualche ostaggio, meglio: i brandelli di qualche ostaggio. Ma solo per prenderne altri 100 al prossimo giro.

La contromossa israeliana

Di fronte a tale sconcezza, Israele aveva una scelta: chinare il capo e rassegnarsi ai prossimi pogrom; ovvero decidersi finalmente a portare la battaglia d’assedio a compimento.

La buona sorte ha voluto scegliesse la seconda. E stavolta per davvero, visto che Netanyahu ha mostrato di voler soddisfare tanto la precondizione umanitaria che la precondizione politica. Ciò che attendavamo dall’ottobre del 2023. Nel modo seguente.

La precondizione umanitaria

Il 13 ottobre 2023 scrivemmo che, per vincere la battaglia d’assedio, Israele avrebbe dovuto condurla con in testa il diritto internazionale umanitario, le leggi di guerra. Il che significa rispettare due princìpi: un principio di distinzione (attaccare obiettivi militari e non attaccare obiettivi civili) ed un principio di proporzionalità (non infliggere ad obiettivi civili danni collaterali, sproporzionati rispetto al vantaggio militare atteso).

Il che è tanto più complicato, in quanto l’assediato, Hamas, non provvede affatto “ad allontanare la popolazione civile, i singoli civili e i beni civili sotto il proprio controllo, dalle vicinanze di obiettivi militari”. Come invece dovrebbe ai sensi delle Convenzioni di Ginevra. 

L’onere si inverte, quando detta popolazione civile passa sotto il controllo dellassediante (e man mano che vi passa): diviene quest’ultimo (e non più l’assediato) a doverli allontanare dalle vicinanze di obiettivi militari.

Ma pure a dover consentire a detta popolazione un passaggio sicuro: lasciare la città assediata, senza timore di subire arresti arbitrari, minacce, intimidazioni e uccisioni illegali. 

Verso dove? Inevitabilmente, verso siti attrezzati, nel campo dell’assediante. Che sia nella parte di Gaza nel frattempo liberata, o in Israele. Tradotto, scrivevamo: Israele dovrà costruire dei campi profughi palestinesi sul proprio territorio.

Inveramento?

E cosa dice, oggi, Netanyahu? Alla domanda: “Israele prenderà il controllo di tutta Gaza?”, egli risponde: “intendiamo farlo … Vogliamo liberarci e liberare la popolazione di Gaza dal terribile terrore di Hamas … Possono liberarsi da questa terribile tirannia che non solo tiene in ostaggio i nostri, ma tiene in ostaggio due milioni di palestinesi a Gaza. Ciò deve finire”.

Tradotto, l’obiettivo militare diviene l’occupazione (ancorché temporanea). Il che significa trattare la popolazione civile che passa sotto il controllo dell’assediante, nel modo che si è detto.

Infatti, spiegano fonti ufficiali: “evacuare tutti i civili palestinesi ai campi centrali e ad altre aree entro il 7 ottobre”. Dipoi, “imporre un assedio ed un’offensiva di terra, a chi sarà restato dentro”.  Il che significa, precisamente, condurre una battaglia d’assedio secondo le leggi di guerra. Noi non potremmo chiedere di meglio.

Contraddizioni solo apparenti

A margine, notiamo come il riferimento incerto “ai campi centrali e ad altre aree”, testimoni la probabilità che i campi profughi vengano istituiti dentro la stessa Israele, infine: il luogo al mondo nel quale gli stessi profughi sono più sicuri di non correre il rischio di venire trattenuti, a battaglia finita.

A margine, notiamo pure come il vociferato scontro fra Netanyahu e Trump avrebbe avuto ad oggetto: non la battaglia di assedio, bensì le condizioni della popolazione civile. Cioè, precisamente ciò che costituisce oggetto dei più recenti piani, testé visti.

Vedremo poi quanti saranno i civili palestinesi a rifiutare il passaggio sicuro: se solo quelli costretti da Hamas, come pensiamo noi, o la grande massa, come pensa il Manifesto che già si infervora al grido “morirò qui, ma non me ne andrò”: come se si tratti di andarsene in un altro continente, anziché al coperto nel vicino campo dell’assediante.

La precondizione politica

Il 23 ottobre 2023 scrivemmo che, per vincere la battaglia d’assedio, Israele avrebbe dovuto promettere il trasferimento della Gaza liberata da Hamas, ad una o più potenze mandatarie. Preferibilmente arabe, naturalmente solo se arabe-amiche.

Auspicando che l’amministrazione mandataria, dopo alcuni anni, organizzi un plebiscito che consenta agli abitanti di Gaza di scegliere fra la riunione con l’Anp e l’indipendenza: i due-Stati (Israele-Anp) contro i tre-Stati (Israele-Anp-Gaza). Senza escludere che il terzo Stato, quello di Gaza, accetti il protettorato degli Stati arabi mandatari. In slogan: “three states is megl che two”

Inveramento?

E cosa dice, oggi, Netanyahu? “Liberare Gaza e affidarla a una governance civile, che non è Hamas e non è nessuno che propugna la distruzione di Israele”. Per poi specificare: “non vogliamo tenerla. Vogliamo avere un perimetro di sicurezza. Non vogliamo governarla. Non vogliamo essere lì come governo costituito (governing body). Vogliamo consegnarla alle forze arabe che la governeranno correttamente: senza minacciarci e garantendo una buona esistenza agli abitanti di Gaza”.

Quanto alla scelta fra i due-Stati ed i tre-Stati, Israele ha già fatto sapere che non accetterebbe più la prima. Quanto ad un qualsivoglia ruolo dell’Onu in tale faccenda, abbiamo già detto. Noi non potremmo chiedere di meglio.

Sganciare gli arabi-amici

Sicché, il tema politico del prossimo futuro diviene convincere gli arabi-amici a sganciarsi dai francesi, accettando Gaza veramente liberata dalle mani di Israele. In assenza di ruolo alcuno per Anp ed Onu.

Se ciò accadrà prima della resa dell’ultimo macellaio hamasita, non sappiamo. Ma che ciò accada almeno dopo la resa dell’ultimo macellaio hamasita, lo prevediamo.

A tal fine, immaginiamo tornerà a galla l’abbozzato piano della Trump Gaza, cioè per un coinvolgimento americano: adatto a costringere obtorto collo gli arabi-amici recalcitranti, altrimenti accusati a casa loro di aver abbandonato i gazioti nelle mani dell’Infedele. 

Dipoi, lunga vita e tanta fortuna allo Stato arabo di Gaza, disarmato e sotto protettorato arabo-amico. Così sia. 

Ultimatum

Lo hanno capito, i macellai di Hamas? Non sappiamo. Solo sappiamo che l’ultimatum viene consegnato, in queste ore, ai qatarini amici loro. Dall’inviato americano, cioè con la benedizione del Signor Donaldo, cotidie degno di maggior lode.

Dopodiché, accada ciò che deve accadere. Per il tempo relativamente lungo che occorrerà a creare i campi profughi, farvi affluire la popolazione civile, negoziare con le potenze future mandatarie arabe-amiche, concludere vittoriosamente la battaglia di assedio, formare il corpo arabo-amico di occupazione detto di polizia, consegnare ad esso il quasi-Stato liberato e trasmettere i poteri.

A quale stadio di tale percorso Hamas accetterà di arrendersi e far evacuare i propri macellai molto lontano da lì, lo vedremo. Potrà trattarsi di una resa generale, oppure di una resa quartiere per quartiere, banda per banda. Ma, se la battaglia continua, il destino militare è segnato.

Conclusioni

Insomma, sin dall’inizio Israele può vincere l’assedio di Gaza a tre condizioni: militare, umanitaria, politica. La novità, è che oggi Israele sembra affrontarle tutte e tre. Il che significa che vuole per davvero portare a compimento quella battaglia d’assedio, troppo a lungo rimandata causa Biden, Hezbollah, Houti, Hamas & Co.. Tutto bene, per noi che vogliamo la liberazione di Gaza da Hamas.

Tutto male, per chi vuole che Gaza resti ad Hamas: a cominciare dai francesi e da quegli europei abbastanza ignobili da star loro dietro. Ma, delle loro nefandezze, parleremo in un prossimo articolo.

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