Vladimir Putin tiene molto all’engagement con gli Stati Uniti, molto meno a trovare un accordo con gli ucraini su come porre fine alla guerra. Ciò che ricaviamo dalle sue dichiarazioni di ieri alla stampa, da Bishkek, in Kirghizistan, le prime così ampie sul cosiddetto piano in 28 punti, è la sensazione che il leader russo sia ancora convinto che il tempo giochi a suo favore, che il suo interesse nei negoziati sia limitato a scongiurare di volta in volta il rischio di ulteriori sanzioni Usa e forniture di armi più potenti a Kiev, e a provare ad allontanare l’Ucraina dai suoi alleati.
Insomma, si tratta di gestire nel miglior modo possibile le pressioni del presidente Trump e sembra che nonostante qualche incampo, come l’annullamento del vertice a Budapest e le sanzioni su Lukoil e Rosneft, ci stia riuscendo.
Punto di partenza per futuri accordi
Putin ha dichiarato che “la parte americana tiene in qualche modo conto della posizione russa, discussa prima e dopo Anchorage”, il documento è “un buon punto di partenza per futuri accordi” e la Russia è pronta a discuterlo “seriamente”, confermando che gli emissari Usa arriveranno a Mosca la prossima settimana, ma anche lui – come lo stesso presidente Trump che lo aveva definito “una mappa, un concept” – ha retrocesso il piano ad un “elenco di domande che richiedono lavoro“, ogni punto dei 28 “dev’essere discusso”.
Si è soffermato molto sulle preoccupazioni per un futuro attacco russo all’Europa, liquidandole come ridicole. “Dobbiamo mettere tutto in linguaggio diplomatico, perché una cosa è dire in generale che la Russia non intende attaccare l’Europa – suona ridicolo per noi, onestamente, non abbiamo mai avuto quell’intenzione, ma se vogliono sentirlo da noi, beh, avanti, lo metteremo a verbale, nessun problema”.
Riconoscimento internazionale
Non solo la retrocessione del piano a “elenco di domande” e “punto di partenza per futuri accordi”, espressioni che danno l’idea di un orizzonte temporale lungo.
A raffreddare nuovamente l’ottimismo americano è anche l’impressione che per Putin l’importante sia mantenere aperto il canale di dialogo bilaterale con Washington, non trattare la fine della guerra con Kiev. Il leader russo spera che Russia e Ucraina raggiungano un accordo in futuro. Ma ora, spiega, la Russia ha bisogno del riconoscimento internazionale dei suoi nuovi territori – e qui sembra che il riferimento non sia solo a Crimea e Donbass – da parte degli Stati Uniti e di altri attori internazionali, ma non da parte dell’Ucraina.
E ha bisogno di un riconoscimento de jure, non solo de facto. “Questo è importante. Una cosa è riconoscere le decisioni e avere i territori sotto la sovranità russa; violare gli accordi sarebbe un attacco alla Russia con tutte le misure di ritorsione che ciò comporta, altrimenti verrebbe percepito come un tentativo dell’Ucraina di reclamare i suoi territori. Naturalmente, abbiamo bisogno di riconoscimento, ma non dall’Ucraina“.
Zelensky illegittimo
Quindi è tornato a mettere in discussione la legittimità del presidente Zelensky, essendo scaduto il suo mandato: “Vogliamo raggiungere un accordo con l’Ucraina, ma al momento è legalmente impossibile. Firmare documenti con l’attuale leadership ucraina è inutile. Ha commesso un errore strategico fondamentale non tenendo elezioni presidenziali. Il presidente ucraino ha perso la sua legittimità. La Russia è anch’essa in guerra, ma noi abbiamo tenuto elezioni”. Dunque, “chiunque voglia negoziare a nome dell’Ucraina può farlo. Abbiamo bisogno che i nostri accordi siano riconosciuti dai principali attori internazionali. Tutto qui”.
Di fatto, Putin ieri ha mostrato di non essersi mosso dalle posizioni di agosto che già causarono la conclusione anticipata del vertice di Anchorage e il successivo raffreddamento con Donald Trump dei successivi mesi. Non tanto per il ricatto del land swap, che come principio gli americani hanno accolto, ma per il rifiuto di incontrare Zelensky o concludere un accordo con lui, che a quanto pare permane.
E si comprende bene perché Putin vorrebbe evitarlo. Apporre la sua firma ad un documento sul quale ci fosse la firma di Zelensky, o anche solo trattare direttamente ad alto livello con l’attuale leadership ucraina, sarebbe agli occhi dei russi la prova plastica del fallimento degli obiettivi dell'”operazione sociale”. In sostanza, già solo per questo Putin perderebbe la faccia.
Il nodo Donbass
Quanto al cessate il fuoco, Putin ribadisce che accetterà di fermare i combattimenti solo dopo che le truppe ucraine si saranno ritirate dal Donbass – in realtà non specificando di riferirsi esclusivamente alle due regioni del Donbass, né citando l’ipotesi di scambi con altri territori occupati dai russi. “Se le truppe ucraine lasciano i territori che occupano, allora smetteremo di combattere. Se non lo fanno, raggiungeremo i nostri obiettivi militarmente”.
Il ritiro delle truppe ucraine dalle parti del Donbass che i russi non sono ancora riusciti a conquistare dopo quattro anni di guerra sembra quindi per il Cremlino una condizione preliminare per sedersi al tavolo dove poi iniziare a trattare ed entrare nel merito delle altre questioni, garanzie di sicurezza, Nato, dimensioni e armi dell’esercito ucraino, ricostruzione etc. Una condizione chiaramente inaccettabile per Kiev, la cui unica leva su cui può contare per ottenere le garanzie di sicurezza necessarie alla propria sovranità nazionale è propria la sua resistenza, le sue fortificazioni, la linea del fronte nel Donbass.
Seduto in riva al fiume
Insomma, Putin mostra di non avere alcuna fretta, a differenza di Trump che vorrebbe chiudere il conflitto prima di entrare nell’anno delle elezioni di midterm. Che abbia fatto bene i suoi calcoli riguardo la situazione sul campo di battaglia e la tenuta dell’economia russa, o che li stia di nuovo sbagliando come nel febbraio 2022, sembra seduto in riva al fiume aspettando di veder passare il cadavere dell’Ucraina, convinto che alla fine o gli verrà consegnata da Washington o collasserà da sola, militarmente o economicamente.
Tutto ciò che sta facendo è usare i suoi negoziatori e l’inviato Usa Steve Witkoff per guadagnare tempo ed eludere le pressioni dell’amministrazione Trump.
Certo, Witkoff è sì accomodante con il Cremlino, far passare le proposte russe attraverso di lui è facile ma l’operazione ha un respiro sempre più corto anche dal punto di vista tattico. E anche se difeso da Trump, il leak della sua telefonata con Ushakov lo ha indebolito e compromesso all’interno dell’amministrazione. I rilanci di Mosca durano sempre meno e quasi immediatamente vengono neutralizzati. I rapporti tra il segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli esteri russo Lavrov non decollano.
Corde sempre più corte
Insomma, la corda che sta tirando Putin appare sempre più corta e sfibrata. Resta da capire se le corde di Trump e Zelensky non siano a loro volta ancora più corte e sfibrate.
L’ultimo giro di giostra, subito dopo l’annullamento del vertice a Budapest e nell’imminenza dell’incontro Trump-Zelensky alla Casa Bianca, ha illuso Washington che si fosse aperto uno spiraglio per un accordo, riuscendo così a spostare le pressioni su Kiev, già alle prese con lo scandalo corruzione. Gli emissari Usa hanno esercitato pressioni come mai prima sulla leadership ucraina, ma francamente sembriamo già tornati al punto di partenza.
Il portavoce russo Peskov ha dichiarato che il cosiddetto “piano di pace” Usa, presumibilmente concordato con Kiev, è già stato inviato a Mosca, il Cremlino esaminerà il documento la prossima settimana e ne discuterà con gli inviati americani. Vedremo cosa ne uscirà, ma le parole di Putin di ieri rafforzano la nostra ipotesi di un ennesimo bluff.
Se Trump vuole accelerare, deve togliere dalla testa del leader russo la convinzione che il tempo giochi a suo favore, quindi esercitare una pressione maggiore e aumentare i costi di guerra per la Russia, mentre non può permettersi togliere il sostegno a Kiev. Altrimenti, si ritroverà alle midterm con la guerra ancora in corso nella migliore delle ipotesi, o con un Afghanistan al quadrato per gli interessi Usa nella peggiore.
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