Una nuova indagine condotta dalla Commissione civile israeliana, ha riaperto la dolorosa ferita del pogrom del 7 ottobre 2023. La Commissione è un organismo indipendente ed ha indagato su un corpus di prove imponente: oltre 10 mila fotografie, più di 1.800 ore di filmati e oltre 430 interviste, testimonianze e incontri con sopravvissuti, ex ostaggi, esperti e familiari.
L’indagine, i cui risultati sono stati pubblicati e divulgati il 12 maggio, riguarda la violenza sessuale sistematica subita quel giorno e nei mesi successivi dalle donne israeliane vittime di Hamas.
Entrare nei dettagli più che truculenti delle singole torture a sfondo sessuale subite dalle donne, in diversi casi anche dagli uomini, sarebbe impressionante per il lettore e distrarrebbe dalle conclusioni. Per chi volesse approfondire, l’intero rapporto è reperibile online, in inglese, qui.
La brutalità come piano
Sono le conclusioni dell’indagine a costituire una novità. Abbiamo infatti la prova che Hamas abbia agito seguendo un piano e non limitandosi a dar libero sfogo agli istinti sadici dei suoi terroristi e dei loro numerosi collaboratori. Tutti i dettagli e le dinamiche dello stupro di massa del 7 Ottobre lo dimostrano.
“Hamas e i suoi collaboratori hanno fatto ricorso alla tortura sessuale per massimizzare il dolore e la sofferenza”, leggiamo nel rapporto.
Le vittime hanno subito atti brutali, tra cui ustioni, mutilazioni, stupri, immobilizzazione, inserimento forzato di oggetti nei genitali, colpi d’arma da fuoco al volto e alla zona genitale, uccisioni e abusi davanti ai propri familiari, nonché esecuzioni. Molte vittime sono state trovate ammanettate, legate o comunque fisicamente immobilizzate. Forme estreme di violenza sessuale e di genere sono state perpetrate contro gli ostaggi tenuti in cattività per lunghi periodi, sia donne che uomini.
Queste torture e violenze sessuali erano standardizzate, non spontanee:
La Commissione d’inchiesta civile ha individuato almeno tredici tipi di abusi in diversi luoghi, tra cui: 1) stupro, stupro di gruppo e altre forme di violenza sessuale; 2) tortura sessuale, comprese ustioni e mutilazioni intenzionali; 3) colpi d’arma da fuoco deliberati alla testa, al viso e alla zona genitale; 4) Omicidi ed esecuzioni a seguito o in concomitanza con violenze sessuali e di genere; 5) Abusi sessuali post mortem, umiliazioni e profanazione dei cadaveri; 6) Nudità forzata ed esposizione; 7) Ammanettamento e immobilizzazione delle vittime; 8) Esibizione pubblica ed esibizione al pubblico ludibrio di donne e bambini; 9) Rapimento di madri e bambini; 10) Violenza sessuale e di genere inflitta in presenza o nelle immediate vicinanze di familiari; 11) Riprese video e diffusione digitale di atti di violenza sessuale e di genere, compreso l’uso dei social media per documentare, esaltare e amplificare le atrocità; 12) Minacce di matrimonio forzato con gli aguzzini; 13) Stupro e altre forme di violenza sessuale contro ragazzi e uomini.
Guerra psicologica
Se nei crimini commessi dai regimi totalitari del passato, la segretezza era rispettata in modo maniacale (i nazisti, ad esempio, non hanno mai ammesso lo sterminio degli ebrei e i comunisti hanno sempre negato l’esistenza delle fosse comuni o dei gulag), Hamas ha dato massima visibilità ai suoi crimini, anche in diretta.
Anche questo modo di ostentare la violenza è una precisa strategia di guerra psicologica.
L’indagine documenta come i responsabili abbiano usato come un’arma la visibilità e la diffusione digitale come parte integrante della violenza stessa, compresi i contenuti a sfondo sessuale. I gruppi armati hanno registrato atti di abuso, umiliazione e omicidio, diffondendo poi i filmati attraverso le piattaforme dei social media e gli stessi account digitali delle vittime.
Nessuno ha celato la propria identità:
I responsabili si sono ripresi mentre commettevano gli attacchi e hanno diffuso immagini e video che li ritraevano mentre aggredivano, umiliavano, rapivano e uccidevano donne, bambini e intere famiglie, oltre a profanare i cadaveri. Hanno presentato le donne e i loro corpi come trofei di guerra.
Le prime vittime di questa strategia del terrore mediatico sono stati i parenti delle vittime:
In numerosi casi, i familiari hanno appreso per la prima volta della sorte dei propri cari attraverso immagini o video diffusi dagli autori dei reati. Questo uso deliberato dei media digitali ha trasformato gli atti di violenza in strumenti di guerra psicologica diretti non solo alle vittime, ma anche alle famiglie e alla società in generale.
E la distruzione dei rapporti familiari era uno dei primi obiettivi dei terroristi di Hamas:
In diversi episodi documentati, le vittime sono state aggredite sessualmente o umiliate in presenza di parenti e, in uno dei casi documentati, i membri della famiglia sono stati costretti a partecipare ad atti di violenza reciproci. Questi atti riflettono ciò che la Commissione definisce violenza sessuale “kinocida“: violenza deliberatamente progettata per distruggere la famiglia come unità sociale ed emotiva, trasformando in arma i legami tra i membri della famiglia.
Violenze prolungate
Secondo uno dei più ricorrenti mantra pro-pal, la violenza del 7 Ottobre non giustifica il “genocidio” (quello sì, ancora tutto da dimostrare) che gli israeliani avrebbero commesso a Gaza. Questa critica non tiene conto del fattore tempo: il 7 Ottobre non fu un fatto isolato e le torture fisiche, psicologiche e sessuali, si sono prolungate nel tempo, sulla pelle degli ostaggi, finché la guerra non è finita.
Le violenze sessuali sono proseguite anche dopo gli attacchi stessi. Il rapporto riporta le testimonianze degli ostaggi liberati e di altre fonti che dimostrano come le aggressioni sessuali, le umiliazioni sessuali e le torture a sfondo sessuale siano continuate durante la prigionia a Gaza per lunghi periodi. In alcuni casi, gli abusi sessuali e di genere subiti dagli ostaggi sono andati avanti per mesi.
Femminismo cieco
Questa inchiesta è un messaggio della bottiglia, in attesa di essere letto da qualche organismo sovranazionale o associazione per la difesa dei diritti umani, all’Onu o nel variegato mondo occidentale. Ma ci sono poche speranze che venga raccolto e letto da chi di dovere. Quasi certamente: non dalle femministe che, ormai, come è evidente dal 7 Ottobre, hanno sposato la causa palestinese. Al punto di espellere anche le femministe stesse, se solo denunciano gli stupri di Hamas.
Il rapporto della Commissione civile interroga le nostre coscienze di occidentali. Viviamo in una società giustamente sensibile ai diritti delle donne, sensibilissima al femminicidio, ma cieca di fronte alle vere violenze seriali e ai veri femminicidi di massa. Se a commetterli sono quei palestinesi che la nostra classe colta ha identificato come “oppressi”, persino le femministe stentano a vederli e a denunciarli.
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