Esteri

L’equivoco sulla Flotilla e le ong: perché rappresentano solo se stesse

Altro che 44 Paesi, nessun Paese è rappresentato dalla Flotilla. Breve storia della legittimazione delle ong, gli equivoci sul loro ruolo e l'attacco all'Occidente

Sumud Flotilla open arms
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“44 paesi uniti nella solidarietà per Gaza” (Reti solidali, testata on line del CSV, Centro di servizio per il volontariato). “Sono 44 i Paesi che aderiscono alla Global Sumud Flotilla” (Infoaut, Informazioni di parte). “La Global Sumud Flottilla è una missione marittima nonviolenta composta dalle delegazioni di 44 Paesi diversi” (Emergency).

L’equivoco sulla Flotilla

Tanti continuano a dire, scrivere, e pensare, che la Global Sumud Flotilla è una coalizione di Paesi, ma cadono in un grosso equivoco. Chi vi partecipa infatti lo fa a titolo personale o in rappresentanza di organizzazioni non governative, movimenti, comitati. Quindi, è questo l’equivoco, nessun Paese è rappresentato dalla Flotilla per Gaza.

La legittimazione delle ong

Però non è insolito che si scambino le organizzazioni non governative per rappresentanti, anzi i veri rappresentanti di intere comunità, addirittura di interi Paesi. Tutto è iniziato negli anni ’90 del secolo scorso alle Nazioni Unite, quando le ong hanno acquisito crescente potere soprattutto grazie a Kofi Annan, segretario generale dell’Onu dal 1996 al 2006, e a Mary Robinson, Alto commissario Onu per i diritti umani dal 1997 al 2002. In quel periodo migliaia di ong sono state accreditate al Palazzo di Vetro, incaricate di importanti funzioni consultive e organizzative.

La vergogna di Durban

Molte furono invitate a partecipare ai lavori della commissione presieduta dalla Robinson incaricata di elaborare documenti da presentare alla Conferenza mondiale Onu contro il razzismo svoltasi a Durban (Sud Africa) nel settembre del 2001, che avrebbe dovuto contribuire alla denuncia delle varie forme di razzismo e invece si rivelò essere un attacco globale, violentissimo contro l’Occidente.

Il documento accusava gli Stati europei di essere “plasmati da secoli di razzismo” e pretendeva che lo riconoscessero, si scusassero e si dichiarassero disposti a risarcire i danni arrecati agli africani e ai loro Paesi.

Inoltre accusava Israele di politiche razziali nei confronti dei palestinesi e gli ingiungeva di ammetterlo formalmente. Alle ong era stato concesso di organizzare a Durban un loro forum parallelo. Il documento che elaborarono definiva Israele “stato razzista colpevole di atti di genocidio” e il popolo palestinese vi era esplicitamente autorizzato a reagire con qualunque mezzo.

Annan e Robinson diedero tanto potere alle ong perché sostenevano che fossero i “veri guardiani della democrazia e del buon governo ovunque”, l’“autentica democrazia”, legittimate quindi, e sollecitate, a sfidare i governi, violando, se lo ritenevano opportuno, leggi nazionali e internazionali e facendo uso della forza.

Dubbia rappresentanza

Da allora questo è il ruolo che molti continuano ad attribuire alle organizzazioni civili. A legittimare ulteriormente il loro operato sono le missioni in cui si impegnano, effettivamente meritevoli: promuovere i diritti umani, dare visibilità e voce alle minoranze, agli emarginati, farsi interpreti di bisogni insoddisfatti, difendere l’ambiente… L’aura positiva che le circonda fa sì che si pretenda indiscutibili i metodi con i quali decidono di perseguire i loro obiettivi secondo la loro visione di bene e male, di giusto e ingiusto.

Ma ci sono due “falle” nel ragionamento che giustifica ruolo e comportamento delle ong. La prima è che, seppure imperfettamente, un governo, un parlamento, un ente locale sono espressione di una maggioranza di elettori e chi ricopre cariche politiche e amministrative almeno dichiara di impegnarsi a rappresentare l’intera popolazione di uno stato e a curarne gli interessi, indipendentemente dallo schieramento che lo ha votato e lo sostiene. La democrazia è questo.

Invece, i responsabili di un’associazione civile, di una ong, sono tenuti a rispondere del loro operato unicamente ai propri soci e ai propri finanziatori e non rappresentano di fatto altri che loro, anche quando si propongono e vengono accolti come “voce” di una categoria o di un gruppo sociale, se non dell’intero genere umano.

C’è dell’altro. Una organizzazione non governativa – non è un’ipotesi, succede davvero – può presentarsi come portavoce di una categoria, di un gruppo sociale, ad esempio degli agricoltori del Kenya, perciò accreditata a partecipare a vertici e conferenze, a formularvi richieste in loro nome e reclamare, per citare alcune campagne attuali di grande rilevanza, provvedimenti contro il riscaldamento globale, la condanna di Israele per genocidio, risarcimenti per la tratta transatlantica degli schiavi e la colonizzazione europea dell’Africa, e ottenere finanziamenti internazionali per proseguire le attività, senza aver mai consultato i suddetti agricoltori, essendo in realtà composta da poche decine o centinaia di soci mentre i milioni di contadini del Kenya per la maggior parte, o quasi tutti, neanche sanno della sua esistenza, non hanno avuto alcun ruolo nella sua costituzione e tanto meno l’hanno delegata a rappresentarli.

Delegittimazione dell’Occidente

A Durban l’attacco all’Occidente fallì. Per protesta Stati Uniti e Israele dopo pochi giorni ritirarono le loro delegazioni, peraltro di basso profilo. Perché il documento finale fosse approvato e sottoscritto fu necessario cancellare i punti in cui si chiedeva ai Paesi europei e a Israele di riconoscersi colpevoli e fare ammenda.

Ma era l’inizio una campagna di delegittimazione dell’Occidente a lungo preparata e che da allora ha continuato a fomentare odio e avversione. La Global Sumud Flotilla le sta dando il suo contributo, millantata come “il più grande convoglio marittimo civile della storia”.

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