Esteri

Missione europea per Hormuz, se non ora quando?

Ankara test decisivo per la Nato. Dal vertice deve uscire la missione per Hormuz, ma se gli europei continuano a tergiversare certificano che non servono a nulla: "Alleati solo di nome"

leader E5 (screenshot PalChigi)
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Alleati solo di nome

Continua l’ipocrisia europea sull’Iran anche nel formato E5 (Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Polonia), a cui ha preso parte ieri a Berlino la premier Giorgia Meloni. Ipocrisia che ritroviamo nel comunicato congiunto:

I leader hanno sottolineato che l’Iran non deve mai dotarsi di armi nucleari. Hanno ribadito l’importanza di una libertà di navigazione incondizionata e senza restrizioni nello Stretto di Hormuz. Hanno confermato il proprio impegno a partecipare alla missione militare multinazionale a guida franco-britannica non appena le condizioni lo consentiranno e in conformità con i rispettivi requisiti costituzionali. Tale missione potrebbe svolgere un ruolo importante nel rassicurare il settore marittimo e nel riaprire lo Stretto, anche attraverso attività di verifica per la bonifica da mine.

Cosa significa “non appena le condizioni lo consentiranno”? Non basta la tregua? Cosa aspettano, che la missione non serva più? Il leit motiv sembra sempre lo stesso: Trump ha ragione sull’Iran, non può avere la bomba e la libertà di navigazione dev’essere garantita nello Stretto di Hormuz, senza pedaggi, ma noi non muoviamo un dito, tutto il lavoro devono farlo gli Usa.

I leader dei 5 Paesi europei stanno scherzando con il fuoco perché il vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio sembra davvero l’ultima chiamata. Si discuterà di ciò che è accaduto, dei motivi dell’insoddisfazione Usa – il diniego delle basi, in alcuni casi persino del sorvolo, e di un minimo supporto navale per tenere aperto lo Stretto. Se gli alleati solo di nome falliranno anche questo test, se da quel vertice non uscirà una missione per Hormuz, ci saranno delle conseguenze serie.

Ripetere, come ha fatto ieri il ministro Tajani, che su Hormuz “siamo pronti a fare la nostra parte, aspettiamo che ci sia un accordo definitivo tra americani e iraniani e poi si vedrà“, un accordo che forse non arriverà mai, suona come una beffa a Washington. Daremo una mano, forse, quando sarà tutto finito.

L’interesse nazionale

Eppure avevamo interpretato positivamente, come concilianti rispetto alle politiche dell’amministrazione Trump, un paio di passaggi sull’Iran nell’intervento della premier Giorgia Meloni all’evento del quotidiano La Verità di martedì:

Noi non possiamo oggettivamente consentire che il regime degli ayatollah si doti di armi nucleari, di testate nucleari, nel momento che ha anche, e ce lo ha ampiamente dimostrato, missili a lungo raggio. Non gli Stati Uniti, o chi è più vicino al confine con l’Iran, non Israele. Noi non lo possiamo consentire, noi non ce lo possiamo permettere.

Ovviamente noi dobbiamo garantire il pieno ripristino della libertà di navigazione, non solo per quello che Hormuz rappresenta in sé come snodo fondamentale del commercio globale, ma come precedente che un controllo sullo Stretto di Hormuz comporta. Evidente che se noi consentissimo, per esempio, il pagamento di un pedaggio, immaginato dagli iraniani sullo Stretto di Hormuz, noi ci troveremmo catapultati in un mondo nel quale ogni snodo fondamentale del commercio diventa uno strumento di pressione verso gli stati, può essere usato come un’arma. Questo è qualcosa che non si può ovviamente immaginare…

Posizioni che in realtà la premier ha ribadito più volte negli ultimi mesi, ma forse oggi con toni ancora più assertivi e rivendicandole come proprie dell’Italia, usando la prima persona plurale: “Noi non lo possiamo consentire, noi non ce lo possiamo permettere”, “noi dobbiamo garantire”.

Si direbbe che qui la premier Meloni abbia voluto riconoscere e indicare con estrema chiarezza e nettezza, ponendo l’accento sul “noi” italiani, due interessi nazionali: che il regime iraniano non abbia l’atomica e che non controlli lo Stretto di Hormuz.

Appare quindi al quanto singolare che al dunque, di fronte alle richieste americane, non di partecipare attivamente agli attacchi contro l’Iran, ma di autorizzare l’uso di piste di atterraggio e contribuire allo sminamento e pattugliamento dello Stretto – una missione in acque internazionali, eventualmente di natura solo difensiva – si giustifichi il diniego osservando che non sempre i nostri interessi nazionali coincidono con quelli Usa. Assurdo, perché in questo caso evidentemente sì, coincidono.

Questa ambiguità è qualcosa che a Washington davvero non riescono a comprendere: perché se voi stessi dite che è assolutamente inaccettabile che l’Iran abbia l’atomica e controlli lo Stretto, non volete muovere nemmeno un dito per contribuire a scongiurare questi scenari?

L’alibi della Costituzione

Non c’è dubbio che il governo italiano abbia rispettato i trattati e gli accordi esistenti, ma c’è una singolare insistenza nel presentare qualsiasi ulteriore richiesta d’uso delle basi come contraria alla Costituzione, ai trattati stessi e agli indirizzi del Parlamento, mentre autorizzare non solo voli tecnico-logistici ma anche missioni di attacco dalle nostre basi, o mandare la Marina Militare nello Stretto di Hormuz, è questione di volontà politica e, considerando l’ampia maggioranza parlamentare, sono decisioni nella piena disponibilità di questo governo.

Si può dire no, per paura di affrontare la gestione del consenso interno, ma non ci si nasconda dietro la Costituzione, o peggio dietro l’interesse nazionale, quando proprio questo suggerirebbe un nostro contributo più attivo.

È paradossale che un governo di centrodestra stia adottando l’interpretazione più restrittiva e al tempo stesso “radicale”, in senso pacifista, possibile dell’articolo 11 della Costituzione.

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