Esteri

Né con gli ayatollah né con lo Shah: cosa si muove in Iran

Alla Camera si presenta l'opposizione iraniana, il Consiglio nazionale della resistenza. Miryam Rajavi: unica soluzione è la caduta del regime, falsa la narrativa che la guerra lo abbia rafforzato

convegno iraniani (foto dell'autore)
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In una caldissima giornata romana è salito alla ribalta il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (National Council of Resistance of Iran – NCRI) presieduto da Maryam Rajavi, politica e attivista iraniana designata come “presidente della resistenza iraniana per il periodo di transizione della sovranità al popolo”.

L’iniziativa è stata organizzata da Naike Gruppioni, deputata ora di Fratelli d’Italia, e membro della Commissione Affari esteri. Nella storica Sala della Regina della Camera dei Deputati ha avuto luogo la conferenza “La crisi iraniana e la soluzione democratica per il futuro”, a cui hanno partecipato personaggi internazionali di spicco, tra cui l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, l’ex deputato statunitense Patrick Kennedy, l’ex ministro degli esteri italiano Giulio Terzi, attuale presidente della Commissione Affari europei del Senato, e vari politici nostrani.

Le violazioni iraniane

Al di là delle formule rituali di benvenuto, il punto focale è stato sollevato da Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera dei Deputati, che ha sottolineato la crescente attenzione istituzionale e internazionale rivolta alla lotta del popolo iraniano per la libertà e alle continue violazioni dei diritti umani da parte del regime.

Teheran, infatti, ha spiegato Rampelli, tenta di sfruttare la situazione di conflitto regionale per giustificare un’intensificazione della repressione e procedimenti legali abbreviati contro i suoi oppositori; anche al di fuori dei suoi confini, ha continuato Rampelli, l’Iran ha minato la stabilità di tutto il Medio Oriente creando un’ampia insicurezza internazionale.

Da ciò Rampelli ha segnalato la necessità che le istituzioni democratiche rispondano a entrambe le dimensioni della crisi iraniana: la repressione della popolazione da parte del regime e le sue attività destabilizzanti all’estero.

Piano in dieci punti

La domanda è: questa opposizione al regime su quali principi democratici si fonda? Rajavi ha stilato un piano di dieci punti per un “futuro libero dell’Iran”: esso prevede esplicitamente l’impegno a rispettare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, l’abolizione della pena di morte, l’istituzione di un sistema giuridico moderno con l’indipendenza della magistratura, la promozione della coesistenza pacifica, la gestione delle relazioni diplomatiche con tutti i Paesi e il rispetto dei principi sanciti dalla Carta Statuto delle Nazioni Unite, l’opposizione decisa alla produzione di armi nucleari. Maryam Rajavi sostiene un ruolo attivo e paritario delle donne nella società in un Iran laico e moderato, e quindi si dice fermamente contraria all’obbligo dell’hijab dichiarando apertamente la necessità di abolirlo… però ella stessa lo indossa.

L’alternativa democratica

L’ex sindaco di New York Rudy Giuliani ha affermato che la questione centrale della crisi in Iran non è solo come sostituire l’attuale regime, ma se esista già un’alternativa democratica credibile e preparata.

“Non dobbiamo passare dal male all’ignoto”, ha detto Giuliani. “Sappiamo cosa aspettarci dalla signora Rajavi, dai Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK), dal NCRI e dai gruppi che lavorano da decenni per un unico scopo: la libertà per il popolo iraniano”. Secondo Giuliani la Resistenza iraniana è l’unico movimento organizzato dotato sia di una strategia per porre fine alla dittatura, sia di un piano dettagliato per gestire la transizione che ne seguirebbe. Giuliani ha aggiunto che il regime ha anche cercato di indebolire la Resistenza attraverso la disinformazione, l’infiltrazione e la propaganda organizzata.

Regime change

Rajavi ha a sua volta specificato che il regime iraniano sta affrontando una delle crisi più gravi della sua storia, ma rimane restio ad abbandonare le politiche che lo hanno sostenuto per quasi cinquant’anni, mentre la dittatura clericale continua a basarsi su tre pilastri interconnessi: la repressione del popolo iraniano, la ricerca di armi nucleari e l’esportazione di guerra e terrorismo in tutta la regione.

Ha ribadito che una pace e una sicurezza durature in Medio Oriente non possono essere raggiunte finché l’attuale regime rimane al potere, sottolineando che “il prerequisito per una pace e una sicurezza durature nella regione è il rovesciamento di questo regime, un compito che spetta al popolo iraniano, alle sue rivolte e all’Esercito di Liberazione”. Pur non specificando quale dovrebbe essere questo esercito di liberazione.

Una cosa è certa per Rajavi: nessuna concessione al regime di Teheran favorirà mai le aspirazioni democratiche del popolo iraniano né la caduta dei tirannici ayatollah e Pasdaran, bocciando perciò tutte le politiche di appeasement di Obama e Biden.

Rajavi ha respinto l’idea che un impegno economico o un’espansione dei legami commerciali possano moderare il comportamento di Teheran. Ha sostenuto che il regime non avrebbe mai abbandonato la sua politica bellicista, a prescindere dalle risorse finanziarie o dagli accordi commerciali che riceve. Allo stesso modo, ha respinto la convinzione che l’establishment clericale avrebbe un giorno abbracciato la coesistenza pacifica con il proprio popolo o con la comunità internazionale.

Ha affermato che per l’establishment al potere la pace stessa rappresenta una minaccia esistenziale: “La pace agisce come un cappio al collo del regime; il regime preferirebbe cento volte la guerra alla pace, giacché senza la guerra non ha né futuro né possibilità di sopravvivenza”.

Regime più debole

Per quanto riguarda la situazione interna dell’Iran, Rajavi ha respinto le affermazioni secondo cui il regime sarebbe uscito rafforzato dai recenti scontri militari. Ha descritto tali affermazioni come propaganda volta a nascondere la crescente debolezza del governo. “L’idea che la sopravvivenza del regime a una guerra significhi che sia diventato più forte è falsa”, ha detto. “Questa è semplicemente una falsa narrativa che il regime stesso sta disperatamente cercando di proiettare. Al contrario, la Repubblica Islamica sta affrontando tensioni interne senza precedenti, una crescente rabbia popolare e un’instabilità politica sempre più profonda”.

La presidente del NCRI ha illustrato l’indignazione diffusa che aveva alimentato la rivolta nazionale di gennaio, affermando che tali pressioni si sono ulteriormente acuite.

La fede del NCRI è, pertanto, in una rivolta popolare interna che possa mettere fine a mezzo secolo di orrori della dittatura teocratica, e nel frattempo continuano gli attacchi iraniani contro tutti i Paesi limitrofi e i conseguenti bombardamenti americani sui Pasdaran. Nessuno ha la sfera di cristallo per conoscere il futuro, ma di sicuro finalmente qualcuno sta lottando per togliere di mezzo questi hitler del Medio Oriente.

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