Esteri

Purghe nei Servizi e caccia all’uomo. Cosa succede ad Algeri?

La fuga di un generale agli arresti, capitale blindata, clima di assedio: la percezione diffusa è che l'equilibrio del sistema di potere algerino si stia rompendo. Il Paese è un partner cruciale dell'Italia

Meloni Tebboune (Pal Chigi)

Come affidarsi ad Algeri? Se vediamo che neppure lo Stato riesce a trattenere sotto sorveglianza il suo ex capo dei servizi segreti interni, il dubbio diventa legittimo. La capitale è stata blindata per ore, con blocchi stradali, controlli capillari e un clima di assedio che ha ricordato i tempi più bui della “décennie noire”.

La fuga di Haddad

Eppure, nonostante elicotteri in cielo e posti di blocco a ogni incrocio, il generale Abdelkader Haddad, noto come Nasser El-Djinn, è riuscito a scomparire, mettendo a nudo le fragilità di un sistema di potere che si proclama impenetrabile ma che ora mostra crepe vistose. La notizia della fuga è arrivata come un fulmine in un Paese già attraversato da tensioni sociali ed economiche.

Haddad, uomo di apparato e fino a pochi mesi fa capo della Direzione generale della sicurezza interna (DGSI), l’agenzia responsabile della sicurezza interna, equivalente al controspionaggio e alla polizia segreta, era stato rimosso a maggio 2025 dopo appena dieci mesi al vertice. Considerato vicino al presidente Abdelmadjid Tebboune, aveva appoggiato la sua rielezione del settembre 2024, ma presto era caduto in disgrazia.

Prima la detenzione nella prigione militare di Blida, poi il trasferimento a Béchar, quindi gli arresti domiciliari in una villa a Dely-Ibrahim, sulle alture di Algeri. Tutto inutile: nel giro di poche ore è riuscito a sfuggire a chi lo sorvegliava, lasciando dietro di sé solo silenzio e imbarazzo. Il governo ha reagito convocando d’urgenza il Consiglio superiore di sicurezza, massimo organo in materia di difesa nazionale, mentre la città veniva trasformata in un labirinto militarizzato con automobilisti fermati per ore, interi quartieri messi sotto controllo e pattuglie ovunque.

Una dimostrazione di forza che però non ha cancellato la sensazione più diffusa tra i cittadini: se il regime non riesce a trattenere un uomo agli arresti domiciliari, che sicurezza può garantire alla popolazione comune?

Le versioni sulla fuga si moltiplicano. Alcune fonti parlano di un’uscita via mare verso la Spagna su una patera scortata da ufficiali compiacenti, altre sostengono che sia ancora in Algeria, nascosto sotto protezione di una fazione rivale. Nessuna delle ipotesi è stata confermata, ma entrambe puntano verso lo stesso sospetto: complicità interne, falle consapevoli, forse un gioco di potere più grande di quanto emerga in superficie.

Altri vertici rimossi

La conferma dell’incarcerazione di un generale tanto violento non era stata, fino a poche settimane fa, una cattiva notizia, ma le ragioni della sua brutale caduta restano ancora oggi avvolte dalle speculazioni.

L’Algeria è l’unico Paese al mondo in cui cinque ex responsabili dei servizi di intelligence – interni, esterni e della sicurezza militare – si trovano contemporaneamente dietro le sbarre, alcuni con condanne pesanti. Oltre ad Abdelkader Haddad, figurano Wassini Bouazza, sempre della DGSI, Mohamed Bouzit detto Youcef della Direzione della documentazione e della sicurezza esterna (DDSE), equivalente all’intelligence militare all’estero, Benmiloud Othmane, noto come Kamel Kaniche, e il colonnello Nabil Boubekeur alias Bob, entrambi della Direzione centrale della sicurezza dell’esercito (DCSA), organismo di sicurezza militare interna e controllo delle forze armate. Il generale Djebbar M’henna, appena rimosso dalla guida della DDSE il 19 settembre 2025, potrebbe presto conoscere lo stesso destino.

Tre altri ex capi dei servizi hanno evitato finora il carcere per gravi motivi di salute: Abdeghani Rachedi, Djamel Kehal Medjdoub e Sid-Ali Ould Zemirli, quest’ultimo ripreso nel 2020 alla guida della DCSA succedendo al generale Mohamed Kaidi, tra i più giovani e competenti dell’esercito, oggi in pensione forzata e colpito da divieto di espatrio. Anche Ould Zemirli non è rimasto a lungo: rimosso nel 2022, sostituito da Abdelaziz Nouiouet Chouiter, a sua volta silurato nel 2023 e rimpiazzato dall’allora colonnello Mahrez Djeribi, oggi promosso generale maggiore.

Stabilità solo apparente

Questi avvicendamenti e le purghe tra i vertici della sicurezza mostrano un sistema dove la stabilità è più apparente che reale, con equilibri precari e lealtà costantemente sospettata. La fuga di Haddad non è un incidente isolato, ma il sintomo di una macchina che fatica a controllare se stessa.

Nasser El-Djinn ha guidato un apparato che ha ereditato molti tratti del vecchio DRS, il Dipartimento di intelligence e sicurezza smantellato ufficialmente nel 2015, e come i suoi predecessori disponeva di informazioni riservate, dossier compromettenti e archivi di operazioni segrete. Se fosse riuscito a espatriare, il rischio per il regime sarebbe stato enorme, poiché quei segreti potrebbero essere usati come merce di scambio o rivelati, e scosso la fragile architettura del potere algerino.

Il paragone con la “décennie noire” degli anni Novanta torna spontaneo: allora il Paese era dilaniato dal terrorismo e il potere si reggeva su un equilibrio feroce tra esercito e servizi segreti. Oggi, senza guerra civile ma con una crisi politica ed economica latente, la logica resta simile: la sicurezza come unico cemento rimasto ad un regime fragile.

Attore cruciale

Ma se anche quel cemento si sgretola, cosa resta? Gli osservatori esterni guardano con preoccupazione. L’Algeria non è un attore marginale: fornisce gas all’Europa, mantiene un ruolo cruciale nel Mediterraneo e nelle dinamiche africane. Una crisi interna che svelasse la fragilità degli apparati di sicurezza avrebbe conseguenze ben oltre i confini nazionali.

Le domande restano aperte. Dov’è oggi Nasser El-Djinn? È protetto da complicità interne o da una potenza estera? Deciderà di parlare, di usare le informazioni che custodisce come arma, o preferirà restare nell’ombra? E soprattutto: come reagirà un regime che già in passato ha mostrato la tendenza a stringere ancora di più le maglie della repressione quando si sente minacciato? Per ora la capitale rimane in tensione, con una popolazione che osserva, diffidente e scettica.

I posti di blocco possono fermare i cittadini, ma non cancellano la percezione diffusa che un equilibrio si stia rompendo. E se davvero l’ex capo dei servizi interni è libero, allora non è solo un uomo ad essere sfuggito alla sorveglianza: è l’intero sistema algerino a trovarsi, improvvisamente, nudo davanti ai propri limiti. L’Italia pensi bene a quanto succede ad un “nostro partner”.

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