Esteri

Un successo la visita di Re Carlo nel mezzo della crisi Trump-Starmer

Radici e valori condivisi, toni eleganti, umorismo british e stoccate: Carlo III si muove bene tra Casa Bianca e Congresso. In gioco non la sopravvivenza ma la ricalibrazione della special relationship

Trump Carlo III (screenshot Abc)
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Si è conclusa la visita di Stato di re Carlo III a Washington (DC) in occasione del 250° anniversario dell’indipendenza americana. La visita giungeva in un momento delicato ed il contesto politico rischiava di oscurare lo spettacolo. È noto che il rapporto tra Washington e Londra si fosse deteriorato nei quindici mesi trascorsi dal ritorno del presidente Donald Trump alla Casa Bianca.

Tensioni Usa-Uk

Il presidente aveva criticato pubblicamente il governo di Keir Starmer su più fronti. Trump persino insinuò che le garanzie di sicurezza statunitensi avrebbero potuto non essere più estese con la stessa facilità di prima, un’affermazione che rappresentava una netta rottura con decenni di ortodossia legata all’alleanza.

Queste tensioni riflettono divergenze più profonde su questioni strategiche fondamentali. Sull’Iran, Londra è stata molto più cauta di Washington. Ha messo in dubbio l’opportunità della guerra e limitato l’assistenza militare, compresa l’iniziale riluttanza a consentire all’esercito statunitense di utilizzare la base navale di Diego Garcia nell’arcipelago delle Chagos, nell’Oceano Indiano.

Infine, per quanto riguarda la Nato, le controversie sulla ripartizione degli oneri e sul supporto operativo, come la fornitura di navi da guerra per le missioni volte a garantire il passaggio sicuro nello Stretto di Hormuz, hanno ulteriormente messo a dura prova la cooperazione transatlantica.

I pregiudizi su Re Carlo

In questa difficile situazione la diplomazia britannica sperava che il fascino della monarchia potesse ammorbidire i toni della Casa Bianca, dato il dichiarato affetto di Trump per la famiglia reale. Una incognita, semmai, poteva risiedere nella performance di Charles Philip Arthur George, eternamente paragonato all’eccellenza della figura della madre Elisabetta II (l’unico monarca britannico a parlare al Congresso americano, 1991, prima di lui).

Tutti gli stereotipi che il re Carlo si portava dietro dalla nascita erano in agguato: mai troppo amato dall’augusta madre, che gli preferiva lo scapestrato di famiglia Andrea; mai al centro delle attenzioni del padre, che stravedeva per la figlia, la principessa Anna. Considerato dai sudditi meno affascinante del figlio William che con la moglie paiono incarnare la coppia reale delle fiabe. Vi era il dubbio che il Re potesse venire schiacciato dall’ingombrante presenza del padrone di casa: il presidente americano, noto per le sue molte gaffe.

Il Re, invece, oltre ad essere una icona di stile (l’uomo di gran lunga più elegante dell’occidente, stiloso anche con capi volutamente vecchi, “consumati” e rattoppati) è apparso impareggiabile come simbolo di understatement, arte alla quale si prepara da tutta la vita. La visita di Stato non si sarebbe potuta svolgere in modo migliore.

Un successo

Per il New York Times il suo discorso al Congresso riunito “è stata una dimostrazione di statura politica che molti, in queste aule, hanno tentato invano di raggiungere”, ricevendo consensi bipartisan dagli scranni repubblicani e democratici.

A sintetizzarne il contenuto, il Telegraph: l’intervento del sovrano, si legge sul giornale inglese, ha rappresentato “una raffinata operazione diplomatica” dove “sotto toni eleganti e riferimenti culturali”, il sovrano “ha ribadito messaggi chiave del governo britannico”. Non un passo indietro, non una lamentela, in piena sintonia con lo stile royal imposto dalla madre: “Never complain, never explain” (espressione spesso attribuita al primo ministro Benjamin Disreali).

Le esternazioni del sovrano si sono articolate in due momenti: la cena ufficiale alla Casa Bianca ed il discorso di fronte al Congresso. Di fronte alle cerimoniose fanfaronate del suo coetaneo americano ecco che il monarca rispondeva con piccole stoccate che avevano la ricaduta di una salva di cannoni.

Il Regno Unito – secondo la visione del Re – era un partner alla pari, anche se i rapporti di forza militari e geopolitici erano differenti. Con la forza della secolare storia dell’impero britannico vi è voluto poco per ricordare che se l’Occidente non parla francese, è merito delle “giubbe rosse”.

Il discorso al Congresso

Umorismo più istituzionale al Congresso dove Carlo ha iniziato il suo intervento con una battuta di Oscar Wilde, secondo cui Stati Uniti e Inghilterra hanno tutto in comune, eccetto naturalmente la lingua.

Carlo ha sfruttato il suo discorso al Congresso degli Stati Uniti per pronunciare un’ampia argomentazione. Ha iniziato con una riflessione, sottolineando che sia la Gran Bretagna che gli Stati Uniti traggono forza da “società vivaci, diverse e libere”, e che questa unità consente a entrambe le nazioni di affrontare “i mali che, tragicamente, affliggono oggi le nostre società”.

Rievocando il 1776, ha scherzato dicendo che Charles Dickens avrebbe potuto descrivere quell’epoca come “The tale of two Georges”, riferendosi sia a George Washington che al suo antenato, Re Giorgio III. Con un sorriso, ha aggiunto: “Re Giorgio non ha mai messo piede in America e, vi prego di stare certi, io non sono qui per qualche astuta azione di retroguardia!”. suscitando risate e applausi in tutta la sala.

Il Re ha poi elogiato i padri fondatori dell’America definendoli “ribelli audaci e fantasiosi con una causa”, prima di ripercorrere i profondi legami costituzionali tra le due nazioni. Senza mai citarlo, ma scardinandone i paradigmi dal profondo, Carlo aveva giocava nell’affrontare dialetticamente il presidente. Questo è il privilegio di chi appartiene ad una “famiglia” che per secoli ha governato l’impero più vasto nell’orbe terraqueo. Non a caso in questo viaggio il Re ha ricordato come la nomenclatura geografica statunitense ricordi quel passato coloniale che lega indissolubilmente le due potenze atlantiche.

Principi comuni

Re Carlo ha citato tradizioni giuridiche condivise, dal diritto comune inglese e dalla Magna Charta all’Illuminismo britannico, e come queste abbiano plasmato il governo americano. Egli ha anche sottolineato il Bill of Rights del 1689 come fondamento non solo della monarchia costituzionale britannica, ma anche dei principi successivamente riflessi nella Carta dei Diritti degli Stati Uniti del 1791 (i primi 10 emendamenti alla Costituzione).

Ha inoltre evidenziato che la Magna Charta Libertatum è stata citata in almeno 160 casi della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1789, come fondamento del “principio secondo cui il potere esecutivo è soggetto a controlli e contrappesi”. Poco conta che il sovrano non si sia baloccato a ricordare che quel documento fu un atto di “cedimento” verso la prepotente nobiltà inglese. Non è mancato il riferimento al principio fondativo della rivoluzione americanano taxation without rapresentation”, di origine britannica.

Stoccate a Trump

La stoccata verso le intemperanze caudilliste di Trump era evidente persino dal tono della voce, chiamando l’applauso della minoranza democratica e di non poca parte dei repubblicani. Riflettendo sulla storia, ha ricordato di essere stato al fianco degli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 Settembre, facendo riferimento all’articolo 5 della Nato, e ha affermato che avrebbe reso nuovamente omaggio durante la sua visita a New York. “Eravamo con voi allora e siamo con voi adesso”, ha detto.

In un netto contrasto storico, ha anche fatto riferimento alle precedenti dichiarazioni di Donald Trump, che criticavano alcuni aspetti delle forze armate britanniche, inclusa la Royal Navy. Il Re, egli stesso ex ufficiale di marina, colse l’occasione per sottolineare la forza della cooperazione tra Regno Unito e Stati Uniti in materia di Intelligence e difesa in tutta Europa e nell’ambito dell’Alleanza Atlantica. Concludendo con una nota tradizionale, ha aggiunto: “Dio benedica gli Stati Uniti e Dio benedica il Regno Unito”, suscitando un’ultima standing ovation e un lungo applauso da parte del Congresso.

Relazione speciale

Nonostante l’innegabile successo diplomatico e personale, Re Carlo non può far dimenticare che la special relationship non è più quella d’epoca Reagan-Thatcher. Il mondo, allora, era differente e differenti erano le persone.

È evidente che il governo Starmer sta cercando una maggiore cooperazione con Berlino, Bruxelles e Parigi, in particolare in materia di difesa e politica economica. La logica è semplice: in un mondo di rinnovata competizione tra grandi potenze e di leadership statunitense vacillante o incerta, il Regno Unito non può permettersi l’isolamento strategico.

In definitiva, ciò che è in gioco nella visita di Stato di Re Carlo non è la sopravvivenza della relazione speciale, ma la sua ricalibrazione.

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