Politica

Ancora minacce a Giorgia Meloni: quando la condanna non basta più

La scritta "Spara a Giorgia" apparsa su un muro in Toscana, ultimo sintomo di un clima pubblico avvelenato, alimentato dalla sdoganamento della violenza verbale nel confronto politico

minacce Meloni (Ytube)
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La scritta minacciosa contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni comparsa su un muro a Marina di Pietrasanta (“Spara a Giorgia”, firmata con la stella a cinque punte delle BR), è solo l’ultimo sintomo di un clima pubblico marcio, normalizzato, tollerato. Un Paese dove l’odio viene trattato come folclore politico fino a quando non colpisce qualcuno che “conta”.

L’Associazione giornaliste italiane, pur esprimendo una condanna ferma e ineccepibile, mette il dito in una piaga che la politica e i media fingono di non vedere: la violenza verbale è diventata un riflesso condizionato, un linguaggio che attraversa indisturbato tutti gli schieramenti, tutte le piazze, tutti i social.

Clima avvelenato

Il punto non è solo la scritta, ma ciò che la scritta rivela. Perché è troppo facile indignarsi oggi quando, per anni, lo spazio pubblico è stato trasformato in un’arena di insulti, disumanizzazioni, campagne d’odio mascherate da “libertà di opinione”.

E ancora più facile è far finta che questi episodi nascano dal nulla, come funghi nel terreno, invece che da un clima avvelenato che la politica stessa – in tutte le sue sfumature – ha alimentato, tollerato o usato come arma.

La solidarietà alla premier è doverosa. Ma è doveroso anche dire che la violenza politica non esplode mai in un vuoto: nasce laddove il linguaggio estremo diventa scorciatoia, dove la semplificazione brutale viene premiata, dove l’avversario viene trasformato in nemico.

Il ruolo dei media

E il giornalismo? Il giornalismo ha la responsabilità più grande, quella che spesso si dimentica: non amplificare la barbarie. Perché non basta condannare dopo. Bisogna impedire prima. Il comunicato dell’Associazione lo dice chiaramente: la libertà di espressione non è un lasciapassare per le minacce, né un alibi per l’odio travestito da opinione.

Eppure, quante volte i media inseguono il “titolo che spacca”, il commento incendiario, la polemica del giorno, dando spazio proprio a quella cultura tossica che oggi fingiamo di voler estirpare?

Condannare questo episodio è giusto. Chiedersi come ci siamo arrivati è indispensabile. Perché la democrazia non muore per una scritta su un muro. Muore per l’abitudine all’odio, per l’indifferenza, per la rapidità con cui dimentichiamo, per il silenzio di chi dovrebbe parlare, per il chiasso di chi dovrebbe tacere.

Oggi la minaccia ha colpito la presidente del Consiglio, domani colpirà qualcun altro. E dopodomani, se continuiamo così, non farà più notizia.

Per questo l’invito finale dell’Associazione giornaliste italiane andrebbe inciso a fuoco nel dibattito pubblico: non basta condannare. Bisogna interrompere il meccanismo che produce l’odio. E questa, piaccia o no, è una responsabilità collettiva – dei politici, dei media, dei cittadini. Di tutti noi.

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