La rielezione di Francesco Acquaroli nelle Marche non è soltanto una vittoria del centrodestra: è soprattutto la fotografia di un clamoroso autogol della sinistra. Un autogol che ha un nome preciso: “campo largo”.
Quella che doveva essere la ricetta per unire si è rivelata il veleno che ha disgregato. Pd e Movimento 5 Stelle hanno messo insieme un’alleanza senza identità, costruita più sull’ossessione di “fermare la destra” che sulla capacità di proporre una visione. E gli elettori, quelli veri, lo hanno capito. Hanno smesso di crederci. Molti, semplicemente, non si sono presentati alle urne.
Il dato politico è impietoso: il Pd si ferma poco sopra il 22 per cento, il M5S raccoglie un misero 5 per cento. Non solo la coalizione non ha attratto voti aggiuntivi, ma ha finito per erodere la stessa base storica del Partito democratico. Perché l’elettore marchigiano, che ha conosciuto decenni di governi locali di sinistra, non si è riconosciuto in un cartello indistinto, in un compromesso al ribasso, in una “fusione fredda” che sa di disperazione più che di progetto.
Gli alibi
Nella lettura del voto, nel Pd si tende a dare la colpa del risultato anche alla strumentalizzazione politica dell’inchiesta su Matteo Ricci. È curioso però che non si menzionino nemmeno per sbaglio il Movimento 5 Stelle e Giuseppe Conte, presidente del comitato etico del Campo Largo, che prima di dare il via libera a Ricci ha voluto avviare la sua personale istruttoria e “liberare” il candidato dalle accuse. In altre parole: quando si tratta di giustificare la sconfitta, meglio scaricare su un’inchiesta che guardare in faccia la realtà di un’alleanza debole e contraddittoria.
Il paradosso è evidente: la rincorsa al Movimento 5 Stelle, invece di rafforzare il Pd, ha spinto via l’elettorato moderato e tradizionale. Chi non sopportava l’alleanza con i grillini è rimasto a casa o, in alcuni casi, ha persino scelto la continuità con Acquaroli. Così, il “campo largo” si è trasformato in un boomerang: non ha ampliato il bacino elettorale, lo ha ristretto.
Garante di stabilità
Dall’altra parte, il centrodestra ha giocato una partita semplice e lineare. Acquaroli ha capitalizzato il ruolo di presidente uscente, agganciandosi alla “filiera” con il governo Meloni e presentandosi come garante di stabilità. Una narrazione facile da comunicare, soprattutto nelle aree terremotate e alluvionate, dove il messaggio “meglio non cambiare cavallo a metà del guado” ha trovato terreno fertile.
Un “campo vuoto”
Il risultato è una lezione politica che va oltre le Marche: l’unità a tutti i costi, se non ha un’anima, non paga. Senza identità, senza chiarezza, senza una proposta che parli ai cittadini, il “campo largo” diventa un “campo vuoto”. E i numeri lo dimostrano: ha allontanato persino chi, fino a ieri, votava Pd per fedeltà, tradizione o convinzione.
La sinistra marchigiana esce da questa tornata più fragile e smarrita. E una domanda resta sospesa: quanto ancora la sinistra nazionale vorrà insistere su una formula che, alle prove dei fatti, sembra funzionare solo nei laboratori politici e poco e mai nelle urne? E che accadrà in Toscana?
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


