Politica

El Koudri: dopo l’orrore di Modena, il circo mediatico-giudiziario

Non basta essere nati in Italia, né un ciclo di studi, per essere integrati. L'avvocato anti-sionista, l'odio delle seconde generazioni e la "remigrazione" che non può più essere un tabù

Salim El Koudri modena
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Non sono trascorse molte ore dalle raccapriccianti immagini dell’attacco islamista di Modena e già ci assale l’amara sensazione che dovremo prepararci ad assistere al penoso spettacolo dell’attentatore che si prende gioco del nostro circo mediatico-giudiziario.

L’avvocato antisionista

L’avvocato di Salim el Koudri, legittimamente sia chiaro, ha già sbandierato ai media la strategia difensiva basata sulla infermità mentale, rivelando particolari del primo colloquio con il suo assistito in carcere.

Ora, va bene farlo passare per matto (anche se andrebbe spiegata la lucidità con cui ha preso di mira i pedoni e ha poi cercato di accoltellare il suo inseguitore), ma addirittura cercare di presentarcelo come interessato alla Bibbia e a parlare con un prete, mette a dura prova il senso del pudore. Poi ci soffermiamo sul nome dell’avvocato, Fausto Gianelli, attivista pro-pal e antisionista, e già ne intravediamo le gesta televisive.

Poi magari troverà il tempo di spiegarci anche cosa ci faceva un disoccupato disperato con cinque telefoni, quattro computer, due hard disk, due chiavette usb, un tablet, una Playstation e password per criptovalute – questo il materiale sequestrato dalla squadra mobile della questura di Modena a casa di Salim.

Il disagio psichico

Come c’era da aspettarsi abbiamo rinvenuto tutti i pattern che siamo abituati a vedere in questi casi. L’auto che “piomba” sulla folla come fosse animata di vita propria, il disagio psichico dell’attentatore, diagnosticato in presa diretta.

Il primo riflesso di parte del mondo politico e dell’informazione è ricorrere alla formula dello “squilibrato”. Perché? Il motivo è semplice: se si tratta del gesto di un pazzo, non è terrorismo. E se non è terrorismo, allora non è un problema di integrazione e le politiche immigrazioniste vengono automaticamente scagionate.

Ma il fatto che non siano emersi (finora) legami con le note sigle del jihadismo internazionale non significa che si possa ignorare la matrice del suo attacco. L’auto lanciata ad alta velocità contro i passanti in un luogo affollato, cercando la strage, è ormai una dinamica distintiva degli attacchi jihadisti nel nostro continente.

Né sarebbe una novità la radicalizzazione individuale. La frase “bastardi cristiani di m… voi e il vostro Gesù Cristo in croce, lo brucio” non è di qualcuno indifferente all’appartenenza religiosa e sono decine i cosiddetti “lupi solitari” che si attivano per emulazione.

Il che, semmai, rappresenta una sfida ancora maggiore in termini di prevenzione e anti-terrorismo, perché il singolo terrorista può decidere una mattina di mettersi alla guida di un’auto e lanciarla sulla folla senza pianificazione, supporto o comportamenti sospetti.

Siamo oggetto, come italiani, europei e occidentali, dell’odio e del razzismo di chi abbiamo accolto, eppure tendiamo a giustificarlo o quanto meno comprenderlo incolpando noi stessi di un presunto razzismo.

Italiano e laureato

In questo caso specifico, due elementi – italiano e laureato – vengono sottolineati per avvalorare la tesi del gesto di follia che nulla avrebbe a che vedere con fattori religiosi e culturali. Ma proprio questi due elementi confermano una realtà davanti ai nostri occhi: non basta essere nato in Italia (ius soli), né un pezzo di carta, per essere “integrato”. Né è sufficiente un ciclo di istruzione (ius scholae), nemmeno al più alto livello.

Insomma, pur in presenza di tutti gli ingredienti, almeno secondo una certa narrazione, per una integrazione di successo, siamo di fronte al fallimento del multiculturalismo. D’altra parte, gli autori dei più gravi attentati islamisti nel nostro continente avevano un passaporto europeo.

Questo perché l’integrazione è qualcosa di più profondo e complesso e non può prescindere dalla volontà del singolo e dalle radici culturali, rispetto alle quali le nostre politiche di “inclusione” risultano pressoché ininfluenti, se non dannose.

Ci troviamo su una traiettoria molto pericolosa, ma chiaramente visibile, il cui punto di arrivo è quello di altri Paesi europei dove questo genere di attacchi, con armi da taglio o trasformando auto e camion in strumenti di morte, hanno ormai una frequenza tale da non fare nemmeno più notizia.

Seconde generazioni inintegrabili

L’odio delle seconde generazioni di nordafricani è una realtà ovunque, sono ancora più “inintegrabili” delle prime. Pur essendo nati qui, sono privi dello spirito di sacrificio e adattamento dei loro genitori, giunti in Europa venti o trent’anni fa e cresciuti in società arabe molto più laiche e meno islamizzate di quelle di oggi.

Poco importa che non si tratti di musulmani modello, o che non siano reclutati dall’Isis. Dell’islamismo hanno interiorizzato l’odio per l’Occidente, le sue regole, i suoi valori. Oltre agli attentati come quello di Modena e alle feroci aggressioni, sempre più frequenti nelle nostre città, il problema è l’influenza politica crescente delle comunità islamiche, che vediamo già in azione in altri Paesi europei. Una cultura incompatibile con la nostra viene prima tollerata, poi accettata come nuova normalità.

Remigrazione

Dunque, parlare di politiche di remigrazione non può essere un tabù. Non basta contrastare e disincentivare gli arrivi, occorre porsi il problema di come liberarci del maggior numero possibile di soggetti “inintegrabili”, mettendo in piedi un sistema di disincentivi alla permanenza e incentivi al ritorno nei paesi di origine. A partire, ovviamente, dalla revoca di qualsiasi titolo di soggiorno in Italia di chiunque compia reati o illeciti – anche fiscali. Né sarebbe uno scandalo aiutare quei migranti che per qualsiasi motivo vivono in condizioni di disagio a ritornare nei loro Paesi.

Chi pensa che certi discorsi siano divisivi, non ha ancora visto niente. Se non faremo nulla oggi, dovremo prepararci ad una società molto più divisa e violenta domani.

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