Ecco che giovedì 18 settembre la Camera ha approvato, per la seconda volta, la riforma costituzionale della giustizia, che prevede la separazione delle carriere dei magistrati. Il passaggio in aula non è stato indolore, come testimoniano le immagini della seduta: insulti, spintoni e tentativi di scontro fisico al centro dell’aula. I commessi e alcuni parlamentari sono dovuti intervenire per dividere i contendenti e il presidente di turno ha infine sospeso la seduta. Una giornata, quindi, nel segno della sobrietà istituzionale.
Per diventare definitiva, la riforma dovrà ora ottenere un secondo via libera dal Senato. Trattandosi di una legge costituzionale, la procedura richiede due votazioni in ciascuna Camera, a distanza di almeno tre mesi l’una dall’altra, come stabilito dall’articolo 138 della Costituzione. Lo stesso articolo prevede che, se nella seconda votazione la legge ottiene in entrambe le Camere il sostegno dei due terzi dei componenti, non si procede a referendum.
Le tifoserie scaldano i motori
Alla Camera la riforma ha raccolto 243 voti favorevoli, meno di quelli necessari per raggiungere i due terzi dei 400 deputati. È quindi tracciata la strada della consultazione popolare. Le “tifoserie” scaldano i motori. “Il risultato non è affatto scontato e noi spiegheremo ai cittadini le ragioni del ‘no’ a questa legge”, ha affermato Cesare Parodi. L’Anm ha le idee chiare: grande spazio sarà dato ai social piuttosto che ai tradizionali mezzi di comunicazione, ad iniziare dai giornali.
Sulle varie piattaforme dovrà passare il messaggio, rivolto in particolare agli elettori più giovani, che la “terzietà del giudice” è già garantita dal sistema attuale, che questa riforma “non tocca minimamente l’efficienza del sistema giustizia” e che “i processi non saranno più rapidi di un giorno”. Il Comitato per il no avrà “come scopo immediato quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi derivanti dalla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere e sull’importanza di preservare l’attuale sistema di garanzie dei diritti dei cittadini e quindi di promuovere la vittoria del no al referendum costituzionale”.
Sulle testate maggiormente attente al mondo della “giustizia” si sprecano interventi che invocando pacatezza vorrebbero ricondurre il confronto al “merito”. L’onnipresente Gianfranco Pasquino – dalle colonne de Il Dubbio auspica che ci sia un confronto serio sui punti più rilevanti e cioè la separazione delle carriere e le relative implicazioni:
Bisogna capire se questo migliorerà i tempi della giustizia e le probabilità che non ci siano più gli errori clamorosi che vediamo oggi. Il secondo elemento da chiarire è se sdoppiare il Csm sia o meno una scelta giusta. Io la definirei quantomeno curiosa.
Come in un ipotetico passaggio di testimone ecco che Giorgio Spangher, professore emerito procedura penale, si spende in una disamina tecnica della tematica. Non senza tralasciare il ricordo che l’unitarietà dell’azione penale fu il lascito del duo Grandi-Mussolini alla Costituzione italiana, il professore si spende in una analisi talmente puntuale e tecnica da non essere di facile comprensione anche per un lettore attento, figuriamoci l’elettore medio.
Separazione dei poteri
A limitare la questione nei suoi aspetti tecnici e letterali poco si comprenderebbe del gioco che sottende il voto parlamentare e la conseguente consultazione referendaria. In gioco non sono le regole per il passaggio tra carriera “giudicante” o “inquirente”, ed il funzionamento della giustizia. In gioco – ed in questo l’Anm ha ragione – vi è il “potere”.
Presupposto cardine è il principio che il potere, qualunque potere, tende a travalicare se stesso, cerca sempre di espandere la sua sfera d’azione. Il concetto stesso non ammette limiti. Esso è! David Hume ci ricorda che:
L’ambizione degli uomini è tanto grande che non sono mai soddisfatti del potere che hanno e, se un gruppo di uomini di un determinato grado sociale, perseguendo il proprio particolare interesse, può usurpare il potere di ogni altro gruppo, certamente lo farà, rendendo così il proprio potere assoluto e senza controlli.
Queste parole trovano facile sponda nella celebre affermazione di Edmund Burke che, in un suo intervento alla Camera dei Comuni nel 1771 disse: “Più grande è il potere, più pericoloso è il suo abuso”. Le società liberal-democratiche crearono, come anticorpo alla tirannide del potere, la separazione dello stesso nelle tre branche a tutti note. Nelle società evolute questi poteri “spezzettati”, sono, a loro volta, condizionati da un sistema di controlli e bilanciamenti reciproci.
I limiti dell’autogoverno
La cosa è immediata tra i poteri “politici”, se non altro perché l’estremo giudizio e controllo è lasciato al corpo elettorale, preposto alla verifica della performance degli organismi. In Italia – che tanto evoluta non è – il principio dell’autonomia della magistratura, corretto e doveroso , trova, nell’autogoverno della stessa, il più fiero ostacolo al controllo ed al limite al suo potere. Si potrebbe obiettare che nella sua saggezza super partes essa ha creato i meccanismi di controllo… Si vabbe’.
L’adagio popolare “cane non mangia cane” bene esprime i limiti di questo autocontrollo. D’altronde i latini, che sul potere la sapevano lunga, dicevano: “Senatores boni viri, Senatus atque mala bestia”. La difesa a spada tratta che – in un indimenticabile intervento televisivo – fece il non compianto Bruno Tinti dei giudici che, in primo grado, condannarono Enzo Tortora (tutti premiati con folgoranti carriere) con le allocuzioni: “la verità giudiziaria non è una verità storica” e “chi può dire che non avesse ragione il giudice che condannò Tortora e che a sbagliare non siano stati i giudici di secondo grado e di cassazione?”, era la dimostrazione che il sistema, cioè l’ordine, cioè il potere, deve dare di se una immagine di compattezza e di perfezione, “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
La magistratura non sbaglia, essa possiede il crisma dell’infallibilità. Questo atteggiamento, indefessamente corporativo, della magistratura ha, in Italia, una lunghissima tradizione che può essere fatta risalire già ai tempi di Bartolo da Sassoferrato e di Baldo degli Ubaldi (XIV sec).
Legge su misura di magistrato
In un suo intervento al “Festival della politica” (20 agosto 2025, Portofino) Francesco di Donato, dell’Università Federico II, ha letteralmente affermato (il contributo può essere ascoltato su Radio Radicale) che “il diritto italiano è contro lo Stato”. Parole come pietre, che non sono una boutade detta per dire in una calda serata ligure, ma al centro del lavoro “9871: Statualità Civiltà Libertà. Scritti di storia costituzionale” (Ed. Scientifica 2021).
L’autore continua: “I giudici italiani utilizzano il diritto pro domo propria. In Francia, in Inghilterra ed in America i magistrati sono giuristi di Stato, cioè tecnici al servizio della res publica”. Per essere onesti il richiamo alla pro domo propria non deve essere intesa come un interesse specifico ed oggettivo (anche se questo non può essere escluso aprioristicamente, vista la volubilità dell’essere umano), ma come l’affermazione di una propria weltangshauung morale; poco conta che la sua interpretazione stravolga la legge stessa. A contare non è questa, ma la giurisprudenza, l’astratto senso del “diritto”.
Non poche indagini ed alcune sentenze – talvolta verso migranti, ai quali si riconosceva l’attenuante del retaggio culturale, altre verso appartenenti a movimenti antagonisti ecc. – hanno visto una l’applicazione “forzata” della norma, fino al suo stravolgimento.
Golpe costituzionale del 2017
A sostegno di questa tesi Di Donato ricorda che Paolo Grosso, giunto sino all’ermellina carica di presidente della Corte Costituzionale (2016-2018), aveva in uggia l’essenza stessa del diritto positivo, e quindi della Costituzione. Prova ne è che egli avvallò la sentenza 35/2017 sul sistema elettorale della Camera (Italicum). Il vulnus della sentenza non fu nel rigetto del ballottaggio, quanto piuttosto del limite di sbarramento al 3 per cento o altri elementi condivisibili o meno della legge 6 maggio 2015, n. 52, quanto nel fatto che la Corte avesse palesemente violato la Carta.
Infatti nelle motivazioni della sentenza è riportato che il diritto positivo non dava alla Corte il potere di entrare così in profondità nel merito di una legge elettorale (legge politica per eccellenza), ma che era necessario portare sotto il controllo della giurisdizione il sistema elettorale. In altri termini un vero e proprio colpo di stato istituzionale. Con quella sentenza l’“ordine” prese la medesima sostanza del “Consiglio dei Guardiani della Costituzione” iraniano.
Più potere ai magistrati, meno diritti
Dalle accorate parole dell’accademico napoletano, peraltro uomo di sinistra, la magistratura appare come una istituzione “democratica”, perché costituzionale, ma profondamente “illiberale”, perché priva di ogni controllo esterno ad essa.
Forse questo è inevitabile, ma non fa bene al Paese. Per il costituzionalismo italiano, storicamente, si è imposta l’opinione che attribuire più potere ai magistrati significhi più tutela ai cittadini, ma è dimostrato che non è così: più la magistratura ha avuto potere, meno diritti hanno avuto i cittadini.
Quindi ben venga la legge Nordio, con l’auspicio che il referendum veda confermata questa legge, perché è necessario “indebolire” la magistratura. Questo è giusto perché in una democrazia liberale non può esistere un potere che non risponde a nessuno, ma che vuole sindacare in ogni aspetto dell’azione degli altri poteri. La magistratura non deve trasformarsi in una istituzione “politica”, anche se la sua funzione non può prescindere dal suo legame con la πόλις.
Quest’ordine, per riacquistare credibilità ed eleganza, deve iniziare una processo di “dimagrimento”. Come diceva Giorgio Armani: “Less is more”.
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